
Un intero premierato tra scandali e menzogne
di La Redazione di InTheNet
Anche i quotidiani italiani – traducendo un’inchiesta del Financial Times – hanno riportato, seppur sommessamente, la notizia che due membri del personale del think tank dell’ex Premier britannico, il Tony Blair Institute for Global Change (TBI), hanno partecipato, sebbene marginalmente, allo sviluppo del progetto della famigerata Trump Riviera, che sarebbe dovuta sorgere laddove oggi si estende la Striscia di Gaza palestinese; oltre che di una zona industriale high-tech intitolata a Elon Musk.
Sebbene l’‘aiutino’ dato dai due esperti sia consistito in telefonate e, immaginiamo, consigli su come sviluppare il progetto guidato da una società di consulenza statunitense (la BCG, 1) e da uomini d’affari israeliani, fa specie che a chiunque non sia direttamente coinvolto nel genocidio palestinese passi per la mente, come fattibile, deportare oltre 2 milioni di persone per creare una nuova Disneyland o Dubai per il turismo di lusso occidentale. Interessante anche la presa di distanza ufficiale del TBI: “Qualsiasi collaborazione è da intendersi come interlocuzione esplorativa, e non implica in alcun modo approvazione”. Al che viene da rispondere che di fronte alle Risoluzioni delle Nazioni Unite, qualsiasi think tank con un minimo di etica si sarebbe ben guardato anche solo dall’esplorare una tale eventualità.
Il Cash-for-Honours: Mani pulite made in UK
Ma la carriera dell’ex Premier è stata costellata da ben altri scandali, molto meno noti alle cronache italiane. L’indagine denominata Cash-for-Honours (in pratica, contanti per onori) avviata nel 2006, doveva provare l’accusa che individui influenti e ricchi dell’establishment britannico fossero stati nominati pari d’Inghilterra grazie a prestiti fatti al Labour Party. A tal proposito, si badi bene al termine ‘prestiti’ perché, secondo le leggi del Regno Unito, chiunque doni anche una minima somma di denaro a un partito politico, lo deve dichiarare, e il contributo è di dominio pubblico (il che dovrebbe impedire scambi di favori), ma chi presti dei fondi al tasso di interesse vigente non è obbligato a dichiararlo.
Nel marzo del 2006, furono molti i personaggi nominati pari d’Inghilterra a vita da Tony Blair, poi rifiutati dalla Commissione di Nomina della House of Lords – e guarda caso avevano elargito prestiti ai laburisti. A seguito dello scandalo, il Partito dovette restituire i generosi fondi affrontando difficoltà finanziarie. Ma non solo, essendo stato incaricato del caso il Procuratore Generale, Lord Goldsmith, ed essendo tale carica di nomina politica, i dubbi su possibili insabbiamenti affiorarono sulla stampa nazionale e, sebbene alla fine la decisione della procura fu di non perseguire alcuna personalità coinvolta nello scandalo, la stessa ammise che le nomine potessero essere state concesse in cambio dei prestiti ma non si erano trovate prove dirette che tali accordi fossero stati stipulati prima della concessione dei fondi.
Tutti salvi… ma pare che la questione abbia accelerato l’uscita di scena del Premier.
Lo scandalo del Post Office Horizon System
Fu la BBC a rivelare che Tony Blair era stato avvertito dei difetti del sistema IT denominato Post Office’s Horizon già nel 1998 – ovvero un anno prima di dare il via a una sequela di eventi che porterà anche alla morte di alcuni impiegati pubblici accusati ingiustamente.
Secondo il report che segnaliamo (2), le accuse infondate contro gli stessi hanno condotto almeno 13 a suicidarsi, mentre altri 59 – coinvolti nelle indagini avviate a causa degli errori nel sistema Horizon IT – hanno ammesso di aver pensato di togliersi la vita a causa dello stress psicologico subito. Tutto questo è accaduto perché si è voluto, per anni, insistere con le indagini su presunte frodi commesse dagli impiegati delle poste, nonostante vi fossero le prove che il sistema IT aveva dei seri problemi.
Lanciato nel 1999 dalla Fujitsu (un anno dopo che i Labour avevano ricevuto informazioni negative sul sistema e quando l’azienda stessa sapeva che Horizon era soggetto a “bachi, errori e difetti” che potevano creare prelievi multipli fantomatici, raddoppiare i pagamenti o generare errori negli arrotondamenti), doveva servire a gestire la contabilità di 18.500 uffici postali grazie a un database online centralizzato.
Il risultato del mal funzionamento è stato l’avvio di centinaia di procedimenti giudiziari per frode, intentati dalla dirigenza postale, sorda di fronte ai feedback negativi degli impiegati e convinta che il sistema non potesse commettere errori (sebbene consapevole delle sue inefficienze). Le ovvie ricadute negative colpirono, in seguito, anche la giustizia britannica, che perse in parte la sua credibilità. Almeno finché la classe dirigente delle poste e di Fujitsu si resero conto di non poter continuare su questa linea e avrebbero addirittura tentato di insabbiare l’intera faccenda.
L’infallibilità della macchina, le mancanze o l’indole umana predisposta all’appropriazione indebita, il luminoso futuro del capitale grazie alla sostituzione dell’impiegato in carne e ossa con l’IT allora e, oggi, con l’IA… Cambiano le sigle, si affinano le tecnologie, ma l’ottusità della dirigenza pubblica o privata resta la stessa.
La guerra in Iraq: oltre la fialetta di Powell
Chi non ricorda come l’allora Segretario di Stato statunitense, Colin Powell – durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 5 febbraio 2003 – sostenne che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa, fornendo prove che in seguito si rivelarono false, e sventolando una fialetta per insinuare negli astanti la paura dell’antrace così da giustificare l’intervento militare statunitense (3)?
Ciò che è meno noto è che anche Blair, Primo Ministro britannico, mentì alla propria nazione per schierarsi al fianco degli States: “Persino Margaret Thatcher, nonostante il suo grande affetto per Ronald Reagan, non ha mai messo la politica estera britannica al completo servizio” (4) degli Us.
Il cosiddetto dodgy dossier fu presentato al Parlamento inglese il 24 settembre 2002 da Tony Blair, che affermò di avere le prove che “le armi di distruzione di massa” erano ancora presenti in Iraq – affermazione non sostenuta dai rapporti dei servizi segreti britannici né statunitensi e tanto meno da informatori locali, visto il controllo che il regime di Saddam Hussein riusciva a mantenere all’interno dello Stato. Gli unici a poter fornire informazioni all’intelligence anglo-britannica erano espatriati che avrebbero voluto rientrare in Iraq dopo un regime-change e, quindi, non attendibili. Ma Blair era ormai deciso a entrare in guerra: “L’Iraq possiede armi biologiche e chimiche, Saddam ha continuato a produrle, ha piani militari pronti ed effettivi per usarle, che potrebbero essere attivati in 45 minuti, persino contro la sua stessa popolazione sciita, e sta attivamente tentando di acquisire le capacità per armamenti nucleari”(4).
Ma come sottolineavano nella loro inchiesta i colleghi di The Independent, “come il Primo Ministro non poteva sapere per certo che non vi fossero scorte di armi di distruzione di massa in Iraq, nemmeno poteva essere certo ve ne fossero. Non stava mentendo. Stava presentando al Parlamento una serie di supposizioni fatte dai servizi segreti – ma travestite da fatti reali con solidi rapporti di intelligence a supportarle”(4).
Sappiamo tutti come andò a finire: le armi di massa non c’erano, l’Iraq non aveva avuto nulla a che fare con l’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono e, soprattutto, i ‘liberati’ si ribellarono contro i ‘liberatori’: il resto, ossia la richiesta degli iracheni alle Nazioni Unite che gli statunitensi se ne vadano definitivamente dal Paese, è storia dei nostri giorni.
(3) https://www.ilpost.it/2023/02/05/colin-powell-discorso-antrace/
venerdì, 26 settembre 2025
In copertina: Tony Blair e George W. Bush alla Casa Bianca, il 16 marzo 2003. White House Foto di Paul Morse (Pubblico dominio)






