Coltan, i nuovi blood diamonds
di Luciano Uggè
In Africa lo chiamano coltan: è la columbite-tantalite, ossia due minerali utilizzati per vari impieghi industrali e nelle nuove tecnologie. Se il niobio si usa in metallurgia per la preparazione di leghe metalliche con elevato punto di fusione, il tantalio serve alla produzione di condensatori ad alta capacità e dimensioni ridotte, indispensabili per i cellulari e i computer.
E sono il suo possesso e commercializzazione al centro della guerra in Congo, dove un gruppo denominato M23 – spalleggiato dal Rwanda – porta avanti un conflitto che cela, come sempre, interessi economici.
Ad aprile 2024, il gruppo armato M23, non a caso, si è impadronito di una tra le concessioni minerarie più produttive della Repubblica Democratica del Congo. Secondo le Nazioni Unite, da allora, 120 tonnellate di coltan, estratte ogni mese, sono state esportate in Rwanda (pari al 15% del fabbisogno mondiale e a metà delle esportazioni congolesi, ovvero a 800mila dollari di ricavo mensile), che lo ha rivenduto nei mercati internazionali, mischiato al proprio, senza alcuna levata di scudi sulla provenienza dello stesso. In pratica, uno Stato si è comportato come un qualsiasi ricettatore di merce rubata, e noi l’abbiamo acquistata pur conoscendone la provenienza.
Il Presidente rwandese Paul Kagame, alla conferenza stampa del 7 gennaio, nella quale ha respinto le accuse e commentato vari punti di un Rapporto presentato alle Nazioni Unite con prove di tale traffico illegale, ha affermato che “il furto di minerali” è “un falso problema” (letteralmente: imaginary problem). Nel Rapporto si afferma che M23 non avrebbe potuto impadronirsi della zona mineraria di Rubaya senza l’aiuto del Rwanda e che dai “3 ai 4mila soldati rwandesi” stanno combattendo a fianco dei ribelli.
Il commercio illegale di coltan coinvolge diversi anelli della supply chain e attori anche internazionali, dai gruppi armati alle aziende private. Ciò che emergerebbe nel Rapporto è il sostanziale fallimento delle misure varate per la tracciabilità dei minerali (l’International Tin Supply Chain Initiative, ITSCI) volto a combattere il commercio illegale che, come per i diamanti, è sempre sporco di sangue. L’ITSCI, oltre a tracciare la provenienza dei minerali, dovrebbe garantire che gli stessi non siano ottenuti attraverso il lavoro, in miniera, di bambini, donne in stato di gravidanza e in contesti, come quello congolese, di violenza armata. Già nel 2022, però, la Ong, Global Witness, accusava tale siatema di essere utilizzato, in realtà, per ripulire grandi quantità di “coltan insanguinato”.
La zona mineraria di Rubaya era al centro di scandali e indagini governative congolesi, anche prima del 2024. La Société minière de Bisunzu (SMB), che ne era concessonaria, con a capo il senatore cpngolese Édouard Mwangachuchu Hizi, nel 2013, aveva autorizzato Cooperamma, un gruppo locale di minatori, di occuparsi direttamente dell’estrazione in cambio della vendita del coltan alla SMB (che agiva, di conseguenza, a livello monopolistico). Il 1° marzo 2023, Hizi era arrestato per “tradimento” e per aver messo in pericolo “la sicurezza nazionale” – sospettato di aver organizzato una propria milizia e di stare fornendo supporto logistico e finanziario a M23. Condannato all’ergastolo a ottobre dello stesso anno, l’attività mineraria a Rubaya, che avrebbe dovuto essere sospesa – sia a causa dell’approssimarsi di M23, sia di vari incidenti occorsi con conseguente perdita di vite umane, e sia per le indagini circa irregolarità nelle vendite e nel versamento delle relative tasse – non è mai venuta meno. Per circa un anno la zona è passata sotto il controllo della Coalition des Patriotes Résistants Congolais-Force de Frappe (PARECO-FF), gruppo paramilitare ufficialmente alleato delle forze armate congolesi (FARDC), il quale ha imposto ai minatori condizioni di lavoro durissime e una ulteriore tassazione. Quindi, nonostante il divieto di estrazione varato dal Governo, l’attività è proseguita senza soluzione di continuità.
Anzi, si sospetta che già dal 2023, indirettamente, M23 e il Rwanda si fossero alleati con PARECO-FF (e forse le stesse forze armate congolesi presenti in loco) dato l’aumento senza precedenti (addirittura del 50% rispetto al 2022) delle esportazioni di coltan registrato in Rwanda.
Da quando ha preso direttamente il controllo di Rubaya, M23 si è arrogata il diritto di stabilire una specie di governo ombra con tanto di permessi di estrazione e commercializzazione di quello che viene denominato coltan della “Repubblica Democratica del Congo – Provincia del Nord Kivu”. Unica nota positiva, per evitare che i minatori scappassero – vista la situazione di grave instabilità – sono state raddoppiate le loro magre paghe. Accanto a ciò, va però notato il pesante pattugliamento da parte dei ribelli non solo del sito minerario ma anche della città (1).
Come sempre, ogni parabola umana insegna qualcosa. Ad esempio, che i consumatori finali, europei e statunitensi, che cambiano i loro smart phone ogni anno, quasi fossero abiti che passano di moda, forse dovrebbero chiedersi da dove proviene il coltan nel proprio gingillo di tendenza e pretendere almeno che i minerali che lo compongono non siano sporchi di sangue – a fronte di cifre sempre più esagerate per prodotti che, alla fin fine, usiamo per telefonare e scattare qualche stupido selfie.
*Jean Paul Sartre
(1) I dati contenuti in questo articolo sono tratti dal Rapporto delle Nazioni Unite e dagli articoli apparsi su The Africa Report
venerdì, 18 luglio 2025
In copertina: Foto di Kone Kassoum da Pixabay

