Le madri del modernismo e del minimalismo
di Simona Maria Frigerio
Si parla sempre di paternità riferendosi ai generi, ai movimenti, alla creatività non riproduttiva. Ma come abbiamo già visto negli articoli dedicati a Ida Lupino e a Germaine Dulac (1), o a Natal’ja Sergeevna Gončarova e a Elsa von Freytag-Loringhoven (2), le donne hanno sempre compartecipato le arti con i colleghi maschi – così come il potere o la ricerca. Non poteva essere diverso in letteratura.
Adeline Virginia Stephen, nota col cognome del marito, Woolf (pessima abitudine patriarcale anglosassone tutt’ora in uso), nasce a Londra il 25 gennaio 1882 e morirà suicida a Rodmell, il 28 marzo 1941, riempiendosi le tasche di sassi e obbligandosi ad annegare nel fiume Ouse. La sua eredità sono capolavori della letteratura, quali Mrs. Dalloway (1925), The Waves (1931) e Orlando (1928), oltre al saggio capitale, A room of one’s own (1929) nel quale rivendica l’indipendenza economica e uno spazio tutto per sé come conquiste basilari perché una donna scriva romanzi.
Nella sua vita ha avuto sicuramente un ruolo centrale il gruppo di Bloomsbury, formato da ex laureati a Cambridge e di cui facevano anche parte il romanziere Edward Morgan Forster (l’autore di Howards End), lo scrittore e critico letterario Lytton Strachey, il critico d’arte Clive Bell, la sorella di Virginia, la pittrice Vanessa Stephen (che sposerà Clive Bell nel 1907), l’artista Roger Fry, l’economista John Maynard Keynes e il marito di Virginia, Leonard Woolf, con il quale aveva fondato la Hogarth Press, e che è stato direttore dell’International Review, ha curato la sezione internazionale della rivista Contemporary (dal 1920 al 1922) e ricoperto la carica di direttore della sezione letteraria di The Nation (dal 1923 al 1939), oltre a essere stato membro del Partito Laburista e della socialdemocratica Fabian Society.
Della lunga carriera di Virginia Woolf il libro che resterà sempre sul mio comodino è Orlando, trasformato nel 1992 in film da Sally Potter, che ha affidato il difficile ruolo di protagonista alla versatile e intensa Tilda Swinton.
In tempi in cui non erano ancora divenuti mantra insopportabili il pensiero woke e la fluidità di genere, il romanzo (con ampi stralci autobiografici), racconta quattro secoli di storia inglese attraverso la vita e le emozioni di Orlando, che nasce giovane uomo in epoca elisabettiana e, a un certo punto, si risveglia donna – con tutti i limiti e le opportunità che il suo fascino muliebre le offre.
Le due principali caratteristiche di uno tra i capolavori del Modernismo sono che Woolf passa, proprio perché a metà strada tra romanzo e autobiografia, dalla narrazione in terza persona (essendo Orlando foggiata sull’immagine della sua amante/amata, Vita Sackville-West) al rivolgersi – a tratti – direttamente al lettore; e la sua capacità di modificare il proprio stile a seconda del periodo nel quale cala l’avventurosa vita di Orlando. Ma anche l’identità stessa della protagonista, oltre che il suo modo di esprimersi, si modificheranno nel corso dell’opera punteggiata di flasback che permettono a Woolf di giocare con il concetto di tempo e mostrare come il passato possa continuamente intervenire a dar forma al nostro presente.
La trasformazione di Orlando da uomo a donna, da molti interpretata come metafora della fluidità dei generi, è in realtà un espediente narrativo rivoluzionario che permette all’autrice di mostrare il mondo, attraverso il medesimo personaggio, da un punto di vista prima maschile e poi femminile, con tutto ciò che ne consegue. Ritrovarsi, infatti, cavaliere di Elisabetta I nel Cinquecento e dama di Corte nel Settecento significa sperimentare ruoli diametralmente opposti in ambienti ed epoche in cui esiste un genere dominante e uno dominato – il quale, se intende sparigliare le carte in tavola, e oltrepassare i limiti sociali imposti, deve utilizzare mezzi diversi da quelli che userebbe l’altra metà del cielo.
In Orlando avvertiamo altresì uno studio approfondito della psiche e della capacità di adattamento e di accettazioni di sé che ognuno di noi deve affrontare ed è, quindi, una chiave di volta per comprendere meglio ciò che sentiva intimamente la stessa Woolf – come donna e come scrittrice.

L’arte della short story: come condensare un’intera sinfonia in poche battute
Grace Goodside, meglio nota come Grace Paley, nasce a New York City l’11 dicembre 1922 in una famiglia ebrea di origine ucraina, e scriverà solamente 45 racconti in 40 anni di carriera, ovvero meno di 400 pagine. Della serie: when less is more.
Professoressa universitaria, Paley si descriveva come una “pacifista piuttosto combattiva e anarchica cooperativa”. Il suo impegno contro la guerra in Vietnam e il nucleare, a favore dei diritti civili e della causa femminista, portò l’Fbi a dichiararla ‘comunista’, aprendo e conservando un fascicolo su di lei per trent’anni. Paley sarà arrestata in diverse manifestazioni e azioni di protesta – quali il rifiutarsi di pagare le tasse come mezzo per opporsi alle spese della guerra statunitense in Vietnam o, nel 1978, per essere una degli White House Eleven, che srotoleranno uno striscione antinucleare con la scritta “Niente armi nucleari… Niente energia nucleare: USA e URSS” sul prato della Casa Bianca. Nel 1969 è al seguito di una delegazione che si reca ad Hanoi per negoziare il rilascio dei prigionieri di guerra. Ha militato contro le ingerenze statunitensi in America Latina e contro la Guerra in Iraq. Inoltre, ha manifestato apertamente il suo sostegno al diritto all’autodeterminazione femminile e all’interruzione volontaria di gravidanza.
Se come attivista è stata una delle voci più avanzate degli anni 60, 70 e 80, le sue short stories non sono state da meno in quanto, sebbene trattino temi tradizionali come l’amore o la maternità, similmente a Raymond Carver, è il modo in cui li affronta a rendere innovativi i contenuti. La struttura frammentaria, i finali aperti, la mancanza di una trama o dello sviluppo psicologico della protagonista rendono i suoi racconti più reali del reale. I suoi ritmi e il suo gergo sono puro NYC style, ma la sua ironia ebrea come la sua visione metropolitana del mondo toccano corde ancora più autentiche, anche se spesso intraducibili. Le sue protagoniste sono sue immagini riflesse: attiviste che parlano schiettamente delle sue stesse battaglie.
Tra tutte, scegliamo Goodbye and Good Luck, la prima short story della sua prima raccolta, intitolata The Little Disturbances of Man (non meno urticante del Carver’s, What we talk about when we talk about love), che si può riassumere in la vita è troppo breve per sprecarla, meglio viverla amando e “have the last laugh” (o, come canterà Roddy Frame degli Aztec camera: “You only get one hit, that’s the beauty of it / What’s the good in crying? / It’s always been that way, at the end of the day, / You gotta keep on trying. / Life’s a one take movie and I don’t care what it means, / I’m saving up my tears for the crying scene”. Farsi l’ultima risata o risparmiarsi le lacrime per la scena di pianto.
Con questi due ritratti si chiude la serie dedicata alle donne che ho amato o che, a buon diritto, possono reclamare “la storia siamo noi”. L’altra metà del cielo è stata sempre ben presente qui, sulla Terra, ma siamo noi donne a doverne rintracciare le orme prima che il mare le cancelli per sempre.
(1) https://www.inthenet.eu/2025/09/19/le-donne-che-ho-amato-ida-lupino-e-germaine-dulac/
(2) https://www.inthenet.eu/2025/09/12/la-storia-siamo-noi-laltra-meta-dellavanguardia-1910-1940
venerdì, 3 ottobre 2025
In copertina: Virginia Woolf nel 1902, fotografia di George Charles Beresford (Pubblico dominio, particolare per ragioni di layout); nel pezzo: Grace Paley in una foto tratta dalla rete (senza copyright o indicazione dell’autore)

