Reti professionali e non solo per lo scambio di spettacoli
di Simona Maria Frigerio
Con la riapertura delle Stagioni, ormai è assodato che la cultura – a target e fruizione comunque borghese – riuscirà a reggere sempre meno i tagli a cui andrà incontro, come tutti i servizi pubblici, per far fronte agli impegni presi da Bruxelles verso gli statunitensi. Per sostenere l’economia del padrone del mondo ci siamo impegnati a non tassare le sue aziende di e-commerce, ad accettare dazi unilaterali (15% o più per alcuni prodotti), a investire centinaia di miliardi di euro in aziende che costruiremo negli States e che daranno lavoro Oltreoceano e lì, o in qualche paradiso fiscale, verseranno la relativa tassazione e, ovviamente, ad acquistare per centinaia di miliardi armi che, in parte, regaleremo all’Ucraina per continuare la guerra contro la Russia sperando, come Unione Europea, che facendo implodere la Federazione Russa si possa in minima parte ovviare allo sfacelo economico e politico che ci attende. Ciliegina sulla torta continueremo a comprare gas di scisto altamente inquinante (sia a livello di estrazione che di trasporto) dagli Us così che le nostre aziende si scordino di essere minimamente competitive.
Da questo macrocosmo, scendendo al microcosmo del teatro, in particolare, ‘Io speriamo che me la cavo’ non crediamo possa più funzionare. E allora il ‘Che fare?’, di memoria leninista, vista la mancanza di coscienza di classe non solamente nei lavoratori salariati ma anche nei teatranti (tutti liberi professionisti o artisti… dell’arte di arrangiarsi, credendosi liberi quando sono solo precari), potrebbe almeno essere declinato in alcune contromisure pratiche per ovviare, in parte, alla riduzione dei finanziamenti pubblici.
Daremo qualche consiglio spurio, già fornito in precedenza, senza pensare di affrontare i massimi sistemi e soprattutto tesi ad aiutare le realtà minori, medie o periferiche – non certamente gli ex stabili che, comunque, hanno già fatto una scelta di campo quando hanno deciso di svuotare di senso la propria offerta culturale, staccandosi dalla vita reale per riflettere con pedissequo servilismo il potere borghese che ama compiacersi di rivedere il già visto, di specchiarsi in se stesso e in riti sempre più stantii: per quei teatri il consiglio è semplicemente raddoppiare il costo del biglietto – il fan del mattatore come l’adepto dell’ultima moda di cellulare, scarpa, mutande con l’elastico firmato, bauletto o marca di pasta, spenderà senza protestare, conscio di stare facendolo per uno status symbol, perché glielo consiglia il testimonial multimilionario, e non per l’utilità o il valore aggiunto del singolo prodotto.
L’arte di comunicare
Per gli altri teatri e le compagnie che tentano ancora di dare un senso al proprio mestiere, il primo consiglio è non tagliare la comunicazione (spesso ridotta a un addetto stampa) come se fosse un orpello; bensì investire, insieme ad altri teatri e compagnie, in reti di professionisti che lavorino a 360° – creando per ogni spettacolo o azione teatrale un evento. Il che significa saper utilizzare in maniera creativa i social, ridare vigore a una critica militante e capace, attrarre l’attenzione dei possibili sponsor privati che agiscono sul territorio o che avrebbero un ritorno di immagine in quanto lavorano in campi di cui si tratta nella performance – pensate a una pièce sulla strage di ulivi in Salento sponsorizzata da Consorzi dell’olio d’oliva extravergine (e non arricciate il naso, teatranti, ricordate che un tempo il Regio Ducale Teatro di Milano, e perfino la Scala, si mantenevano col gioco d’azzardo).
Secondo. Per creare un evento occorre anche il pubblico, quello vero, non quello del rito domenicale o cooptato nelle scuole o nelle università – perché almeno un’uscita scolastica l’anno il professore di lettere è ‘obbligato’ a organizzarla. Il teatro ha bisogno di autori, registi e coreografi che si guardino intorno e non passino il tempo a fissarsi l’ombelico. Ci sarà chi è più sensibile a quanto sta accadendo a Gaza, chi sentirà sulla propria pelle il peso della censura di Stato, chi vorrà raccontare della fabbrica del fratello che sta chiudendo, chi dell’amico che ha avuto un incidente sul lavoro ed è diventato paraplegico. O il teatro è mondo o non è teatro, è solo passatempo – e per quello basta Netflix.
In terzo luogo occorre tornare alla professionalità. Abbassando continuamente contenuti e forma siamo diventati tutti danzatori, cantanti e attori. In realtà, sempre più spesso – a meno di non essere direttamente coinvolti in quanto genitori e amici del teatrante per caso, che si crede una star per aver partecipato a qualche laboratorio scolastico o nel dopolavoro – ciò che vediamo agito in scena ci riporta alla mente la pubblicità di un rotolo di carta igienica (1): la forza della comunicazione, quando colpisce nel segno (come da punto primo).
L’Europa matrigna può diventare madrina?
Il quarto punto è la cronica incapacità italiana di accedere ai bandi e ai fondi europei. Se le istituzioni non vogliono o non possono più finanziare direttamente la cultura, almeno si dovrebbe pretendere che si attivino per avere in ogni regione un pool di professionisti che aiuti i teatri e le compagnie, ma anche le piccole e medie aziende locali, ad accedere a eventuali bandi europei. Sappiamo che i professionisti del settore sono troppo esosi e possono rispondere solo alle esigenze di multinazionali o Enti ben strutturati. Ma i Comuni stessi perdono opportunità importanti per colpa di questa deficienza del sistema (2). Se a livello regionale e, in generale, di enti locali si cominciasse a pensare e ad agire di conseguenza, quanti fondi potrebbero essere recuperati?
Dulcis in fundo: i criteri per la spartizione delle risorse
Abbiamo contestato immediatamente il Codice dello Spettacolo dal vivo. E ci verrebbe voglia di scrivere solamente: “ve l’avevamo detto”. Ma fin quando si avrà paura di quantificare la qualità; si darà la priorità alla circuitazione in regione rispetto a quella nel Paese o, addirittura, all’estero (come se vendere Parmigiano negli States non fosse un affare…); si rincorreranno i numeri di botteghino invece del radicamento sociale che diventa sostegno attivo (come lo era negli anni 60/70 e perfino 80) – ricordo le file per il Festival dedicato a Fassbinder dall’Elfo a Milano, intitolato L’anarchia dell’immaginazione, ed era già il 2002; o per assistere a L’Istruttoria per la regia di Gigi Dall’Aglio (entrando dai camerini); o Edoardo II con un Ferdinando Bruni in stato di grazia; o alle repliche di Morte accidentale di un anarchico… In breve, finché andremo avanti con noiosi spettacoli mattatoriali anni 50, riletture onanistiche di cosiddetti classici ormai stantii, e performance di danza in cui non balla nessuno, possiamo scordarci il sostegno attivo degli spettatori per un’attività inessenziale.
Certo è che se la spartizione delle risorse si basa su criteri quantitavi o sull’aderenza stretta alle tematiche imposte dall’alto – dal green al multicolore, dalla russofobia al pro-sionismo – occorrerebbe denunciare il flagello dell’egemonia culturale legata al potere e rileggersi Gramsci quando, più o meno, scriveva: “L’egemonia culturale funziona inquadrando la visione del mondo della classe dirigente, e le strutture sociali ed economiche che la incarnano, come giuste, legittime e progettate per il beneficio di tutti, anche se queste strutture possono avvantaggiare solo la classe dirigente”(3).
“Stay hungry, Stay foolish”, diceva uno tra i migliori comunicatori di status symbol high-tech, Steve Jobs. Noi preferiamo il motto di Carmelo Bene: “Un teatro che non fa morti, … non sollecita crimini, delitti, sabotaggi, non può essere teatro, è spettacolo” – o la parodia del ‘teatrino’ della politica.
(1) https://youtu.be/TUkzEgarNWI?si=cxe9cK5VzQbMQ_4f
(3) https://www.greelane.com/it/scienza-tecnologia-matematica/scienze-sociali/cultural-hegemony-3026121/
venerdì, 3 ottobre 2025
In copertina: Foto di Peggy e Marco Lachmann-Anke da Pixabay

