Dipendenza ed egemonia culturale
di Simona Maria Frigerio
Si può fare teatro se si dipende dai fondi pubblici?
Si sarebbe scritta Morte accidentale di un anarchico, chiedendo al Governo in carica all’epoca e al Comune di Milano di finanziarne la messinscena? Per quell’opera – ambientata negli States per sfuggire alle maglie della censura – Dario Fo dovette affrontare una quarantina di processi…
Il teatro che usciva dai teatri per entrare in fabbrica a fianco degli operai, nelle piazze in rivolta contro la guerra in Vietnam o per ottenere lo Statuto dei lavoratori, in mezzo alle femministe per la riforma del diritto di famiglia: quel teatro che rispecchiava una società e in cui una società vi partecipava come forma di rito laico perché vi vedeva riflessi i suoi ideali, le sue lotte e persino le sue contraddizioni, è morto.
Si può difendere un teatro quando è espressione di una borghesia pseudo-sinistrata che ama riflettere le proprie paillettes in specchi dorati, salendo scalinate di marmo?
Si può conciliare la richiesta di 800 miliardi di Euro e del 5% del Pil nazionale per il riarmo con cultura e arti, stato sociale, ricerca e sviluppo? Almeno quanto si può conciliare il dirottamento dei fondi del PNRR per l’ambiente (cui dovremo ripagare a breve capitale e interessi) con la spesa per gli armamenti – mentre Greta Thunberg non si accorge nemmeno di essere usata come foglia di fico per nascondere dietro a caldaie di ultima generazione e auto elettriche (salvo poi rimangiarsi tutto quando ci si è accorti che i cinesi erano più competitivi di noi), gas di scisto US e degassificatori, l’esplosione del Nord Stream II e la débâcle della macchina industriale tedesca, mari inquinati da petroliere, gasiere e navi cargo (l’ultima ad affondare la Morning Midas), Paesi europei che tornano alle mine antiuomo, uso di proiettili all’uranio impoverito, un genocidio che si consuma sulle coste del Mediterraneo con le nostre armi, e così via.
Ma davvero il teatro italiano credeva di rimanere esente dai tagli che sempre più colpiranno il settore pubblico – per favorire il privato speculativo a livello di pensioni, sanità ed educazione – o che le persone abbiano bisogno del rito da 40 euro a poltrona per vedersi un comico televisivo, quando possono spendere meno e rimbambirsi con Netflix a casa propria? Davvero il teatro pensava di valere più della riconversione delle aziende dell’automotive in fallimento in produttori di armamenti (1)?

Dai ‘massimi’ sistemi ai ‘Massini’ di casa nostra
Era ovvio che con un Governo di centrodestra bellicoso e guerrafondaio (ma in Europa il Pd si è già spaccato sul voto a favore del riarmo), si faccia pressante recuperare fondi per gli armamenti, tagliando in beni e servizi pubblici.
La Pergola che, nel 2024, dallo Stato (ma poi esistono altri enti che possono fornire contributi, come le regioni e i comuni, per non parlare di fondazioni e sponsor privati) aveva ricevuto 1,9 milioni di euro; ora, con il taglio di 20 punti, rischia di perdere un 20% – cifre comunque elevate se confrontate coi fondi non elargiti o tagliati a realtà piccole, giovani, periferiche, di ricerca o alternative (come molti, troppi festival estivi che non potranno più proporre serate diverse, magari per chi è costretto a rimanere in città perché non può permettersi le vacanze; o a offrire vetrine per spettacoli che altrimenti non circuiterebbero).
Discorso diverso quello di Beatriz Colombo, deputata di Fratelli d’Italia, quando dichiara alla stampa: “Quella del ministero è una scelta culturale, non censoria. Per la commissione la qualità della proposta artistica di Santarcangelo festival non è stata giudicata più soddisfacente ai fini di un sostegno pubblico”. E ancora: “Negli ultimi anni Santarcangelo festival ha dimostrato una deriva sempre più politicizzata, con spettacoli schierati contro i valori fondativi della nostra società, la famiglia, la nazione, la religione, fino ad arrivare a messaggi contro le istituzioni stesse. Il ministero ha dato un segnale chiaro: la cultura deve tornare a unire, non a dividere. E chi riceve fondi pubblici deve rispondere a criteri che siano chiari e controllabili”. Sembrerebbe – da fonti stampa – che abbia addirittura parlato espressamente di famiglia bianca e cattolica, escludendo quindi (in uno Stato formalmente laico) protestanti, ortodossi, atei, giansenisti, musulmani, buddisti, induisti, ebrei (il che è antisemita) e, implicitamente, esprimendo un pensiero razzista e xenofobo. Rieccoci, quindi, a dio, padre e famiglia (in linea con sforzo bellico e carne da cannone), dopo anni di Bruxelles tutta gender fluid e cultura woke. In entrambi i casi si tratta di arroganza di una politica che vuole egemonizzare la cultura a fini propagandistici, e in entrambi i casi torniamo alla domanda iniziale: può essere libera una cultura che dipende dai fondi ministeriali?
Ma vediamo perché la Pergola non ‘meriterebbe’ il declassamento da Teatro Nazionale a cittadino.
In questi anni ha sicuramente inglobato realtà importanti sia a livello territoriale sia di respiro internazionale, tra queste il Teatro Studio. Nel marzo 2021, Giancarlo Cauteruccio (che quel teatro aveva animato per anni con la propria Compagnia) dichiarava in un’intervista: “Me ne vado perché, dopo cinque anni dall’abbandono del Teatro Studio determinato da un taglio ministeriale ingiustificato, sono stato preso in giro per cinque anni dal Teatro della Toscana che aveva vinto il bando di gestione. Come Krypton avevo l’accordo di poter continuare a sviluppare progetti sui linguaggi contemporanei con il Teatro della Toscana. In tutti questi anni mi hanno preso in giro, la compagnia si è trovata a svolgere un’attività risicatissima ed è diventato impossibile lavorare. Quanto speravo potesse avvenire, cioè che il mio lavoro di regista fosse riconosciuto da uno dei teatri più importanti, si è rivelato falso: quel teatro continua a investire su nomi di una certa notorietà. L’ultima è che un bravissimo attore di cinema come Stefano Accorsi è diventato direttore artistico di uno dei teatri più antichi al mondo. Ma lì non riesco a parlare con il direttore artistico. Tra artisti ti comprendi, con i burocrati no. Ho deciso allora di lasciare la città e tornare nella mia terra calabra. Ho bisogno di rigenerarmi dopo aver cercato per anni soluzioni” (2).
Anche il Workcenter di Jerzy Grotowski finiva smantellato grazie all’adesione al Teatro Nazionale e Thomas Richards, più diplomaticamente, raccontava: “A causa della pandemia di Covid-19 è arrivato un momento di crisi internazionale. Il Teatro Nazionale della Toscana, primario finanziatore del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, non è immune da questa crisi. Da tempo sono consapevole che il Teatro Nazionale ha dovuto fare aggiustamenti finanziari. Con grande rispetto per i programmi di arti performative del Workcenter, negli ultimi due anni hanno resistito a modificare il loro rapporto finanziario con noi. La direzione del Teatro Nazionale mi ha appena informato che nel 2022 intendono continuare a finanziare il percorso di arti performative che conduco, anche se non potranno più finanziare le spese del nostro storico spazio di lavoro a Le Vallicelle né provvedere al sostegno finanziario continuo con le stesse modalità di prima. Hanno proposto che il loro finanziamento fluisca progetto per progetto”. Sappiamo tutti – e non mettete la testa sotto la sabbia! – come è andata a finire…
Il Teatro Era di Pontedera, fiore all’occhiello della ricerca e finestra sul mondo (ricordiamo che vi sono stati ospitati, vi hanno collaborato o prodotto spettacoli dal Living Theater all’Odin Teatret di Eugenio Barba, da Thierry Salmon a Peter Brook), oggi ospita Flavio Insinna, Alessandro Haber e Luca Barbareschi. Con tutto il rispetto, no comment.
Sarebbe questo il Teatro Nazionale per cui i colleghi della stampa di ‘sinistra’ si stracciano le vesti? Il teatro borghese e/o commerciale ha tutti i diritti di esistere: finanziato con lo sbigliettamento.
Ma a scendere in campo esprimendo la propria solidarietà a Stefano Massini, nominato recentemente Direttore artistico del Teatro Nazionale della Toscana (traducasi: Pergola per il resto d’Italia) è stata anche la CGiL che, forse, farebbe meglio a occuparsi della maschera del Teatro alla Scala di Milano che lo scorso 4 maggio ha urlato: «Palestina libera», proprio mentre la Premier Giorgia Meloni faceva il suo ingresso nel Palco Reale per assistere a un concerto e, per aver espresso il suo pensiero come garantito dalla Costituzione, è stata licenziata.
Ciliegina sulla torta di tanto bailamme per nulla la risposta del Ministro della cultura, Alessandro Giuli, che avrebbe detto (secondo fonti stampa): “L’appello per Massini? Interrogate lui, fa dei così bei monologhi”. Si vede che, nonostante l’immedesimazione nell’imbianchino coi baffetti – che ha voluto l’Olocausto – abbia suscitato ovazioni che rasentano l’apologia di reato (3) e debba essere piaciuta a una certa parte politica, nemmeno tale performance è riuscita a cancellare il fatto che per anni Pergola, invece di farsi teatro promotore di ricerca e innovazione, allevando nuove generazioni di attori e registi, aprendosi al mondo e all’interdisciplinarietà, e ancora, promuovendo istanze sociali e politiche di rottura (ma così non avrebbe perso fondi?), ha assorbito realtà vitali soffocandole o trasformandole in piazze di giro per compagnie ospiti o produzioni della stessa Pergola. Smetterla di mentire a noi stessi, cari colleghi giornalisti e critici, mai?
Le battaglie: da settoriali a culturali
800 miliardi per ReArm EU. Il 5% del PIL italiano. La Nato. La guerra. La conversione delle aziende. Gli interessi e la restituzione del capitale del PNRR. Dove pensavano di vivere i teatranti? Nel Paese dei Campanelli?
Il 14 dicembre 2024 è finalmente stato chiaro che le risorse destinate dalla manovra in iter di approvazione per l’editoria nel suo complesso (editori, distributori ed edicolanti) sarebbero ammontate a soli 20 milioni di Euro, ovvero briciole per un settore già sull’orlo del fallimento. Non è venuto in mente a nessuno che i tagli sarebbero proseguiti? Non è venuto in mente al mondo del teatro, della cultura e della musica che senza una critica seria, un giornalismo e un’editoria indipendenti, un minimo di intellettuali controcorrente, il gioco per i potenti sarebbe stato ancora più facile? Un birillo alla volta, e si fa strike!
Quando si è scoperto che il Governo italiano ha riconosciuto a Francis Kaufmann, alias Rexal Ford, per un film che non è mai esistito, grazie al tax credit destinato alle produzioni cinematografiche, 863.595,90 euro – cifra approvata dal Ministero della Cultura nel 2020, nel pieno della crisi pandemica – nessuno nel mondo della ‘settima arte’ si è posto un’altra domanda? Che fine ha fatto ItsArt (4) con i suoi 10 milioni di finanziamento pubblico? Leggete Wired e lo scoprirete (5).
In breve, occorrerebbe passare dal PIL al GPI, come spiega perfettamente il nostro collega Maurizio Prescianotto (6). Ma per farlo, per dare valore a chi lavora in campi che non producono beni materiali capitalistici (vi ricordate Pasolini e la sua critica allo sviluppo senza progresso?), vi sarebbe bisogno di un impegno non più per la difesa settoriale di ‘privilegiati’, bensì dell’impegno popolare e sociale per la redistribuzione della ricchezza e della tassazione. Vogliamo un mondo armato fino ai denti dove i nostri figli e le nostre figlie (e anche l’intero universo LGBTQ+) andranno in guerra, come sempre per servire i fini e realizzare gli scopi dei potenti di turno? O semplicemente per finanziare, come spiega Cacciari, la Germania e le aziende in crisi (ma anche gli States visti gli impegni che ci stiamo assumendo e la detassazione che stiamo garantendo alle sue imprese)? Oppure vogliamo ridisegnare una società dove siano centrali: educazione e sanità, assistenza e ricerca, cultura e arti, informazione e critica (anche quando è negativa…), trasporti pubblici e ambiente?
Come ha recentemente affermato una organizzatrice teatrale molto intelligente: è ora che le battaglie smettano di essere settoriali perché – aggiungiamo noi – nessuno si salva da solo.
(1) https://www.iltempo.it/attualita/2025/03/01/news/industria-piano-governo-settore-auto-produzione-armamenti-guerra-verderami-41749994/
(4) https://www.inthenet.eu/2021/01/15/itsart-pillola-azzurra-o-pillola-rossa/
(5) https://www.wired.it/article/itsart-chiude-franceschini-soldi-spesi/
(6) https://www.inthenet.eu/2025/05/30/sono-qui-per-te-dove-eravamo-rimasti-il-lavoro/
venerdì, 11 luglio 2025
In copertina: Image by 동철이 from Pixabay; nel pezzo: Stefano Massini, 2023, foto di Filippo Manzini (CC BY-SA 4.0)


The Globe: da Shakespeare a Instabili Vaganti
I Rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza salvaguardano la salute della forza lavoro?
IA e minorità
EDIPOp RE
Teatri di Pistoia. L’addio del Direttore artistico
InForme Festival 2026