Imprese militari e aziende industriali: c’è chi sale e c’è chi scende
di Federico Giusti
Sulle pagine dei giornali economici si è dedicato ampio spazio negli scorsi mesi alle imprese militari, ai loro fatturati e successi in borsa come volano alla ripresa dell’economia. Ma ancora una volta, come avvenuto nei decenni scorsi, la ripresa occupazionale passa attraverso i piani di guerra, alla produzione di nuovi sistemi di arma e di tecnologie dual use magnificando gli effetti positivi sull’occupazione.
Se confrontassimo i dati di borsa, gli utili azionari e i dividendi tra gli azionisti e i posti di lavoro creati, il bilancio sarebbe assai meno lusinghiero tenuto conto che in molte aziende le produzioni civili sono state progressivamente abbandonate, impiegando le maestranze nella produzione di nuovi sistemi di arma e con la ricerca indirizzata a fini di guerra e a tecnologie duali.
Dopo la decisione Ue di accrescere le spese militari, di riprendere con vigore le missioni internazionali nei Paesi nevralgici anche per il controllo delle vie energetiche e dei prodotti del sottosuolo, in piena estate è stato dato grande impulso alla piattaforma di Difesa comune per i cieli europei presentando il programma Eurofighter Typhoon come modello da seguire per il rilancio della collaborazione industriale europea. La piattaforma è nata per iniziativa di quattro nazioni (Germania, Regno Unito, Italia e Spagna) al fine di costruire aerei da combattimento di ultima generazione e competere con i prodotti statunitensi. Attorno alle imprese di guerra si muove pertanto la strategia industriale del vecchio continente, evitando di parlare di tutti i posti di lavoro perduti proprio a causa della guerra e del rincaro dei prodotti energetici. E come ormai sempre accade, si maschera l’operazione con il grandioso progetto di costruire un “nuovo ecosistema industriale interdipendente e altamente specializzato”.
I progetti di ricerca sono sempre supportati da studi cosiddetti indipendenti salvo poi scoprire che le analisi non sono super partes, il collegamento tra Fondazioni, centri studi, ricerca universitaria e imprese di armi non è mai diretto ma si avvale di finanziamenti apparentemente neutri. E per invogliare la partecipazione attiva dell’ambiente accademico si presentano gli effetti benefici della ricerca in ambito militare con risorse economiche aggiuntive assicurate ad alcuni atenei o facoltà universitarie, attraverso stage e borse di studio verso ‘gli studenti meritevoli’.
Altro argomento da trattare riguarda le cosiddette entrate fiscali per Paesi che tagliano le risorse al welfare, all’istruzione e alla sanità ma sono pronti a scommettere sui benefici derivanti dalla produzione di nuovi sistemi di arma oltre a sbandierare la creazione di migliaia di posti di lavoro.
Ora le obiezioni potrebbero essere innumerevoli. Ad esempio, ricordare che molte aziende nel corso degli anni hanno progressivamente smantellato la produzione ad uso civile e annotare che i nuovi aerei da guerra dovrebbero trovare degli acquirenti – il che presuppone un ricorso costante al conflitto bellico come soluzione dei problemi internazionali.
In questa narrazione a senso unico conta, al contrario, magnificare l’aumento del Pil derivante dalla produzione di armi senza mai evidenziare i costi sociali e umani pagati per la tenuta del sistema di produzione (1). E sono argomenti banali che tuttavia sfuggono alla umana comprensione. Del resto, è sufficiente indirizzare i motori di ricerca verso una tacita accettazione del ricorso alla guerra come leva indispensabile per la tenuta economica, fiscale e occupazionale del vecchio continente. Una sorta di neo-keynesismo di guerra già attuato negli Us, dove proprio in queste settimane sono decine di migliaia i posti perduti nella produzione industriale con la dismissione, o il ridimensionamento di interi cicli produttivi, di aziende giudicate competitive e innovative fino a pochissimi anni or sono.
All’ombra della guerra prosegue la narrazione autoreferenziale di un intero sistema che ormai si fa vanto della brutale uccisione di innocenti e della devastazione di intere aree geografiche con conseguenze sull’ambiente devastanti.
(1) Come riporta IlSole24Ore: “Il Pil dei Paesi Ocse è cresciuto dello 0,5% nel secondo trimestre del 2024, in analogia con il trimestre precedente e in linea con le attese. Lo fa sapere l’Ocse. Il Pil dei Paesi del G7 è cresciuto con una velocità maggiore, passando dal +0,2% del primo trimestre al +0,5% del secondo. La crescita del Pil in Italia nel secondo trimestre si ferma al +0,2%, in rallentamento rispetto al +0,3% del primo trimestre. Un bilancio che colloca la Penisola al penultimo posto, dopo la Germania con un -0,1% di Pil”. Si aggiunga che, nel secondo trimestre, il dato core (che esclude cibo, energia, alcol e tabacco) ha evidenziato un incremento del 2,9% dell’inflazione su base annuale. Il che significa che non solo non vi è stata crescita, bensì diminuzione reale del Pil.
venerdì, 18 luglio 2025
In copertina: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

