
A Palazzo Reale, la mostra partecipativa per tornare bambini
di Simona Maria Frigerio
Il limbo / la soglia: questa la chiave di lettura dell’infanzia di Berruti – il più giovane artista ad aver rappresentato l’Italia, fino a quel momento, alla Biennale di Venezia (nel 2009). Multidisciplinare per vocazione, è sul liminale dell’osservatore che incide profondamente – cimentandosi con la scultura, l’affresco su juta, il video d’arte (sempre accompagnato da brani eseguiti da musicisti di diversa provenienza e dei più disparati generi), le performance sperimentali e le installazioni anche partecipative (come la sua Giostra).
Sospesa nel tempo, tra le onde e una musica celestiale, una bambina ci accoglie nella prima sala, mentre si lascia dondolare alla deriva nel buio di una notte senza stelle. L’ondeggiare lento e il rifrangersi dei marosi sulla battigia, ci immergono immediatamente in un universo – che può essere quello di una bambina che si è persa a se stessa o di una migrante alla deriva nel Mare Nostrum: nessuna distinzione, nessuna barriera, nemmeno nazionalità o etnia. L’infanzia preservata nel tocco leggero di un’innocenza che ancora sarebbe possibile salvare. A safe place (in vetroresina e cemento, 2025) è una massiva scultura in movimento, che ci invita a immergerci nel tutto per riscoprire le nostre radici, e a lanciare una scialuppa di salvataggio per questa (come per milioni di altre) bambina, che ci fissa spaurita nella solitudine infinita del cosmo o del mare.
Nella sala successiva, Un mondo nuovo (2022), è una leggiadra scultura in alluminio che gioca col riflesso, l’ombra di sé (à la Calder), disegnando sulla parete il contorno di uno di quegli angeli che realizzavamo, da bambini, bucando lungo il margine una figura stilizzata. Berruti sembra invitarci a ripensare alla nostra infanzia, restituendoci i nostri primi passi nel mondi dell’arte. Come sempre, il fascino sprigionato dalla scultura sospesa (e dalla sua ombra, stilema che ritorna in varie sale espositive) va apprezzato dandogli il tempo per palesarsi – il costume della bambina, che dona tridimensionalità all’opera, compare solo a chi si concede il lusso del tempo della visione. Peccato che lo spazio non sia abbastanza alto per ricomprendere e restituire l’ombra nella sua interezza.
Nella sala dedicata a L’abbraccio più forte, non solamente apprezziamo l’approccio multidisciplinare di Berruti (videoanimazione, disegni e scultura) ma anche l’umanità di un artista calato nel mondo e nel presente che, in un momento di crisi, vendendo i suoi disegni, ha raccolto oltre 140mila Euro per l’ospedale di Verduno e un poliambulatorio mobile. Un abbraccio al mondo, il suo. E anche Nel silenzio, nella sala successiva, troviamo sia il bassorilievo sia il video con un sottofondo musicale, che invitano a sdraiarsi e sognare o immergersi in acque profonde e sconosciute come il nostro io più intimo e in quello spazio liminale nel quale ci abbandoniamo tra veglia e sonno. Quasi ci trovassimo di fronte ai corpi mummificati dalla cenere di Pompei e restituiti a noi nella loro sofferenza e integrità immortali.
Lo studio sul corpo e l’espressione infantili sono i protagonisti della scultura Aurora (vetroresina, cemento armato e pizzi, 2024) e degli otto arazzi di Ognjen (pastelli a olio e affresco su juta, 2021). Come in Morte a Venezia o in alcune marine di Carrà, questi bambini di inizio Novecento esprimono l’innocenza della scoperta del sé e dell’altro da sé. Un velo di consapevolezza – quel pizzo candido – riuscirà ad avvicinarci fino a sfiorarci in un desiderato ma temuto abbraccio/mondo?
Nel nome del padre più che una preghiera o un inchinarsi a una volontà superiore sembra riproporre l’Esercito di terracotta cinese ma privato del suo significato bellicoso e, ritornando bambini, quei guerrieri fissano con compostezza la loro guida, una bambina/madre investita delle loro speranze, delle loro attese, che cerca l’illuminazione per accompagnare i figli dell’uomo – individualità distinte eppure comunità partecipe – in un nuovo mondo, su un sentiero di pace e condivisione. E tutto il peso della responsabilità ricade su due fragili spalle di bambina…
In Three (parts of) me non rivediamo forse noi stesse? Un po’ sognatrici, un po’ idealiste, un po’ pensose o preoccupate su questa giostra – nella fiera delle vanità – sulla quale forse fatichiamo a salire o, forse, dalla quale vorremmo scendere. Le tre sculture monumentali esprimono leggerezza, sospese nel tempo sotto il sole cocente di un’estate infinita, l’estate della loro infanzia che si porteranno dentro come un gioiello da conservare nello scrigno dei ricordi indelebili. Mentre gli arazzi di Out of your own raccontano la scoperta, da parte di un cucciolo d’uomo, della propria ombra che si staglia sulla sabbia. E ancora una volta i rimandi ai Bagni misteriosi di De Chirico o al Monumento ai giocattoli, l’olio su tela di Alberto Savinio e ai suoi giochi tra l’onirico infantile e il surreale, sorgono spontanei.
Diverse le videoanimazioni che seguono (tra le quali spicca l’immagine di un abbraccio materno che cancella il nostro sentirci persi, che riempie il vuoto dell’abbandono, che è i mattoni coi quali costruire la nostra personalità di individui sociali, sicuri di noi stessi anche quando resteremo soli); mentre, a inizio mostra, un video essenziale ma illuminante permette di entrare nel mondo di Berruti con consapevolezza.
La Giostra di Nina è il volo pindarico, è il gioco, è la scoperta, è la libertà, è l’eterno fanciullo che è in noi e che pretende di tornare a un tempo più felice, non perché inconsapevole bensì perché ancora pieno di speranze, opportunità, strade da percorrere, voli da spiccare. Con la saggezza del Gabbiano Jonathan e, per mano una bambina di Gaza, spiegheremo le nostre ali e voleremo via, liberi dalle costrizioni e lontani dall’infanzia tradita e dalla perdita di coloro che abbiamo amato (di Carousel).
Io scendo qui: ai visitatori il prossimo giro di giostra.
La mostra continua:
Valerio Berruti in
More than Kids
a cura di Nicolas Ballario
Palazzo Reale
piazza Duomo, 12 – Milano
fino a domenica, 2 novembre 2025
orari: da martedì a domenica, dalle ore 10.00 alle 19.30, giovedì chiusura alle 22.30
(ultimo ingresso un’ora prima, lunedì chiuso)
venerdì, 3 ottobre 2025
In copertina: La Giostra di Nina a Palazzo Reale (foto gentilmente fornita da Arthemisia)







