Una rivisitazione molto personale
di Noemi Neri
Venti pagine piene di una grafia ignota parlavano della sua vita da una prospettiva completamente nuova. Con chissà quale diritto, quelle parole lo avevano scaraventato indietro, in un passato indefinito, dove non trovava appiglio alcuno. Cercava di aggrapparsi ai momenti di distacco in cui ipotizzava che si trattasse di uno scherzo, fantasticava su come avrebbe potuto riciclare quell’assurda storia per uno dei suoi prossimi libri. In realtà, qualcosa dentro di sé stava gridando, un groviglio di dolore si mischiava a un’ira feroce e, presto, avrebbe dovuto sfogare tutta quell’energia che stava cercando di ignorare.
Ripose la lettera sulla scrivania, accanto al vaso vuoto. Le dita giocavano a graffiare i braccioli della poltrona, come a reprimere un sentimento di rabbia e sconcerto. Faticava a processare tutte le informazioni, la curiosità iniziale con la quale aveva intrapreso la lettura, era completamente svanita in una nebbia di reminiscenze confuse. Che differenza faceva adesso, se quella lettera fosse rivolta a lui o a un personaggio di fantasia, ora che tutto sembrava così surreale.
Il mittente era anonimo, seppur aveva disseminato numerosi dettagli per farsi riconoscere. Per quanto si sforzasse di andare indietro nel tempo, la memoria non riusciva a recuperare un volto, un odore, un gesto distratto, un ricordo, che fosse uno soltanto, di quella donna che si era rivolta a lui con un tono così confidenziale.
Sentiva un nodo al petto che lo angosciava, che in maniera sempre più insistente gli riportava alla mente parole sparse di quella lettera: “Permettimi, amore mio, di raccontarti tutto”. Benché non conoscesse colei che lo aveva reso destinatario di quella profusione di parole, che a tratti gli apparvero deliranti, decise di leggere fino in fondo, quasi con la fiera certezza di potersi schermare da qualsiasi evento.
Era il giorno del suo compleanno, il peggiore della sua vita. E la domanda più assillante non era chi fosse quella sconosciuta che, con la prepotenza di un semplice pezzo di carta, mandava all’aria i suoi piani.
No. A distruggerlo era altro: “Il mio bambino è morto ieri – ed era anche il tuo bambino”. Tornò su quella frase più volte, non capiva. Come se i suoi occhi fossero delle saracinesche pronte a crollare proprio lì, in quell’ipotesi di essere padre di un figlio ormai morto. Una miriade di emozioni si presentava tutta insieme, gli sembrava di sentire migliaia di campanelli che lo chiamavano e strattonavano come a dire, svegliati! Quella frase lo aveva spezzato a metà. Era padre, ma allo stesso tempo non lo era. Ora la sua vita cambiava radicalmente e l’attimo dopo tornava quella di sempre. Si sentiva derubato, vittima di una criminale che, oltretutto, in quelle maledette righe aveva insinuato delle recriminazioni velate.
Avrebbe forse dovuto sentirsi colpevole lui che si era sempre mostrato gentile verso l’altro sesso? Con quale coraggio quella donna stava giudicando le sue notti amorose, non erano forse esattamente quelle stesse notti a cui desiderava tanto partecipare? Un intellettuale borghese non poteva accettare simile oltraggio da parte di una ragazzina. Giammai.
Si alzò di scatto, iniziò a camminare dentro la stanza posando lo sguardo ora sul giornale ora sulla tazza da tè, due oggetti con i quali cercava di ancorarsi alla realtà. Spostò la borsa gialla con un piede, tolse il cappello dalla scrivania, senza che quei gesti avessero un vero senso. Voleva calmare la sensazione di irrequietezza che gli ordinava di agire e allo stesso tempo lo lasciava inerme, non sapendo bene cosa fare, lottando con l’ingombro del suo stesso corpo. Accese un sigaro e chiamò il domestico: «Johann, chi sono le due persone venute in visita durante la mia assenza?»
«Due editori, signore. Hanno lasciato le buste che le ho consegnato.»
«E questa?» gli agitò davanti i fogli stringendoli nella mano.
«Non lo so, signore.»
«Come ci è finita questa lettera nella mia posta, Johann?»
«L’ho presa dalla sua cassetta.»
«E non hai visto nessuna donna aggirarsi qui intorno?»
«Non saprei, signore, ci sono molte persone che vengono a cercarla, come sa è molto desiderato dalle donne.»
Gettò i fogli per terra in un impeto di rabbia.
«Tutto bene, signore?» domandò Johann raccogliendo la lettera.
«Portami della carta, devo scrivere.»
«Subito. Vuole anche penna e calamaio?»
«No, batterò a macchina.»
Copiò la stessa epigrafe della lettera ricevuta giacché era così calzante. Il ticchettio dei tasti diffondeva un formicolio nella stanza, Johann si ritirò e lo lasciò solo.
*°*°*
A te che mai mi hai conosciuto.
Ti scrivo questa lettera non per farti dono di un’attenzione che tanto hai anelato. Non ti scrivo nemmeno per liberarti dall’attesa. Sai, hai ragione, non mi ricordo di te, ma non posso dirti che mi dispiace né che mi sento in colpa, tutt’altro.
Purtroppo, è solo in punto di morte che mi concedi diritto di replica ed è un vero peccato non aver conosciuto prima i tuoi sentimenti e averti potuto dire personalmente ciò che provo adesso.
Non conosco il tuo nome e non mi serve saperlo, ora come allora. Farò fare molte copie di questa lettera, verrà distribuita in tutti i locali del centro di Vienna sperando che possa finire tra le tue mani. Per questo spero che tu sia viva, almeno per il tempo sufficiente da leggere queste righe prima di tornare all’oblio a cui appartieni.
Potrai aggrapparti a questo pezzo di carta già che ti è stato portato via quanto di più prezioso potessi rubarmi, mio figlio. Odiarti sarebbe già troppo, non meriteresti nemmeno il tempo che sto dedicandoti mentre ti scrivo, ma preferisco rinchiuderti dentro queste pagine che venirti a cercare e comportarmi in modo sconveniente danneggiando la mia reputazione.
Ti scrivo, dunque, per esorcizzare questo profondo senso di ripugnanza che provo, per toglierti tutto come tu hai fatto con me. Voglio distruggere il desiderio con il quale mi hai idealizzato solo per tenerti in vita. Sono stato una novità nella tua bieca routine, quello con il quale ti sei tirata fuori dal pozzo della noia, il tuo unico punto di riferimento, il personaggio che hai riempito delle tue teorie mentre giocavi a fare la monaca essendo puttana. Una povera ragazzina che raccoglie i miei mozziconi, che scodinzola come un cane sul pianerottolo al rumore dei miei passi. Te ne stavi dietro la porta a spiarmi, con il tuo amore puerile, elemosinavi attenzioni, proiettavi su di me le tue fantasie ridicole. Hai fatto del mondo il tuo personale teatro e di me l’attore principale, quello che, standogli accanto, pensavi ti avrebbe elevata tirandoti fuori dalla tua miseria.
Sei vuota, come questo vaso dove, senza saperlo, mettevo le tue stupide rose bianche, non potevi scegliere colore meno appropriato. No, non continuerò a mandarmele per il mio compleanno per seguire la tua melensa tradizione, anzi, distruggerò questo vaso per rompere per sempre questa specie di portale con cui comunicavi. Che non ti rimanga nulla per arrivare a me, che tu sia il più lontano possibile, seppure ti preferirei viva e vicina soltanto per il gusto di ignorarti.
Ti sei sentita in diritto di utilizzare la mia vita per fuggire all’angustia che ti pervade. Eccole le parole che tanto aspettavi, ecco finalmente un gesto da parte mia, l’insensibile incapace di riconoscere i capricci di una mocciosa. Pensi ancora di conoscermi così bene? Tu sei stata solo un’intrusa, una ladra nella mia vita, un parassita che ha partorito alle mie spalle rubandomi il seme, tanto eri disperata. Hai utilizzato mio figlio per dare un senso alla tua inutile esistenza. Ecco quello che ho da dirti, solo qui posso farlo, dentro l’unico spazio in cui ti concedo i miei pensieri mentre il tempo e la vita, fortunatamente, ci separano.
Sono stato la tua ossessione senza ricambiarti mai, forse è per questo che mi hai dato un figlio senza mai farmi diventare padre. La triste vendetta della ragazzetta servizievole che dietro l’aria da innocente nasconde la propria malvagità.
Come avrei potuto amare un essere tanto disgustoso? Se avessi saputo chi eri non ti avrei pagata per intrattenermi con le tue carni, ma per farti sparire dalla mia vita. Volevi che provassi qualcosa per te, ebbene, sento repulsione. Rabbrividisco all’idea di averti dato tanto di me, perché anche il nulla è più di quanto tu meritassi. Forse sento repulsione anche verso questo bambino che è morto perché è uscito da te, dal tuo malato modo di amare. È per questo adesso che forse, dopo un impeto di rabbia che mi ha portato a scrivere, mi rendo conto che ciò che mi hai rubato non è una vita diversa, ma solo una traccia biologica. Non siete nessuno per me.
Non ha importanza se non siamo stati genitori insieme, poiché non ho niente da condividere con te. Il peso del tuo egoismo, dei tuoi capricci di bambina lo ha pagato tuo figlio. È a lui che hai negato il diritto di avere un padre per vivere in funzione di un uomo che non conosce nemmeno il tuo nome. È lui che hai reso vittima della tua meschinità. Mi hai sostituito con quella povera creatura che, in maniera patologica, definisci come “l’altro mio io”. Gli hai riversato addosso le tue attenzioni credendo di potermi amare attraverso di lui e, come vedi, è morto e io non riesco nemmeno a compatirti. È morto perché tu non meriti niente di mio, se non questa lettera come cimelio per ammutolire tutte le tue menzogne.
Prima di dirti addio, voglio che tu sappia che non proverò rancore, non ho spazio da dedicarti dentro i miei ricordi.
Non mi fai male con la tua morte, no, mi liberi da tutto il male che hai causato con la tua vita.
R.
venerdì, 23 maggio
In copertina: La copertina del libro originale, pubblicato da Edizioni Clandestine (particolare per ragioni di layout)


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