Un piccolo gesto quotidiano che può mandare un messaggio chiaro
di Luciano Uggè
I tormentoni di Ferragosto di solito sono altri… Ma lo sappiamo tutti bene che oggi la politica è al servizio dell’economia e della finanza e non viceversa. Ecco perché non solamente nel corso del genocidio ma anche dopo un cessate il fuoco (vista l’incapacità di Israele di mantenere la parola data) e finché non sarà sancita da tutti i Paesi dell’Onu la nascita dello Stato di Palestina con chiari confini territoriali e l’espulsione di tutti i coloni dalla Cisgiordania e dai Territori Occupati dal 1948 in avanti, occorrerà fare pressione perché Israele smetta di essere la mano armata occidentale nei Paesi arabi.
Per farlo non occorrono 800 miliardi in armamenti e nemmeno il 5% del Pil, occorre semplicemente che ognuno di noi faccia scelte di acquisto consapevoli, che vadano a incidere non solamente sulle esportazioni di Israele ma anche sulle aziende che hanno sede legale o quartier generali in quel Paese, che vi esportano armi e tecnologie a uso bellico, che lo sostengono finanziariamente coi prodotti e i servizi che vendono a noi occidentali. I primi a capire che occorre troncare ogni relazione con chi si comporti in maniera inumana furono gli irlandesi che, nel 1880, si opposero in questo modo a J. Boycott, amministratore dei beni di lord Erne.
Boicottare non può essere considerato un reato – anche se il capitalismo tende a etichettarlo come tale – in quanto equivale semplicemente a esercitare la propria libertà di scelta come consumatori, evitando di farci influenzare dalla pubblicità o dall’appeal del testimonial o del refrain, e perfino dal ricatto dei posti di lavoro (bandiera più volte sventolata a sproposito dai sindacati italiani).
Alcune aziende, per attrarre i consumatori – ovvero cittadini sempre più consapevoli del genocidio in atto in Palestina – hanno già capito l’antifona e propongono ai loro clienti, ad esempio, la Gaza Cola al posto della Coca Cola. Sebbene suoni solo come una manovra di marketing, a volte il nemico del mio nemico può essere mio amico e, in un sistema consumistico, la marca, il logo di un’azienda, può trasformarsi da status symbol a elemento che nuoce alle vendite.
E ancora, come rivendica BDS (1), anche il disinvestimento può essere molto nocivo per le aziende ‘tossiche’. Quando andate in banca, ad esempio, e vi propongono le azioni di quelle società che state boicottando al supermercato, evitate di comprare le loro azioni, non investite i risparmi in multinazionali che producono armi, pretendete di sapere cosa contengono realmente i fondi comuni che vi offrono. Seguiamo l’esempio del maggiore fondo pensioni norvegese, KLP, che ha deciso di disinvestire i risparmi dei suoi azionisti in due aziende che forniscono tecnologie militari a Israele e, precisamente, la statunitense Oshkosh Corporation, che produce soprattutto veicoli militari, e la tedesca ThyssenKrupp, con svariati prodotti nel settore degli armamenti (2).

Ovviamente in attesa anche dell’ultima arma disponibile per una società civile e non bellicosa, ovvero una risoluzione delle Nazioni Unite (le uniche legittimate a emanarle) che imponga sanzioni contro lo Stato di Israele.
(1) https://bdsitalia.org/index.php/campagne/diritto-boicottaggio
venerdì, 15 agosto 2025
In copertina e nel pezzo: Locandine per la promozione del boicottaggio

