Le donne che ho amato: non solo Tamara de Lempicka
di Simona Maria Frigerio
In casa mia gira da lustri un libro curato da Lea Vergine sulla mostra che si tenne a Milano nel 1980, dedicata a pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche. Il volume è corredato dalle biografie e fotografie (purtroppo soprattutto in bianco e nero) delle opere delle artiste; ma anche di testi critici che si confrontano con il senso epistemologico di essere donne e artiste. Proprio in quanto donne, la nostra arte può avere un contenuto creativo ed espressivo che nasce in relazione a un dualismo complementare? Oppure non può che essere frutto di una alterità irriducibile? O ancora, rientra nell’alveo di movimenti anche maschili in cui ha un ruolo subalterno o marginale solo a causa di una critica, una cultura e una società ancora fortemente sessiste?
Non risponderò certamente io a tali domande, ma dedicherò questo articolo a due tra le artiste ospitate in mostra e nel catalogo, Natal’ja Sergeevna Gončarova ed Else von Freytag-Loringhoven.
Наталья Сергеевна Гончарова nasce a Negaevo il 4 giugno 1881 e morirà, come molti artisti coevi a Parigi. Gončarova affascina perché è indomita nell’esplorare i media creativi attraverso i quali sceglie via via di esprimersi. Inizia la sua lunga carriera come scultrice, passa poi alla pittura non tanto cavalcando le mode, quanto i secoli – attingendo all’arte orientale, alle icone russe, alle miniature persiane e ai colori puri del folklore del suo Paese ma anche, più tardi, spagnolo – e aprendo la strada a nuovi movimenti ai quali aderisce e dai quali si discosta altrettanto velocemente. Ricordiamo, soprattutto, il gruppo Fante di quadri, il raggismo e il futurismo.
Se gli ultimi due movimenti sono noti anche in Occidente, meno conosciuti sono i gruppi dell’avanguardia russa che iniziarono a operare ai primi del Novecento. Nel dicembre del 1910, a Mosca, è allestita una grande mostra organizzata dalla Società di Artisti Il fante di quadri, un gruppo del quale facevano parte pittori di tendenza post-impressionista – tra i quali, oltre a Gončarova, figuravano Kasimir Malevič, Wadimir Tatlin e Marc Chagall. Lo scopo era far conoscere i giovani artisti e le nuove istante poetico-estetiche (non diversamente da ciò che accadrà nel corso del Novecento) ed ecco perché la scelta del fante quale “simbolo della giovinezza” e di “quadri del sangue in ebollizione”.
Avversi ai gusti e agli ideali borghesi, i Fanti recuperavano il valore dell’arte primitiva e del folklore russo e, dopo la Rivoluzione bolscevica, molti tra di loro aderiranno ai movimenti suprematista, cubo-futurista e futurista.
Gončarova approderà invece al disegno di scene e costumi per Djagilev e i Ballets Russes. Suo sarà lo splendido allestimento per uno tra i capolavori di Igor Stravinskij, L’uccello di fuoco coreografato da Fokine nel 1926 – e non poteva essere diversamente, vista la ricerca di quest’ultimo di un movimento essenziale e di una autentica connessione tra musica, coreografia e scenografia.

La poetessa dada dell’assemblage: Else von Freytag-Loringhoven
A novembre del 2023 abbiamo visto e recensito la personale di Chiara Bettazzi presso l’Associazione culturale dello Scompiglio di Vorno (1). Oggi, risfogliando il Catalogo del 1980 ritrovo un’opera che esprime il medesimo concetto di tempo fragile, il seducente Portrait of Marcel Duchamp, del 1922, di Else von Freytag-Loringhoven. La similitudine nei materiali e nelle suggestioni mi ha svelato, una volta di più, gli eterni ritorni del mondo dell’arte.
Else von Freytag-Loringhoven nasce a Swinemünde, 12 luglio 1874, e morirà come Gončarova, a Parigi, nel 1927. Else è la protagonista femminile del movimento Dada a New York, dove si trasferisce dalla Germania nel 1914. Purtroppo, dei suoi collage e assemblage restano solo due opere, mentre più copiosa è la sua raccolta di poesie (una dedicata al marito che, tornato in Germania, si suiciderà essendo contrario alla guerra).
Modella forse per caso, forse per necessità, i suoi più sofisticati assemblage li indossa. In un certo senso potremmo definirla una Marina Abramović ante-litteram di cui si conservano le memorie solo attraverso gli scritti e gli scatti fotografici di coloro che l’hanno incontrata. Ad esempio, nel Catalogo il pittore George Biddle ricorda come si presentò vestita nel suo studio: “Avendomi chiesto, con il suo duro e stridulo accento tedesco, se avessi bisogno di una modella, le dissi che desideravo vederla nuda. Con un gesto reale spalancò il suo impermeabile scarlatto. Stava di fronte a me completamente nuda – o quasi. Sui capezzoli un paio di barattoli di salsa di pomodoro, legati con un cordoncino verde sulla schiena. Tra i barattoli pendeva una piccolissima gabbia che ospitava un canarino dalla cresta abbassata. Un braccio era coperto, dal polso alla spalla, con anelli da tenda in celluloide, che più tardi ammise di aver taccheggiato in una mostra di mobili da Wanamaker. Si tolse il cappello, che aveva rifinito con gusto e misura con carote dorate, bietole e altre verdure. Aveva i capelli tagliati molto corti e tinti color vermiglio. Sembrava avesse circa quarant’anni”. Di sicuro nemmeno i più spericolati accostamenti del montaggio delle attrazioni di Ėjzenštejn, le più intrepide fantasie pop di Warhol o gli abbinamenti più kitsch di Vivienne Westwood sarebbero arrivati a tali vette fantastiche.
Else è stata artista anche nei suoi epistolari. All’amica Djuna Barnes, in una delle sue ultime missive da Berlino, scrive: “Io sono già morta. La morte non può suicidarsi. Io sono salva”.
(1) https://www.inthenet.eu/2023/11/03/chiara-bettazzi-presenta-reverse/
venerdì, 12 settembre 2025
In copertina: Natal’ja Sergeevna Gončarova nel 1910, in un ritratto di autore ignoto (particolare per ragioni di layout); nel pezzo: Elsa von Freytag-Loringhoven (entrambe le foto da Wikipedia)

