A Lucca, parla un rappresentante della Global Sumud Flotilla
di Luciano Uggè
Un incontro – tenutosi il 15 ottobre presso l’Auditorium di via Fratelli Cervi a Lucca – ha permesso di comprendere il come e il perché del viaggio compiuto da alcuni volontari di varie nazionalità per cercare di portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza – distrutta quasi totalmente, occupata e assediata dall’esercito sionista israeliano.
Un evento che, aldilà del risultato finale (un prevedibile flop), ha scosso, comunque, le coscienze di milioni di persone nei cinque continenti. Grazie al dibattito che si è aperto in merito all’azione e alla curiosità intorno ad alcuni partecipanti più o meno noti e ad alcuni politici, la società civile ha comunque reagito comprendendo che la cosiddetta questione palestinese è ormai una priorità che non può più essere relegata a trafiletti sull’ennesima strage di civili palestinesi, sull’ennesimo villaggio o campo profughi distrutto dall’IDF in Cisgiordania, uliveto raso al suolo, esproprio illegale, arresto arbitrario, raid aereo, assassinio di giornalisti e fotografi.
Durante l’incontro di metà ottobre è stato chiarito come si sia potuto mettere in campo l’azione della Global Sumud Flotilla. Una sottoscrizione a livello mondiale ha recuperato i fondi necessari. Grazie alla Malaysia – che ha versato subito 1,5 milioni di euro – si è arrivati presto ai 2 milioni indispensabili per l’acquisto delle navi e dei generi di prima necessità da trasportare. A questo punto è stato dato mandato a una Ong spagnola di comperare 40 imbarcazioni a vela e, in due mesi, si è riusciti a recuperarle e a farle arrivare in porto. Qui, specialisti in vari settori, arrivati da tutto il mondo, hanno sistemato, in due settimane circa, le imbarcazioni in modo che potessero coprire, in 10 giorni di navigazione continua, le 1.500 miglia che le separavano da Gaza.
Il racconto del comandante Lupo, partito nonostante il parere contrario della propria famiglia per adempiere a una sua necessità personale, si è quindi concentrato sul viaggio vero e proprio.
Cosa è successo sulle navi della Global Sumud Flotilla
Sulla sua imbarcazione, oltre agli aiuti umanitari, vi erano molti ospiti – presenti a vario titolo. Partiti in direzione del Peloponneso meridionale, grazie al mare calmo, sono arrivati fino a ovest dell’isola di Creta. Ancora in acque internazionali, l’imbarcazione è stata inizialmente attaccata con bombe chimiche urticanti. Successivamente, dei droni hanno sganciato bombe ‘intelligenti’ che, esplodendo con un fortissimo boato ed emanando una luce accecante a quattro metri di altezza sopra la nave, hanno rilasciato pezzi di metallo che hanno frantumanto le vele.
A seguire, alcuni cavi – attorcigliandosi sulle parti metalliche dell’imbarcazione – hanno provocato scariche elettriche più potenti di un fulmine, scaricandosi in acqua. Il Comandante Lupo ha ammesso di aver vissuto tre ore di terrore puro anche perché – dormendo in coperta – lo perseguitava il rumore incessante dei droni che li seguivano, senza però attaccarli.
Il mattino dopo, distrutti e impreparati – anche in quanto le persone che facevano parte dell’equipaggio non si conoscevano fra loro e, forse, non erano sufficientemente addestrate per una tale situazione di emergenza – sono iniziati gli screzi. Normalmente, in questi casi, è il comandante della nave che deve decidere con tempestività il da farsi, ma in questo caso sarebbe dovuto essere il Comitato, in contatto con l’organizzazione a terra. Eppure, dopo 3 ore, nessuna decisione era stata presa.
Essendo contrariato per l’attesa, il Comandante Lupo – resosi anche conto che l’imbarcazione aveva subito dei danni a seguito dell’attacco – rifiutava la decisione del Comitato e dell’organizzazione a terra, che prevedevano di continuare la navigazione in acque internazionali. Questo, nonostante si trovassero vicini a Creta – con la possibilità di navigare all’interno delle acque greche e, quindi, della Nato. Lupo ha quindi chiesto di poter abbandonare la nave, anche perché aveva difficoltà a comunicare in inglese. Ne è seguita una riunione con l’interprete, questa volta tecnica, per decidere chi avrebbe preso il comando.
Nel frattempo è stata accettata la sua richiesta di entrare in acque greche e, da quel momento, l’imbarcazione è stata scortata da tre navi da guerra Nato che hanno reso impossibile – per tema di essere identificati – l’utilizzo dei droni da parte israeliana.
Quando l’imbarcazione sulla quale viaggiava è arrivata a circa 48 miglia nautiche da Gaza, si è accorto che uno sbarramento di navi israeliane li stava attendendo: il loro maggior timore era che fossero coloni – di cui, secondo Lupo, è ben nota la brutalità. Luci accecanti e cannoni ad acqua hanno investito l’equipaggio, così da rallentare l’imbarcazione. Quindi, da una serie di gommoni sono saliti a bordo uomini ‘armati sino ai denti’ che hanno sequestrato le persone a bordo. Sempre secondo Lupo, i corsi seguiti nei mesi precedenti sul comportamento da tenere, in questo caso, li hanno aiutati.
Infine, sono stati catturati, stipati in nove in una cuccetta per quattro ma, senza particolari maltrattamenti, trasferiti al porto commerciale di Ascalona (in Israele ). Lì sono intervenuti i poliziotti, i quali li hanno presi in consegna e trasferiti in un enorme piazzale circondato da container – dove sono rimasti seduti immobili per tre ore, dato che chiunque si muovesse anche di qualche centimetro era preso per il bavero e fatto alzare, picchiato sulle ginocchia, fatto inginocchiare, spinto faccia a terra e costretto a rimanere in tale posizione (offensiva per la dignità della persona) per tutto il tempo.
Lupo ricorda l’odio palpabile che ha sentito intorno a sé: molte guardie erano giovani donne (dell’età della figlia) e, secondo lui, erano le peggiori. Pur tenendo tutto il tempo il cellulare in mano, al minimo movimento intervenivano con ferocia e riserbavano ai membri dell’imbarcazione una flebile eco del trattamento usuale per i palestinesi (e i loro sostenitori). Il comandante si è chiesto come sarebbe stato possibile per sua figlia comportarsi nel medesimo modo: a quale livello di odio e disumanizzazione dell’altro da sé sono state educate queste giovani?
A questo punto Lupo e i suoi ‘compagni di avventura’ sono stati bendati, legati e trasferiti altrove su cellulari infuocati (in quanto lasciati al sole per ore) che, alternativamente, erano condizionati a 15 gradi per poi essere nuovamente arroventati (così sino all’arrivo). Nel centro di detenzione sono stati costretti in una cella, dove per nove persone erano messi a disposizione solo quattro letti a castello, con un bagno ma senza carta igienica, e un lavandino con acqua putrida – che era l’unica disponibile anche da bere. La notte, ogni due ore, i carcerieri dell’‘unica democrazia del Medio Oriente’ accendevano le luci, imponevano ai reclusi di uscire dalle celle, restare in piedi mantenendo la fila e, se qualcuno si muoveva, era picchiato.
Dopo un tempo che è sembrato loro interminabile è arrivata la Console italiana, che li ha informati di avere solo 15 minuti per spiegare quanto sarebbe accaduto. Ovvero, sarebbero stati rimpatriati i militanti di quei Paesi che avevano rapporti diplomatici con Israele – tra i quali l’Italia. I due libici che erano con loro in quel frangente, visto che la Libia non ha rapporti con lo Stato sionista, sarebbero dovuti rimanere in carcere sine die. Alla richiesta dei prigionieri di portarli con loro, la Console ha accettato ed è riuscita a unirli al gruppo che è stato prontamente fatto salire su un camion, dove erano presenti 5 gabbie di ferro da 1 metro x 80 centimetri che dovevano contenere, ognuna, i prigionieri a coppie sino all’aeroporto.
Infine, il volo sul quale sono stati fatti salire è atterrato a Istambul, dove sono stati accolti festosamente dai turchi, che li hanno anche rivestiti – visto che da giorni indossavano sempre gli stessi capi. Fuori dall’aeroporto li attendeva una folla enorme con mazzi di fiori e regali.
Un altro mondo è, quindi, possibile?
Riguardo al racconto di Lupo ci sorgono alcuni dubbi – sebbene il gesto in sé sia da plaudire nonostante fosse destinato al fallimento.
Il primo è che lo stesso Lupo abbia affermato di non c’entrare nulla con la politica e che il gesto non deve intendersi tale. Ma ogni cosa è politica: il corpo, lo spazio, il dialogo o l’interposizione, le scelte che facciamo quotidianamente, le battaglie che portiamo avanti o la decisione di arrenderci all’esistente, la maniera in cui la stampa riporta oppure occulta o dileggia una notizia, e il modo in cui la narrazione si fa storia o la storia è riscritta dal vincitore. La questione palestinese è primariamente politica: altrimenti come mai lo Stato di Palestina (a differenza di quello di Israele) non è ancora nato dal 1948? Il sionismo è una visione politica del mondo. Così come la decisione di perseguire – o meno – Netanyahu e il suo Governo per crimini contro l’umanità e genocidio sarà una questione politica. La politica, del resto, non può e non deve confondersi né con la RealPolitik né con l’appartenenza o meno a un partito.
Il secondo dubbio è: adesso cosa accadrà? La questione palestinese così come il regime sionista sono ancora carte sparigliate sul tavolo. Gli israeliani violano la tregua, continuano a bombardare il Libano, in Siria le cellule dell’Isis stanno riprendendo vigore. Il Medio Oriente o Asia occidentale è una polveriera e se il Presidente Putin può rimandare i colloqui con Trump contando su una vittoria sul campo tale da dettare condizioni di resa all’Ucraina e all’Europa che ci insegneranno a dialogare con la Russia invece di cercare di farla implodere per appropriarci delle sue risorse; chi ha la medesima forza e interesse per battersi a favore della Palestina? Al di là del ritorno personale di immagine di alcuni vip, e dell’esperienza umana che la maggior parte dei volontari potrà riportare a casa, impegnandosi a raccontare – come ha fatto il Comandante Lupo – cosa significhi finire (anche solo per un brevissimo periodo) nelle mani dell’unica democrazia del Medio Oriente, chi avrà il coraggio di denunciare il Piano di Pace di Trump come l’ennesimo tentativo per un mandato neo-coloniale occidentale sulla Terra dei palestinesi?
Nelle prossime settimane, forse, alcuni dei nostri dubbi si chiariranno e alcune delle nostre domande troveranno risposta.
venerdì 7 novembre 2025
In copertina: Il logo della Global Sumud Flotilla

