Il cine-occhio quando è femmina
di Simona Maria Frigerio
Tutti abbiamo dei film o delle canzoni che non vorremmo mai smettere di vedere o ascoltare. Fanno parte del nostro bagaglio estetico ma anche emozionale e non possiamo privarcene senza perdere una parte di noi stessi. A me succede ogni volta che riascolto l’Hallelujah di Leonard Cohen interpretata da Jeff Buckley o guardo per lìennesima volta Una pallottola per Roy (High Sierra, il capolavoro di Raoul Walsh con la sceneggiatura di John Huston). In quel film mitico – che equiparava morte, fuga e libertà – scoprivo accanto a un monumentale Humphrey Bogart, lei: Ida Lupino.
Ida Lupino nasce a Londra il 4 febbraio 1918 da una famiglia di attori e, oltre a essere lei stessa un’interprete sensibile e intelligente, in un’epoca di bombe sexy, diventa fra le pochissime donne che, già negli 50 del Novecento, riesce a lavorare nel tritacarne hollywoodiano come regista e sceneggiatrice tanto da essere la seconda donna a diventare membro della Directors Guild of America.
Proprio nel ruolo di regista la ricordiamo per essere stata la prima donna ad aver diretto, nel 1953, un thriller, La belva dell’autostrada, in cui rinchiude in un abitacolo angusto come una vettura uno psicopatico e due amici, ex veterani di guerra, che gli danno un passaggio. Solamente Se7en, ma nel 1995 grazie a David Fincher alla regia e a Kevin Spacey nel ruolo del serial killer sapranno ricreare un terzetto altrettanto convincente in uno spazio altrettanto claustrofobico (a fare da spalla, Morgan Freeman e Brad Pitt).
Ma Lupino fa di più. Fonda la Filmakers, una Casa di produzione indipendente per affrontare il marciume – senza assoluzioni – dell’America profonda, che sarebbe diventata protagonista dei film sporchi e urticanti della Hollywood degli anni 70.
Tornando al 1953, Lupino dirige e interpreta La grande nebbia, dove affronta il tema della bigamia. Vi lavora anche Joan Fontaine (la protagonista di Rebecca di Alfred Hitchcock e Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls), che nel frattempo ha già sposato l’ex marito di Lupino, Collier Young.
Altre due pellicole non vanno dimenticate. Ida Lupino è co-protagonista de Il grande coltello (1955) di Robert Aldrich, un S.O.B. ante-litteram meno satirico del capolavoro di Blake Edwards ma più tagliente, e con una scenografia arida e bianchissima che, per la legge del contrappasso, si fa immagine speculare delle nevrosi tutte interiori del mondo asfissiante e autocentrico del cinema. E ancora, la ricordiamo in Quando la città dorme – per la regia di Fritz Lang – in cui la stampa si trasforma da ‘quarto potere’ ad autentico carnefice e si ha quasi la sensazione che il cosiddetto ‘assassino del rossetto’ non sia che l’ennesima vittima di un media e una professione che saranno più volte messi sotto accusa tra gli anni 50 e 80 del secolo scorso – come in L’asso nella manica (del 1951), di Billy Wilder, dove Kirk Douglas interpreta il giornalista senza scrupoli, Chuck Tatum, che specula sul dramma di un minatore intrappolato, dopo il crollo, in una miniera.
Proto-femminista, intelligente, acuta e anti-convenzionale la ricorderemo sempre mentre chiede: «Cosa vuoi dire quando uno evade?» e le rispondono: «Vuoi dire che è libero».
«Libero… libero…». Come lo è stata lei.

Buñuel: mi fa un baffo!
Germaine Dulac, regista e giornalista, nasce ad Amiens il 17 novembre 1882, e può essere considerata una tra i massimi esponenti del movimento surrealista a livello cinematografico.
La sua carriera inizia nel 1906 quando trova lavoro presso il giornale femminista La Française. Come Ida Lupino, però, fonderà presto una propria Casa di produzione cinematografica. È il 1916, e la DH Films prende il via grazie anche alla sceneggiatrice Irène Hillel-Erlange.
Nel 1920 Dulac realizza La Fête espagnole, dove impazzano sangue e fiesta nella macabra danza della vita e della morte. L’eterno femminino si incarna in Soledad, più egocentrica della protagonista de La Ballata dell’Amore Cieco di De André. Il film, nel frattempo, catapulta Dulac alla testa dell’avanguardia francese e a infilare come perle, senza quasi soluzione di continuità, una serie di pellicole che entreranno a buon diritto nella Storia del cinema. Del 1923 è il primo film femminista, La Souriante Madame Beudet, in cui una moglie piccolo-borghese utilizza la fantasia per evadere dalla routine acida della vita di coppia, fatta di piccoli dispetti e troppe idiosincrasie; ma il tentativo di omicidio non avrà l’esito sperato – come nel visionario e, per molti versi simile, Creature del Cielo di Peter Jackson.
Successivamente Dulac si cimenta in opere interdisciplinari avanguardistiche, dove si fondono musica e immagini e che torneranno prepotentemente al centro delle ricerche dei video-artisti solamente mezzo secolo dopo. Per Dulac i valori estetici di un film dipendono “dal sottile gioco delle immagini tra loro in relazione”, non diversamente da quanto avrebbe affermato, ad esempio, Ėjzenštejn – tra i maggiori teorici del montaggio cinematografico (oltre che uno dei padri della regia).
Nel 1928 Dulac realizza uno tra i migliori film surrealisti della storia del cinema, La Coquille et le Clergyman, sulla base di una sceneggiatura di Antonin Artaud declinata da Dulac nei “punti armonici dell’azione” collegati “con i ritmi più adatti”. Teorica del ritmo all’interno di ogni immagine e nell’unire tra loro le immagini, sarà capace di creare un’autentica orchestrazione visiva. Peccato che, ovviamente, non sarà compresa dai suoi contemporanei.
venerdì, 19 settembre 2025
In copertina: Ida Lupino in un’apparizione nel programma radiofonico, Cavalcade of America, trasmesso dalla NBC Radio; nel pezzo: Germaine Dulac, da Mon Ciné, issue 88, via https://themovierat.com/2017/03/29/early-women-filmmakers-blogathon/, foto di G. L. Manuel brothers (entrambe di Pubblico dominio)

