
Esondazione del Seveso a Milano: decenni di promesse e fallimenti
di Luciano Uggè
Premessa personale. Ho vissuto in Fulvio Testi per decenni e per decenni ho visto ripetersi quasi a ogni autunno (e non solo) la medesima scena: il Seveso esonda con la sua fanghiglia putrida invadendo la zona. Scorre lungo via Murat, viale Zara, viale Sarca fino a piazzale Istria e oltre, allagando cantine, piani terra e attività commerciali, box e strade, trascinando con sé autovetture, motorini e biciclette. Una esondazione congestiona la circolazione e impedisce alle persone di arrivare sul posto di lavoro (con perdita della famosa competitività e dell’altrettanto osannato Pil), e magari – se a ritardare è un chirurgo o un anestesista (che dovrebbe prendere servizio all’Ospedale di Niguarda) – con ricadute sulla salute dei pazienti.
La marea può arrivare a bloccare la zona per uno o più giorni, come accaduto circa 120 volte dal 1975 al 2025. Non è questione di cambiamento climatico, quindi, bensì di cementificazione forsennata e incapacità di provvedere in tempi cinesi con le vasche di contenimento. Mentre Zi Jinping può contare su uno Stato in grado di costruire il ponte Huajiang Grand Canyon in soli tre anni (alto 625 metri e atto a ridurre un tragitto in auto da due ore a pochi minuti), l’Italia – che spreca da decenni milioni di Euro per gli studi per il Ponte sullo Stretto di Messina o l’ancora più inutile alta velocità in Val di Susa, impattante anche a livello di eco-sostenibilità – non riesce a finalizzare i lavori per quattro vasche di contenimento in quella che si pavoneggiava per essere la ‘capitale morale d’Italia’. Ovviamente, prima che si scoperchiasse il sistema di tangenti di cui tutti sapevano e a cui tutti si inchinavano.
E cosa farà adesso il Sindaco Sala? Tuonerà anche lui contro il cambiamento climatico e imporrà che non si fumi, oltre che alle fermate dei mezzi pubblici, nemmeno in strada per diminuire l’inquinamento?
Forse le amministrazioni cittadine – in Lombardia come in Toscana (che si lecca ancora le ferite per i danni causati dall’esondazione del 2 novembre 2023 nella zona pratese) dove, come sempre, si indaga dopo (1) invece di prevenire, l’evento calamitoso – dovrebbero agire con tempistiche, se non cinesi, almeno umane. Ma la Dana, in Spagna, dimostra che tale incuria a livello politico è ormai endemica in Europa (2).
E chiudo con una considerazione, come in apertura, personale. Mi sono ritrovato in auto nel sottopasso di viale Sarca come a Prato, durante le esondazioni. Ho avuto la fortuna e il sangue freddo di riportare a casa me stesso e persino la vettura su cui viaggiavo. In questi anni, però, quanti automobilisti o passanti sono stati travolti dalle piene? E in viale Zara, come a Phnom Penh (dove sono stati coperti e asfaltati tutti i laghi della provincia, 3), è la cementificazione incontenibile a impedire il drenaggio delle piogge: i terreni sono completamente impermeabilizzati e non esistono più bacini naturali. Se la cittadinanza si ‘beve’ il cambiamento climatico come scusante e non comprende che dirottare i fondi pubblici verso il riarmo e il sostegno dell’economia statunitense, o non chiede conto dei tempi e dei costi delle opere di messa in sicurezza del territorio, tra sei mesi rivedremo le piroghe scivolare lungo le acque limacciose del Seveso, nel bel mezzo di viale Zara.
(3) https://www.inthenet.eu/2024/04/26/phnom-penh-e-il-capitalismo-baby-prima-parte/
venerdì, 3 ottobre 2025
In copertina: Foto stock di esondazioni di Chris ‘CJ’ Johnson da Pixabay







