
La propaganda della pubblicità progresso e le tecniche di distorsione della realtà
di Simona Maria Frigerio
Il caso Pippo Baudo e i bambini di Gaza
La cosiddetta tecnica di distrazione di massa funziona, e mi sono accorta della sua pervasività nelle pigre giornate agostane. Una collega su un social ha fatto notare che il giorno prima era morta una ragazza a Gaza (purtroppo ne muoiono ogni giorno), ma tutti i quotidiani e Tg parlavano del decesso dell’89enne Pippo nazional-popolare. Poi, a tavola con amici, mi sono accorta che – complice la musica anni 60 di sottofondo – anche i nostri discorsi si rivolgevano a Baudo, alla sua carriera di tutto rispetto e ai tanti show del sabato sera che aveva presentato, ma che qualcuno già non ricordava più. E allora ho capito: concentrare l’attenzione sul decesso di un solo personaggio noto per cancellare le migliaia di decessi di sconosciuti che avvengono con tragica quotidianità, anzi con scientifica, burocratica determinazione – la ‘banalità del male’.
Africa politically correct v/Gaza forbidden
Sempre nelle giornate agostane – coincidenti con le dichiarazioni dei redditi – si sono moltiplicati i messaggi televisivi che invitano a devolvere il proprio 5×1000 a questa o quell’altra Ong che si occupa di salvare, soprattutto dalla fame e dalla sete, i bambini. Bambini rigorosamente neri e africani. Nessun accenno a yemeniti, palestinesi o mediorientali. Come mai? Ovviamente il ricordo del Biafra deve avere un suo peso sulle generazioni più anziane (come l’Olocausto), e ovviamente le fasce di popolazione che la pubblicità progresso vuole raggiungere con quelle campagne dovrebbero essere quelle di ‘sinistra’, vicine alle istanze dei migranti. Quindi, riproporre il solito neonato (che ormai avrà vent’anni), nero e africano, raggiunge tre obiettivi: cancella il genocidio palestinese per fame e sete, culla nei propri sogni buonisti i ‘sinistrorsi’ e avalla la propaganda delle Ong che salverebbero i ‘poveri migranti in mezzo al Mar Mediterraneo’ – per poi abbandonarli alla clandestinità, allo sfruttamento e, nei casi peggiori, al crimine organizzato.
La ricerca sulle malattie rare in un Paese civile
Sempre in periodo di dichiarazione dei redditi si moltiplicano le pubblicità progresso a favore di associazioni e Onlus più che meritevoli. E però nessuno si domanda come mai in un Paese ricco come l’Italia (non siamo forse tra i 7 Grandi, i G7 appunto?), i miliardi ‘spillati dalle nostre tasche’, ogni mese, con le tasse sul reddito (e a cui dovrebbero contribuire anche le tasse sulle rendite e quelle sulle imprese… dovrebbero), non vadano nella ricerca sulle malattie rare, o del sangue, o per il supporto dei disabili e delle loro famiglie? Perché, oltre che giustamente versare le tasse dovute, dobbiamo dare un contributo supplementare? Perché le nostre tasse invece che finire in assistenza, ricerca, sanità pubblica universalistica, eccetera, devono finire in armamenti che possono tradursi solamente in una Terza guerra mondiale e, se non nella fine dell’umanità (ivi compresi tutti quei bambini che dovremmo aiutare con le nostre donazioni), sicuramente dell’Europa come la conosciamo?
I processi mediatici
Zappando sul telecomando, sempre per pigrizia afosa più che atavica, mi sono imbattuta in uno dei tanti programmi crime. Ascoltando l’esposizione di un caso vecchio di oltre un decennio, ha suscitato il mio interesse un’affermazione in particolare. Un intervistato affermava che i processi devono essere mediatici, ovvero devono arrivare in televisione. Non devono celebrarsi solamente nelle aule dei tribunali con ‘quattro gatti presenti’. Ovvio che poi deciderà il giudice, però l’opinione pubblica deve poterli seguire. “Perché?”, mi sono chiesta. Certamente in un processo sulla morte di uno o più lavoratori per inefficienze negli impianti di sicurezza o perché intossicati (pensiamo all’amianto), o nel caso di una falda acquifera inquinata (il che significa che è meglio che non beva l’acqua dal rubinetto se vivo in zona), o ancora quando si tratti di una strage di civili (dal Cermis a Ustica), la notizia ha un peso e un valore per l’intera comunità – che deve esserne informata: questo il compito di noi giornalisti. Ma quando si tratta di un fatto privato, a cosa serve fare processi mediatici se non a ribaltare le sentenze e a costringere i magistrati a condannare anche quando manchino prove inoppugnabili – preferendo una ricostruzione ‘plausibile’ all’assoluzione per mancanza di prove (come si diceva una volta)? La pressione dell’opinione pubblica, da sempre forcaiola e amante dei linciaggi o delle esecuzioni in piazza (come la storia ci insegna), ovviamente ben si sposa alla pretesa di vendetta dei parenti delle vittime – che ufficialmente chiedono solamente la verità ma, umanamente, vogliono un colpevole. Nessuno contesta i loro sentimenti ma il giudice, per essere davvero imparziale, non dovrebbe essere soggetto ad alcuna pressione, men che meno di media rapaci che devono inventarsi continuamente modi per ‘distrarre le masse’. I processi, ovviamente, non si svolgono a porte chiuse: è legittimo in una democrazia che siano eventi pubblici – questo per garantire proprio l’imputato. Ma la pubblica opinione dovrebbe essere coinvolta solo quando il fatto abbia ricadute sull’intera comunità, non quando si tratta dell’accoltellamento tra due giovani fuori da una discoteca o dell’ennesimo omicidio con luogo del delitto ricostruito in scala per lo studio televisivo.
venerdì, 5 settembre 2025
In copertina: Santana Design, André Santana da Pixabay







