Money makes the world go round
di Simona Maria Frigerio
Come cantava Liza Minnelli in Cabaret sono i soldi a far girare il mondo. E le guerre, da sempre seppure per pochi, sono una fonte di guadagno per i settori più disparati: da quello farmaceutico nel caso di guerra a un virus a quello degli armamenti, ma anche del cibo in scatola o degli autotrasporti se si parla di guerra convenzionale contro un presunto nemico sul campo.
Nel caso dell’Operazione Militare Speciale russa in Donbass, è soprattutto il settore energetico che ci sta guadagnando – almeno nel breve periodo. E il caso norvegese è un chiaro esempio non solamente delle potenzialità economiche ma anche dei rischi finanziari di tale mossa.
Mentre il Segretario della Difesa britannica, John Healey, ha dichiarato che il suo Governo vuole impossessarsi di oltre un miliardo di interessi generati dagli asset russi congelati, per recuperare i fondi necessari a continuare ad armare l’Ucraina contro il popolo del Donbass e l’esercito russo, nonostante tale azione sia considerata illegittima dal diritto internazionale (come sottolinea il Ministero degli Esteri russo); i norvegesi potrebbero attingere al loro Fondo Sovrano – quotato 1.700miliardi di euro – per fare altrettanto. Ma i contribuenti norvegesi, le cui pensioni sono garantite da tale fondo, cosa ne pensano?
Di certo al summit della SCO (la Shanghai Cooperation Organization), l’annuncio del nuovo gasdotto, Forza della Siberia 2, destinato al trasporto dalla Russia verso la Cina, via Mongolia, di gas liquefatto, ha messo gli economisti occidentali in fibrillazione dato che la Repubblica Popolare potrà diminuire il consumo di carbone a fini elettrici (con un miglioramento sul piano ambientale), oltre che diminuire i propri costi energetici, rendendo ancora più competitivi i propri prodotti sui mercati internazionali. Questo gasdotto – che speriamo non faccia la fine del Nord Stream II (visto anche il recente arresto di un ucraino sospettato del sabotaggio dell’importante infrastruttura energetica europea) – significherebbe per la Russia tagliare definitivamente il cordone ombelicale che la teneva ancora debolmente legata ai Paesi della Ue, visto che il gas che prima ci vendeva (a prezzi modici) finirà direttamente in Cina.
La Norvegia ci guadagna o rischia di perderci?
Nel frattempo Il Sole 24 Ore ci informa che il Governo norvegese vorrebbe stanziare 7,2 miliardi di euro per l’Ucraina anche nel 2026, come già avvenuto nel 2025 – il che equivarrebbe a 23 miliardi di euro di aiuti civili e militari, che la Norvegia prevederebbe di fornire a Kiev tra il 2023 e il 2030 (chissà se gli ucraini sanno che i nordeuropei prevedono per loro almeno un altro lustro di guerra e morti).
Del resto, i 1.700 miliardi di euro del più grande fondo sovrano di cui sopra, hanno incamerato ben 109 miliardi di euro di profitti legati alla guerra, derivanti dall’aumento dei prezzi del gas nel 2022 e 2023.
Ma se è vero che in Norvegia si è registrato un aumento della produzione di petrolio e gas, che ha superato le previsioni di quasi il 4% a luglio 2025, secondo i dati della Direzione norvegese per le attività offshore, solo la produzione di greggio sarebbe aumentata del 16,8% rispetto a giugno 2025 e del 7,2% rispetto a luglio 2024 – di conseguenza, non è tutto oro quello che luccica. E difatti, la produzione di gas è calata del 9% rispetto a luglio del 2024.
In effetti la Norvegia è il più grande produttore di petrolio e gas dell’Europa occidentale, e ha visto ovviamente aumentare la propria produzione di gas dal 2022 – quando ha superato la Russia come primo fornitore in Europa. Ma la Norvegia, nonostante il peso assunto in Eu e Uk, dove ha toccato il 30% delle forniture totali di gas, grazie alla guerra in Donbass, è comunque una pedina di ben poco conto a livello di produzione sia di greggio (solo il 2% della domanda globale), sia di gas naturale (dove raggiunge circa il 3% della domanda globale).
Alle porte dell’inverno, la Norvegia non tiene conto di due fattori. Il primo è che i suoi buyer sono ristretti a Unione Europea e Regno Unito e, il secondo, che l’esportazione di petrolio e gas ammonta a oltre la metà di tutte esportazioni norvegesi – il che rende il Paese grandemente dipendente non solo dalla continuazione della guerra in Donbass e dalle politiche europee in campo ambientale, ma anche della produzione di tecnologia dall’estero.
Non a caso, la Norvegia sta pianificando la sua 26a tornata di concessioni petrolifere e di gas in aree inesplorate, con l’obiettivo di aumentare la produzione per arginare il calo della stessa previsto a partire dal 2030 (come riportato su testate di settore). D’altronde, le spese per nuove esplorazioni e trivellazioni offshore, l’aumento del costo di beni e servizi – anche a causa di una certa debolezza della corona norvegese – e l’incertezza sul futuro del petrolio (in favore di energie rinnovabili, ma anche con l’abbassamento dei prezzi del greggio) rendono rischiosi gli stessi investimenti sul medio-lungo termine. Se è vero che è prevista la trivellazione di nuovi pozzi, è altrettanto vero che molti giacimenti storici si stanno esaurendo e l’offshore si sta spostando sempre più lontano, fino all’Artico. Al di là dei dubbi sulla sostenibilità ambientale di tali scelte, anche l’obiettivo europeo dell’economia ambientalmente neutra, da raggiungere entro il 2050, pone ulteriori interrogativi alle aziende energetiche private norvegesi su quanti capitali investire per mantenere costante la produzione e riuscire, nel contempo, a non far lievitare ulteriormente i prezzi di gas e petrolio norvegesi.
Forse aveva ragione Alberto Sordi: finché c’è guerra c’è speranza…
venerdì, 3 ottobre 2025
In copertina: Immagine Ida da Pixabay

