
Non solo faraoni maschi nell’Antico Egitto
di Simona Maria Frigerio
Oltre a donne faraone, l’Antico Egitto ha dato i natali a donne co-reggenti. Sebbene la storia ufficiale ne abbia spesso occultato l’esistenza e l’abilità nel destreggiarsi al potere – spartendolo con fratelli/mariti (essendo il matrimonio tra consanguinei pratica comune tra i faraoni) – dando più spazio alla bellezza di Cleopatra VII e alla sua tragica fine che non al fatto che fosse poliglotta e seppe governare quel ‘crepuscolo degli dei’ che fu l’epoca tolemaica, esse sono esistite e hanno governato a lungo. Ma non è dell’amante di Cesare e Marco Antonio che scriveremo, bensì di altre due sovrane forse meno note ma altrettanto duttili, determinate e intelligenti.
Hatshepsut nasce a Tebe in un periodo compreso tra il 1513 e il 1507 a.C., quinta sovrana della XVIII dinastia e seconda a detenere con certezza il titolo di faraone (dopo Nefrusobek).
Moglie principale (i faraoni erano anche poligami) e regina consorte del malaticcio Thutmose II (suo fratellastro), ha regnato a lungo anche da sola. Hatshepsut e Thutmose II non avranno figli maschi e Thutmose III nascerà dalla relazione con una sposa secondaria. Proprio questo fatto è la chiave di volta nella vita della donna-faraone. Quando Thutmose II muore, il figlio è solo un bambino di circa tre anni che dovrà contendersi il potere con la Grande sposa reale, che ha partorito solo una femmina. Sebbene ufficialmente il nuovo faraone sia Thutmose III, Hatshepsut assume la reggenza posticipando ad infinitum le nozze tra lo stesso e la figlia Neferura, avvenimento che avrebbe ufficialmente legittimato la coppia a regnare.
Hatshepsut nel frattempo rivoluziona il suo entourage, mettendo in disparte Ineni, fido funzionario di Thutmose II, e sostituendolo con Hapuseneb, quale Visir e Sommo sacerdote di Amon, e Senenmut – architetto e braccio destro della reggente (di cui scriveremo oltre).
Hatshepsut – ben conscia di aver bisogno di un consenso più vasto – si afferma grazie a un’operazione di propaganda ante litteram, accreditandosi come la vera erede del padre (cosa che faranno altre donne reggenti e faraoni, in Egitto, dopo di lei); e riprende le campagne militari – ma più per consolidare e difendere il suo regno che non per espanderlo. Di certo si hanno prove di una particolare campagna contro un Regno situato sulla costa della Somalia, documentata dai rilievi del tempio funerario di Deir el-Bahari – pratica simile a quella dei successivi Imperatori romani, che affideranno la narrazione delle loro gesta militari a basso e altorilievi su Archi di Trionfo e Colonne.
Una curiosità che ha generato confusione tra gli stessi archeologi è che a volte il suo nome è stato scritto al maschile, Hatshepsu o Hashepsu. Da qui le leggende fiorite intorno al faraone-donna anche perché spesso raffigurata come uomo nelle sculture e nei bassorilievi, con tanto di barba (segno distintivo di regalità in epoca faraonica, tanto che sia gli uomini sia le donne ne indossavano di posticce in oro).
Oltre che nelle molte statue che la ritraggono, Hatshepsut investe in opere architettoniche cifre più ingenti di molti suoi predecessori e successori. Non a caso i più alti obelischi gemelli dell’epoca, all’entrata del Tempio di Karnak, si devono alla sua magnanimità. Uno degli stessi è ancora in piedi ed è l’obelisco più alto conservatosi intatto in Egitto (con i suoi 29,26 metri) e il secondo più alto al mondo. Statue e monumenti compariranno, del resto, un po’ ovunque sotto il suo regno anche per ovviare alle devastazioni arrecate dai precedenti occupanti stranieri, gli hyksos (probabilmente una popolazione semita nomade proveniente dall’ovest dell’Eufrate – più o meno dove oggi è situata la Siria – e che ha governato gran parte dell’Egitto durante il Medio Regno).
Tra i tanti, non va dimenticato, a Beni Hasan, il Tempio di Pakhet – dea cacciatrice, che scova la preda nella notte profonda. Un particolare di questo tempio è il suo essere rupestre: è stato scavato nella roccia sulla sponda orientale del Nilo. Vista la figura mitologica rappresentata è stato soprannominato, in epoca tolemaica, Grotta di Artemide.
Di lei ci resta infine il cosiddetto tempio di Hatshepsut, a Deir el-Bahari, progettato probabilmente da Ineni, che aveva già lavorato per suo padre, o direttamente da Senenmut – che quasi sicuramente ha seguito direttamente la costruzione dell’imponente edificio, situato sulla riva occidentale del Nilo, di fronte a Tebe e all’ingresso della Valle dei Re. Il tempio è unico nel suo genere, vantando tre livelli di terrazze a colonne quadrate per un’altezza totale di 35 metri – con l’eccezione di un angolo della terrazza centrale a colonne proto-doriche per la cappella. Le terrazze sono collegate tra loro da rampe, ed erano abbellite da giardini pensili – un po’ come ci è stata descritta Babilonia – rigogliosi grazie a una profusione di piante esotiche, ricavati nel fianco della parete rocciosa e a strapiombo sulla valle del Nilo. Ciò che ammiriamo oggi, tra polvere e guardie armate, è comunque una ricostruzione ottocentesca dell’antico tempio – visto che in Egitto, come in Grecia o a Knōsós, spesso si è ricostruito laddove non si è saputo restaurare più sobriamente.

Cleopatra II – ben prima di quella immortalata da Liz Taylor
Figlia di Tolomeo V e di Cleopatra I, nasce nel 185 a.C., sposa il fratello Tolomeo VI nel 173 a.C. e, insieme all’altro fratello (Tolomeo VIII), diviene co-reggente d’Egitto a partire dal 171 fino al 164 a.C. In quell’epoca, come scrivevamo, era normale non solamente sposare i consanguinei di primo grado ma farlo anche in età pre-adolescenziale – basti pensare al notissimo (grazie alla scoperta della sua tomba) Tutankhamon, morto a soli 18 anni e già faraone a tutti gli effetti.
Cleopatra II è discendente dei Tolomei, dinastia di origine macedone che ha governato l’Egitto dopo la morte di Alessandro Magno e, nel periodo in cui regna, la minaccia di Roma si sta facendo sempre più incombente.
Abile mediatrice, Cleopatra II riesce a mantenere un delicato equilibrio tra i due fratelli non sempre concordi fra loro e spesso in lite aperta per velleità egemoniche; in seguito, rimane al timone anche quando il secondo marito (e fratello minore) la ripudia per sposare sua figlia, Cleopatra III, che è prontamente nominata co-reggente.
Ma torniamo un po’ indietro per spiegare meglio i vari passaggi. Nel 145 a.C. muoiono, in battaglia, Tolomeo VI e, assassinato dallo zio Tolomeo VIII, il figlio di Cleopatra II e del marito, Tolomeo VII. Per conservare il potere ma forse anche la sua stessa vita, la donna è costretta a sposare il fratello minore, nonostante sappia ciò che ha fatto al figlio. La guerra aperta tra i due scoppia quando Tolomeo VIII la ripudia per sposarne la figlia, Cleopatra III. Curiosamente per i posteri, l’accusa mossa da Cleopatra II è che tale matrimonio sarebbe incestuoso e illegittimo, il che dà il via a un’autentica guerra civile e la costringe all’esilio in Siria in cerca dell’appoggio militare per riconquistare il trono. Ma Tolomeo VIII mostra una volta di più la sua ferocia assassinando un altro figlio di Cleopatra II, Tolomeo Menfite, appena quattordicenne, solo per vendicarsi della ribellione della madre.
Nel 124 a.C., dopo tre anni di guerra, madre e figlia si riconciliano tra loro e la prima anche con Tolomeo VIII – più per motivi politici che affettivi. Regnano insieme fino alla morte del faraone, il quale sarà sostituito nella co-reggenza delle due Cleopatre dal figlio Tolomeo IX.
Cosa si insegna leggere la storia di queste due donne di potere dell’Antico Egitto? Sicuramente che, in vari periodi e perfino in epoca ellenistica, le donne potevano detenere il potere regale – non solamente tramando o mediando quanto e meglio degli uomini, ma anche decidendo di brandire (metaforicamente) più squadra e compasso o penna e diplomazia che non la spada. Cleopatra II ha dimostrato doti di stratega, comprendendo che a volte è meglio perdere una battaglia se si vuole vincere la guerra, e che l’obiettivo perseguito non è tanto, o solo, il potere personale quanto la continuità di potere per conservare l’integrità del Regno d’Egitto più volte minacciato, lungo la sua storia millenaria, da invasori stranieri.
Hatshepsut e Cleopatra II dimostrano come, sebbene sia vero che molte donne hanno ricoperto, nei millenni, ruoli decorativi o di progenitrici – serve o regine che fossero; altre hanno, al contrario, ricoperto ruoli chiave della Storia con la S maiuscola, e che quando narriamo il passato non dovremmo accettare come date figure da stereotipo patriarcale – moglie, madre o, in seguito, angelo del focolare. Questo perché, per milioni di donne che lo furono, vi furono altrettanti uomini considerati solo carne da cannone, servi della gleba o vittime del potere – tanto quanto.
venerdì, 5 settembre 2025
In copertina: Hatshepsut con la barba del faraone, Berlino, Neues Museum, 2014, foto di Miguel Hermoso Cuesta (particolare per ragioni layout); nel pezzo: testa di statuetta (Cleopatra IIa?), scoperta a El Ashmunein, Egitto, Museo del Louvre, autore della foto sconosciuto (entrambe le foto CC)







