Un reportage da una tra le Gallerie più interessanti sull’ottava arte
di Emilio Nigro
Ho preso un paio di mesi per scrivere. Perché nel frattempo sono stato altrove. A chi importa questo? Se andrete avanti nella lettura, significa. Vero anche che ho avuto timore reverenziale, avendo scritto poco di fotografia, in un tempo in cui bisogna essere esperti al pari degli intelligenti artificiali. Avendone scritto poco e per qualche giornale, il cui pubblico sarebbe stato facile intontirlo sussurrando parole gradevoli, quando credevo la scrittura fosse canto di sirene. Peccati di gioventù. Che è pur vero il leggere debba coinvolgere come un ammaliamento, ma non per peccato.
La fotografia, altrimenti o altrettanto, cattura il momento e lo restituisce per un coinvolgimento posteriore e presente al contempo. Ferma l’immagine che ha vita. Inquadra un momento di esistenza, con attori reali o paesaggi o obiettivi immobili, che zooma interiormente non delineando didascalie. Un’arte in movimento statico. Un altro incantamento, se la filigrana dello spirito si lascia penetrare non opponendo resistenza. Se al giudizio critico si preferisce un sano coinvolgimento emotivo. Non ignorante, no, ma ingenuo, direi lirico. Può trasformarsi in canto di sirene, una immagine fissata.
Se si tratta di Henry Cartier-Bresson è tutto più scontato. Soltanto il nome, il sentirlo nominare, predispone la mente e il corpo a un effetto placebo. Si sa di lui senza averlo mai visto o averne mai visto un’opera, delineiamo nella nostra psiche una fruizione precedente all’atto. È il potere della comunicazione, dell’aura mediatica attorno agli autori, degli ologrammi della suggestione mentale. Perfino io, criticone, prevedo contorni stabiliti di cosa avrei visto. E rimango spiazzato. Il pensiero quasi mai non mente, enfatizzando o diminuendo.
La prima foto dinnanzi a cui mi trovo, e vacillo, è una foto di un gruppo di bambini in piazza del Palio, a Siena, con le braccia allargate a mimare un volo d’aeroplano – ma mi piace pensare sia un volo di Albatro. La mente già si sdoppia: è chiaramente un aeroplano ad essere mimato ma per me è il grande uccello poetizzato da Baudelaire. E che ne sanno i bambini del disagio di un poeta, aggiungo in rimprovero. Continuo a pensare sia inconcludente questa cronaca giornalistica parlando dei miei viaggi mentali interiori, ma se siete arrivati a questo punto e non mi abbandonate, significa.
La foto è in bianco e nero, come tutte le altre 160 qui alla Camera – Centro Italiano per la fotografia, che a maggio, in una mite Torino, perde un po’ della sua austerità a favore di un dolce e rilassato encomio a una pensosa leggerezza. In bianco e nero a incarnare colori pennellati dall’immaginario eccitato dalla visione. Gli scatti di Cartier-Bresson sono rubati. Niente pose e teatrini. La vita gli si svela dinnanzi. O piuttosto scorre, va, nella sua giocosa imprevedibilità e incredibilità, e un occhio attento e sensibile coglie, prende, o tenta a caso e il caso lo asseconda e favorisce. In bianco e nero è l’Italia degli anni 30, 40, 70, quella, quest’ultima, dell’industrializzazione pesante (sotto l’egida dei capitali americani), quella postdramatique della resistenza partigiana (a essere romantici) e della devastazione psicosomatica della guerra mondiale, l’Italia della tradizione e della enorme bellezza, delle città immortali, la Napoli degli sciuscià e dell’antico meraviglioso, Roma della gloria imbalsamata, il Sud delle ombre e delle contraddizioni, delle libertà e dell’idea di morte e il rispettivo lamento scandito a tempo di vita, i giochi di luce e buio, le storie dei volti, le storie delle assenze.
A sancire un rapporto, tra Cartier-Bresson e il Paese, fatto dell’intreccio delle reciprocità silenti e complicate tra l’artista e i luoghi d’elezione o di respingimento. Rapporti mai di superficie, per cui la mobilità interiore è profilo zigrinato nell’esposizione estetica. A restituirsi non è una immagine di repertorio o utile a cronache scontate o retoriche ma un’esperienza di oscillazione intima, psichica, emozionale. Certo, inevitabile accorgersi della accuratezza tecnica della confezione del ‘prodotto finito’, ma è piuttosto un processo di post produzione che una pianificazione a monte. Come tutte le creazioni artistiche, conseguenza dell’estro e della sregolatezza dell’ispirazione furiosa altrimenti al sedersi a tavolino.
Ottimale la disposizione delle foto nei saloni a ricreare un percorso a tappe sensoriale oltre che visivo. La chicca di un proiettato, in saletta allestita semplificando la fruizione e aggraziando scenograficamente l’arredo, in cui Cartier Bresson parla e sparla di sé incalzato da un giornalista complice e provocatorio.
Ci vuole tempo per introiettare la bulimia sensazionale scaturente a partecipare a una mostra del genere. A meno che non si vuole restituito il servizio da impiegati della penna. Mi si perdonerà, spero, se mi sono preso la confidenza di questo tempo e di questo trattare la materia. Chiedo di non biasimarmi, da autore, se ho cercato di ridare cosa l’autore delle fotografie propone di diffondere senza presumere di eccitare fino quasi al misticismo o prendersi il merito di firmare capolavori. Ridare, umilmente, la bellezza avuta, lo sguardo slacciato dai sentimenti di convenzione, lo sguardo avvalso della libertà di oltrepassare, di oltraggiare finanche, senza dispetto, senza dolo. Restituire, da autore qualunque, l’ebbrezza di un artista resistito a sé e ai tempi, destinato all’immortalità. Rappresentando di luoghi, di chiaroscuri, di gente e dinamiche tra genti. Con un poco di sensibilità. E il tremore dovuto allo sguardo non distratto. Tremore che si tenta di fare vibrare collettivamente.
Per spiriti in ascolto.
Camera – Centro Italiano Per La Fotografia
via delle Rosine, 18 – Torino
orari: lunedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica, dalle ore 11.00 alle 19.00; giovedì, dalle ore 11.00 alle 21.00 (martedì chiuso)
venerdì, 5 settembre 2025
In copertina: Una foto pubblicata sul sito https://camera.to/ (MAGNUM_AriannaVisani)


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