Il Giappone al MuVIM tra natura, gesto e astrazione
di Noemi Neri
Valencia – Al Museu Valencià de la Il·lustració i de la Modernitat (MuVIM) si è chiusa il 17 agosto 2025 la mostra “Lo specchio della bellezza. Arte giapponese dal XVI al XX secolo”, a cura di Raúl Fortes Guerrero (Universitat de València). Un viaggio affascinante che ha portato a Valencia oltre tre secoli di arte e cultura del Giappone, in un dialogo costante tra natura, spiritualità e gesto quotidiano.
Il percorso espositivo, concepito come un albero allegorico, affondava le radici nella “bellezza naturale”, da cui si diramavano tre grandi rami – fenomeni atmosferici, paesaggio ed elementi minerali, vegetali, animali e umani – che trovavano compimento in una raffinata riflessione sulla “bellezza artificiale”, frutto della mano dell’uomo. Da qui, un fiorire di ulteriori ramificazioni: il paesaggio umano, la bellezza astratta di teatro e calligrafia, la bellezza elegante dei rituali e delle arti tradizionali.


In Giappone natura viva, non morta
Uno dei nuclei più suggestivi era dedicato all’elemento animale: uccelli, insetti e creature simboliche come la gru o il drago. Qui emergeva una differenza radicale con l’arte occidentale: mentre in Europa le nature morte prediligevano frutta, fiori, selvaggina, oggetti inanimati, spesso già recisi o uccisi, in Giappone gli artisti raffiguravano esseri vivi e vitali, colti nel loro habitat. È un approccio che rispecchia le credenze buddiste: ogni creatura, anche la più minuta, partecipa al cosmo e merita attenzione. Così, cicale e libellule comparivano con pari dignità accanto a figure nobiliari o scene cerimoniali.
Accanto a questa visione, però, il Giappone mostrava il suo volto contraddittorio: xilografie come quella di Chikanobu Toyohara (1897) raffiguravano scene di caccia a cavallo, rivelando una sensibilità più vicina all’immaginario occidentale. Una tensione che restituiva la complessità di una cultura capace di oscillare tra contemplazione e dominio.



Pietre, fiori, uomini
Il dialogo tra elementi naturali proseguiva con i suiseki, pietre levigate dalla natura e poi accolte in contesti meditativi. Veri e propri objets trouvés ante litteram, le rocce giapponesi diventavano microcosmi da contemplare, simboli di impermanenza e meditazione buddista.
Il mondo vegetale, onnipresente, spaziava dalla delicatezza dei ciliegi in fiore alla geometrizzazione di motivi su tessuti e ceramiche. Ogni specie era associata a una stagione, ogni fiore era metafora di caducità o longevità. La figura umana, a sua volta, si inseriva in questa armonia, spesso ridotta a supporto per abiti, armature, tessuti. L’essere umano diventava ornamento, parte di un continuum naturale ed estetico.

Il potere del gesto
La sezione dedicata alla bellezza astratta conduceva nel mondo del teatro tradizionale – noh e kabuki – e della calligrafia. Le maschere, i trucchi scenici e la scrittura corsiva perdevano ogni intento realistico per trasformarsi in pura forma, segno svuotato di significato, ma carico di energia estetica. Un’estetica che trovava eco nelle riflessioni di Roland Barthes, per il quale la femminilità, incarnata dagli onnagata (attori maschi del teatro kabuki specializzati nell’interpretazione di ruoli femminili), è “un’idea, non una natura”.
Infine, la bellezza elegante: i rituali, dall’ikebana alla cerimonia del tè, dai giochi di carte alla contemplazione dei ciliegi, restituivano il valore del gesto quotidiano come arte. Ogni inclinazione del corpo, ogni movimento della mano diventava un atto estetico e spirituale. Qui la bellezza coincideva con il tempo, con la sua fugacità, con la consapevolezza dell’effimero.

I sette volti della bellezza
Il percorso si chiudeva con una sintesi che raccoglieva sette forme di bellezza: semplicità, usura, imperfezione, invisibile, packaging, casuale e simbolica. Un canone che trascendeva il Giappone per parlare, in realtà, dell’essenza stessa dell’arte: la capacità di trasformare la materia e lo sguardo in esperienza estetica.
“Lo specchio della bellezza” è stata dunque più di una mostra: un viaggio nella filosofia di un Paese che ha saputo trasformare il quotidiano in rituale e l’impermanente in eterno.
venerdì, 29 agosto 2025
In copertina e nel pezzo: Foto fornite da Noemi Neri


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