Tina Modotti e Gerda Taro
La storia siamo noi. Ritratti al femminile che sfatano i luoghi comuni
di Simona Maria Frigerio
Troppo spesso sento dire che la storia è appannaggio degli uomini e certamente i libri di scuola parlano molto di guerre, re e dittatori, scienziati e artisti – sempre al maschile. Eppure sarebbe proprio compito nostro, di noi donne, valorizzare l’altra metà del cielo che non è stata solo composta da figure mitiche, archetipiche o immaginarie, da Fedra a Ecuba fino a Orlando, bensì da donne in carne e ossa che hanno influenzato i potenti e segnato il corso della storia, ordito trame di palazzo e dipinto capolavori, studiato le stelle e rivoluzionato la letteratura, sacrificato la vita lottando sulle barricate – armate di fucile o di teleobiettivo – volato su ali meccaniche o veleggiato sulle onde transoceaniche. A tutte loro dedicheremo alcuni articoli per non dimenticarci che è anche nostra la responsabilità di essere arrivate sull’orlo dell’abisso – e l’abisso può essere attraente solo quando si sia ignare dell’esistenza del firmamento.
Tina Modotti e Gerda Taro
Le prime due donne che mi vengono alla mente sono nate proprio in questo mese, agosto: Tina Modotti a Udine, il 17 agosto 1896, e Gerta Pohorylle, meglio nota come Gerda Taro, a Stoccarda, il 1º agosto 1910. Entrambe sono state le amanti amate di due uomini noti, il rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella e il fotoreporter di guerra Robert Capa; ma soprattutto sono state due fotografe che hanno rivoluzionato il nuovo mezzo espressivo agli albori dell’era dell’immagine.
Tina muore in circostanze misteriose (secondo Diego Rivera perché coinvolta nell’assassinio del rivoluzionario russo Lev Trotsky) a Città del Messico, il 5 gennaio 1942; Gerda a Madrid, il 26 luglio 1937, durante la guerra civile spagnola: aveva solo 26 anni e stava seguendo la massima attribuita al suo compagno: “Se le tue foto non sono abbastanza buone, è perché non eri abbastanza vicino”.
Tina Modotti ha iniziato a interessarsi alla fotografia grazie a Edward Weston, di cui divenne modella e poi amante; e con lui, a Città del Messico, ottenne l’incarico di scattare le foto con le quali corredare il libro Idols Behind Altars, dell’antropologa Anita Brenner, ma – cosa ancora più importante per la sua crescita professionale – divenne la fotografa di riferimento dei muralisti messicani (soprattutto José Clemente Orozco e Diego Rivera) oltre che di Frida Kahlo. Nel 1929, la sua retrospettiva al Museo Nacional de Arte di Città del Messico sarà presentata come «la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico».
Modotti utilizzava la macchina fotografica come “strumento di indagine e denuncia sociale”, esaltando i simboli del lavoro manuale, del popolo e del suo riscatto (mani di operai, manifestazioni politiche e sindacali, falce e martello). Fu anche tra i primi fotografi di strada ed era contraria, a differenza ad esempio di un Robert Doisneau (che ideava a tavolino i suoi scatti apparentemente fortuiti), ai ‘trucchi’ e alle ‘manipolazioni’ della realtà. Del 1929 forse una delle sue immagini più celebri, Le mani del burattinaio (https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Tina-Modotti/255308/Mani-del-burattinaio,-1929.html): chiara la denuncia politica attraverso uno scatto che coglie lo spirito surrealista e simbolista dell’epoca.
Gerda Taro, rivoluzionaria e militante della resistenza antifascista e antifranchista, è stata tra le primissime fotoreporter di guerra, con un occhio sempre attento al conflitto in corso, il cuore teso alla compartecipazione emotiva e la mente vigile per capire cosa stesse realmente accadendo in Spagna e quale fosse la posta in gioco per l’intera Europa. Uno tra i suoi scatti più famosi, targato 1936, vede proprio un uomo e un bambino spagnoli vestire i panni dei miliziani, https://fr.pinterest.com/pin/110267890862781846/.
Il 25 luglio 1937, mentre viaggiava sul predellino esterno della vettura del generale polacco ‘Walter’, alcuni aeroplani tedeschi iniziarono a mitragliare il convoglio repubblicano che riportava i feriti dal fronte di Brunete. Un carro armato urtò l’auto alla quale era aggrappata Gerda, che cadde sotto i suoi cingoli restando schiacciata. La salma di Taro fu traslata a Parigi e seguita da 200mila persone, tumulata al Père-Lachaise con tutti gli onori dovuti a un’eroina repubblicana (e vide persino lo scultore Alberto Giacometti realizzare il suo monumento funebre). Ma nel 1942 il regime collaborazionista nazi-fascista francese censurò l’epitaffio inciso sulla tomba di Gerda, e la sua tomba fu l’unica a essere violata dai nazi-fascisti – forse per le sue origini tedesche, forse perché al potere fa sempre più paura una donna, che non un uomo rivoluzionario. O forse, come per Ernesto Che Guevara, perché poteva diventare un’icona per la Resistenza – in quel caso francese.
venerdì, 1° agosto 2025
In copertina: Tina Modotti in un ritratto di Edward Weston e Gerda Taro (foto di sconosciuto). Entrambe di Pubblico dominio


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