Dal Sudafrica alla Palestina: il Sud Globale è l’alternativa?
di (e traduzione di) Simona Maria Frigerio
Con una quarantina di opere teatrali alle spalle, artista residente presso l’Università di Pretoria, dove gli è stato conferito un dottorato honoris causa per il suo attivismo nel campo culturale e per il suo lavoro creativo, contattiamo Mike van Graan proprio mentre si trova in Sudafrica per porgli una serie di domande che esulano dal mondo del teatro e si concentrano su temi che lo vedono in prima linea da lustri: il suo impegno contro l’apartheid, prima, e adesso in favore della Palestina.
La prima domanda nasce da una sollecitazione che proviene alla nostra Redazione da varie parti. Sembrerebbe che il problema palestinese non ci riguardi direttamente o sia troppo grave perché il cittadino comune, l’artista, il blogger o l’intellettuale possano incidere realmente, e che sia compito solamente della politica e della stampa mainstream parlarne e risolverlo. A van Graan chiediamo se, secondo lui, la società civile è davvero così impotente.
Mike van Graan: «Assolutamente no! Tutti quanti noi possiamo fare qualcosa. Basta guardare ciò che accade nei festival teatrali o musicali. Gli artisti hanno espresso un’enorme empatia verso il popolo palestinese e, per questa ragione, decine di migliaia di persone, che hanno partecipano ai festival, si sono rese conto di ciò che sta accadendo e, a loro volta, riferendo ciò che hanno sentito, milioni di persone sono diventate consapevoli del genocidio in atto. Se non agiamo, siamo complici. Qui non si tratta di una guerra tra due Stati perché i palestinesi non hanno uno Stato, si tratta di un genocidio».
Teoricamente lo Stato di Palestina dovrebbe esistere – vista la Risoluzione n° 181, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina sotto Mandato britannico in due nazioni – una a maggioranza araba e una ebraica. Cosa pensa del ruolo che sta svolgendo oggi l’Onu in questa crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche?
M.v.G.: «Le Nazioni Unite andrebbero riformate. Non esiste che se 180 Paesi vanno in una direzione – uno solo – gli Stati Uniti, metta il veto e l’Onu non possa agire. Questo è inaccettabile. Tutti quanti dobbiamo impegnarci perché tale meccanismo cambi. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, con la nascita delle Nazioni Unite, in molti abbiamo combattuto perché la Dichiarazione dei Diritti Umani fosse rispettata e le organizzazioni internazionali se ne facessero carico. L’Occidente se ne è fatto ‘paladino’ ma quello che vediamo realmente è che è barbarico tanto quanto lo era secoli fa».
Visto quanto sta succedendo a Gaza, ma anche nei campi profughi e in tutta la Cisgiordania, lei crede ancora possibile la soluzione dei Due Stati, tra l’altro ribadita recentemente anche al Summit dei Brics+ a Rio de Janeiro?
M.v.G.: «No, assolutamente no. Israele ormai sta perseguendo una politica di allargamento che va oltre Gaza, sta annettendo parti del Libano, la sua ambizione è di conquistare più terre possibili. Come si può pensare di vivere in pace, a fianco di un Paese come Israele che non è interessato alla pace ma persegue l’obiettivo di ricostituire uno Stato che crede gli sia stato promesso da Dio? Non si può più parlare della soluzione dei Due Stati. L’obiettivo dovrebbe essere uno Stato laico – com’è il Sudafrica – dove ognuno ha i medesimi diritti e la comunità internazionale deve comprendere che si ottiene la pace quando le persone vivono in pace e, quindi, bisogna risolvere il problema delle armi e del loro possesso e uso. Israele è un Paese razzista, che nutre un autentico odio contro i palestinesi. La comunità internazionale dovrebbe invitare tutti gli israeliani con un doppio passaporto a tornare nei loro Paesi, e tutti coloro che non vogliono vivere nello stesso Stato con i palestinesi dovrebbero essere incoraggiati a emigrare in altre nazioni che dovrebbero accoglierli. I palestinesi, al contrario, hanno sempre vissuto in quella terra e dovrebbero poter continuare a farlo».
Lei pensa che la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC) voluta da Desmond Tutu sia stata la migliore scelta possibile? Una cosa del genere, oggi, potrebbe essere replicata in Palestina?
M.v.G.: «Questo significherebbe che le persone responsabili di crimini di guerra, contro l’umanità o genocidio non risponderebbero delle loro azioni. Non finirebbero mai sotto processo e non sarebbero mai incarcerate. In Sudafrica fu una decisione politica per facilitare la riconciliazione ma coloro che avevano commesso violazioni dei diritti fondamentali, confessandole, sono stati perdonati e hanno potuto continuare con la loro vita senza essere stati dichiarati responsabili e averne pagato le conseguenze. Dall’altro lato, le loro vittime non hanno avuto giustizia né alcun risarcimento per quanto subito, tranne un minimo dallo Stato. Ma tale soluzione, dopo ciò che ha fatto Israele per così tanti decenni e per il genocidio che sta commettendo sotto i nostri occhi, non è possibile. Bisogna che la comunità internazionale, ripeto, si faccia carico della demilitarizzazione di Israele e del ritiro di tutte le armi che hanno in dotazione, ad esempio, i coloni, e si assicuri, innanzi tutto, che si arrivi alla pace».
Secondo lei l’Occidente, e soprattutto l’Europa, sta facendo abbastanza?
M.v.G.: «L’Occidente è complice del genocidio. È complice dell’uccisione di madri, bambini e della distruzione di tutte le infrastrutture fondamentali. L’Occidente non ha più nessun diritto di dire ad alcun Paese o ad alcuna dittatura che deve aderire ai suoi principi perché negli ultimi 20 mesi non solo è rimasto in silenzio ma ha continuato ad aiutare e a fornire equipaggiamento militare, oltre che supporto politico e diplomatico, a Israele, affinché quest’ultimo portasse avanti ciò che Francesca Albanese (1) ha definito: «un brutale genocidio». Ovviamente tutti i genocidi sono brutali, ma questo è probabilmente il più brutale della storia recente e non era mai accaduto che avvenisse qualcosa di simile e di questa vastità con la complicità dell’intero Occidente».
L’Occidente può ancora vantarsi di essere il paladino della libertà di opinione ed espressione?
M.v.G.: «Pensiamo al vasto dissenso popolare e a coloro che manifestano la loro opposizione al genocidio in atto: sono silenziati. Vi è una precisa volontà politica di eliminare tutte le persone che hanno consapevolezza di quanto sta accadendo. Eppure ciò che sta accadendo nasce dalle medesime motivazioni – razzismo, avidità, imperialismo – che hanno spinto l’Europa, ma anche gli Stati Uniti, l’Australia e il Canada a sterminare le popolazioni indigene. E questo per sottrarre loro la terra e le risorse naturali. Ciò che sta facendo oggi Israele è esattamente lo stesso che hanno fatto dal Regno Unito alla Spagna nei secoli scorsi e, come ho già detto, l’Occidente è barbarico tanto oggi quanto lo era in passato. Il genocidio dei palestinesi lo dimostra. Dobbiamo riscrivere talmente tante di quelle Convenzioni e Trattati alla luce di ciò che sta accadendo a Gaza perché tutto questo non si ripeta mai più».
Il 29 dicembre 2023 il Sudafrica è stato il primo Stato a presentare un’istanza contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), organo giudiziario delle Nazioni Unite, denunciando violazioni da parte di Israele degli obblighi previsti dalla Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio in relazione ai palestinesi della Striscia di Gaza. Pensavate che molti altri Paesi – soprattutto i partner storici dei Brics, Russia, Cina , India e Brasile – vi avrebbero appoggiati e si sarebbero uniti a voi (2)?
M.v.G.: «Molti Paesi si stanno unendo alla nostra istanza presentata di fronte alla Corte di Giustizia dell’Aia, in primis la Colombia. Inoltre si stanno unendo alla nostra battaglia molte organizzazioni e personaggi influenti, pensiamo a Jeremy Corbyn nel Regno Unito, ma anche la società civile in molte nazioni, perfino negli Stati Uniti. La maggior parte delle iniziative, però, ci accorgiamo che stanno arrivando dal Sud Globale: dobbiamo unirci e aumentare il nostro peso politico nel genocidio in corso a Gaza, ma anche nel futuro del mondo perché l’Occidente collasserà velocemente».
L’ultima domanda riguarda il Sudafrica. Ormai sono passati oltre trent’anni dalla fine dell’Apartheid e dalle prime elezioni libere e democratiche. Com’è la situazione a livello economico e politico e come sono cambiate le relazioni tra bianchi e neri?
M.v.G.: «La nostra società, dopo trent’anni di democrazia, soffre delle medesime diseguaglianze di allora. Anzi, forse persino maggiori di quelle che avevamo nel 1994. Qui c’è una minoranza benestante e persino ricca e una maggioranza, soprattutto nera, ancora in stato di povertà. Per far parte dell’élite – e questa è probabilmente un’eredità del colonialismo – occorre parlare bene l’inglese, avere la possibilità di accedere a un buon livello di istruzione, eccetera. Ci sono più persone senza lavoro, oggi, che nel 1994. Il tasso di disoccupazione supera il 30% e se le persone non lavorano non hanno nemmeno i mezzi per il sostentamento perché gli aiuti sociali sono limitati. Il problema è che, sebbene vi siano al potere molti leader neri, la corruzione politica è a tali livelli che basta guardare le ultime elezioni per capire quanto le persone si sentano deluse. L’African National Congress ha perso la maggioranza: promesse vuote e corruzione. Dobbiamo cambiare e imparare tutti quanti la lezione, ivi compreso il Sudafrica».
(1) Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati
(2) Per approfondire:
venerdì, 1° agosto 2025
In copertina: Mike van Graan, particolare (per ragioni di layout) di una sua foto presente su https://mikevangraan.co.za

