A Lucca una due giorni per ripensare il rapporto culturale Nord/Sud del mondo
di Simona Maria Frigerio
A Capannori, nell’affascinante cornice di Palazzo Boccella, si è tenuto il 29 e 30 ottobre un Convegno – intitolato all’esploratore Carlo Piaggia, vissuto nell’Ottocento ed esempio della vocazione lucchese di varcare le Mura per visitare il mondo. La serie di incontri è stata voluta dal suo ideatore, Roberto Castello, per coniugare le istanze creative europee e africane, superando le dinamiche neocolonialiste ma anche le resistenze che provengono dal Sud del mondo nei confronti di un’Europa percepita come egemonica e auto-referenziale. E ancora una volta dobbiamo dare atto che SPAM! – insieme a poche altre realtà toscane – dimostra una cristallina identità ideologica e un’apertura verso il resto del mondo ben al di sopra della media.
Noi abbiamo seguito, in particolare, l’incontro dedicato a Esplorare la percezione della cooperazione culturale italo-africana da parte africana. Ci interessava, infatti, sentire la viva voce di operatori e artisti africani e la loro visione rispetto a noi e al nostro operato, e non la nostra becera visione neocolonialista, paternalista o da portatori di vessilli di democrazia e cultura con la quale ammantiamo la nostra ferocia predatoria e – non ultimo – il genocidio che si sta compiendo alle nostre porte, in terra palestinese. Per una volta tocca a noi restare in silenzio.
Gli interventi
Nato e cresciuto a Soweto, nella Repubblica del Sudafrica, Sello Pesa è stato il primo a intervenire. Il coreografo ha lavorato a lungo all’estero sebbene il focus della sua ricerca sia il continente africano: le sue tradizioni ancestrali così come la vita quotidiana nelle sue attuali megalopoli. Come ci spiega in un breve scambio di opinioni prima del Convegno, per lui è importante essere ospitato in residenze all’estero per ricaricarsi e tornare in Sudafrica con nuove idee, prospettive, punti di vista, che può far confluire nel proprio lavoro. Un lavoro che è da sempre difficile in quanto è cresciuto in epoca di apartheid e, adesso, che ufficialmente il regime razzista è stato superato, le differenze economiche tra bianchi e neri continuano a determinare le possibilità e i limiti del lavoro, anche culturale, dei due gruppi etnici. La cronica mancanza di fondi, denunciata anche dal drammaturgo Mike van Graan in una recente intervista (1), non solamente incide un solco tra cultura sponsorizzata dal potere perché affine, come tematiche e obiettivi, e cultura liberata; ma anche tra cultura prodotta dagli eredi di boeri e inglesi (che continuano a detenere il potere economico e la possibilità di studiare nelle migliori scuole e università) e dagli africani (la fascia tuttora più povera e meno acculturata della popolazione).
Maurizio Bungaro, diplomatico in pensione, con esperienza nell’Africa sia anglofona sia francofona (come definita da lui stesso) – e qui ci permettiamo di notare l’ennesima posizione neocolonialista operata attraverso una divisione eurocentrica. Bungaro, certamente persona colta e innamorato del continente africano, ha esordito denunciando come l’Africa sia tuttora sinonimo di ‘esotismo’ oppure vista quale ‘fonte di pericoli’. Non abbiamo bisogno di citare Josep Borrell, quando ricopriva il ruolo di Capo della diplomazia dell’Unione Europea, che affermava: “Noi un giardino, il resto del mondo una giungla” – ovvero l’Europa sarebbe un luogo dove “tutto funziona” mentre altrove è il Caos mitico – per capire come Bungaro abbia ragione quando dice che gli occidentali non hanno alcuna conoscenza della vitalità culturale africana – se escludiamo le produzioni in campo musicale, internazionalmente note – da Fela e, oggi, Seon Kuti e Cesária Évora a Youssou N’Dour, Mory Kanté e Angélique Kidjo. Il Sud del mondo appare protagonista sui nostri media solo quando è sinonimo di migrazioni, eventuali guerre o golpe, o per azioni violente commesse da cittadini di Paesi africani residenti in Europa. Al contrario, gli africani, non solo producono cinema (ricordiamo la splendida stagione cinematografica del Burkina Faso durante il periodo dell’illuminato Thomas Sankara), arte, letteratura, danza o teatro, ma conoscono le nostre produzioni – degli italiani come dei francesi ma anche della Bollywood indiana – dimostrando di essere molto più curiosi, colti e aperti di quanto noi si pensi. E qui ci permettiamo un inciso: perché in Occidente non si considerano tali forme artistiche? Perché è più funzionale allo sfruttamento neocolonialista restituire l’immagine di un continente degradato e bisognoso del nostro aiuto e della nostra guida, di occidentali, che non riconoscerne il valore e, di conseguenza, dare ai Paesi africani un peso negli organismi internazionali e un valore a una cultura altra – differente dalla nostra ma altrettanto valida. Bungaro, ha infine sottolineato il peso degli istituti culturali europei (soprattutto francesi) in Africa – che suppliscono, a volte, alla mancanza di fondi pubblici. E però ci permettiamo di dissentire: non è più tempo di Françafrique, e di organizzazioni e istituti europei che, in realtà, tendono a egemonizzare linguaggi e tematiche. Così come dissentiamo dall’elogio dell’uso dell’inglese e del francese, in Africa, come elementi linguistici unificanti. In Spagna esistono quattro lingue ufficiali e una serie di dialetti ormai assurti allo status di lingue (come il valenciano) e a nessuno verrebbe mai in mente di considerare il castigliano la lingua unificante per rapportarsi al mondo. Ancora una volta constatiamo che ciò che vale per noi europei, sembra non valere per le nazioni del Sud globale.
In chiusura, l’intervento di Alli Hajarat, fondatrice del QDance Center Lagos la quale, proprio riallacciandosi a questo discorso, ha voluto sottolineare come, nonostante la presenza dei Paesi coloniali e neo-coloniali, in Africa si sono sviluppate forme artistiche autoctone e valide, a volte attingendo anche alle tradizioni e alle pratiche archetipiche o rituali. Il problema per Hajarat sarebbe che proprio quando si apre il dialogo tra artisti europei e africani, se si tratta di rappresentare espressioni tradizionali, si raggiunge un certo equilibrio tra i due gruppi; mentre, quando ci si confronta con la contemporaneità o con prodotti da presentare a un pubblico bianco, allora la presunta superiorità europea diventa un diktat dal quale non si può prescindere – in pratica, a lungo i corpi e le forme di danza africani sono stati disconosciuti in quanto, per essere accettati dai ‘bianchi’, avrebbero dovuto uniformarsi ai nostri gusti, alla nostra estetica e a forme creative che, nella danza, possono considerarsi eredi del balletto romantico. E qui forse possiamo dissentire anche da Hajarat visto che, in realtà, la danza come l’arte e la cultura, ma anche l’informazione, l’economia e la politica, in Europa, stanno vivendo un periodo di profonda crisi e se è vero che a Bruxelles ormai siedono dei pigmei, sui palcoscenici teatrali non va meglio: magari assistessimo a espressioni eredi di forme canoniche di balletto (ormai appannaggio di poche Compagnie nazionali, quali NDT)! Oggi i giovani europei pensano di saper danzare dopo corsi accademici triennali che non insegnano nemmeno loro a padroneggiare il corpo, o di recitare quando non padroneggiano neppure il respiro e la voce, o credono che per costruire una coreografia basti un’idea. I risultati, disertati dal pubblico e osannati da una critica che si accontenta di un piatto di lenticchie, sono sotto gli occhi di tutti. Ma tornando al discorso di Hajarat, secondo lei l’assoggettamento delle forme creative e dei corpi africani è stato operato soprattutto dalla Francia, che ha sempre investito nella cultura ma per ragioni politiche – ovvero per raggiungere i suoi obiettivi neo-coloniali ed egemonici.
Chiudiamo con un intervento dal pubblico, ossia l’esempio in positivo degli scambi in ambito universitario e il racconto riportato da una giovane nigeriana, presente al Convegno, di una ragazza tedesca che è partita per Lagos con un gran timore dei pericoli che avrebbe incorso vivendo in Nigeria e, col tempo, si è innamorata del Paese, ha terminato i suoi studi in Africa e adesso vive e lavora nell’ex capitale. Ancora una volta, un esempio dei pregiudizi e delle paure occidentali – per fortuna esorcizzate dall’esperienza diretta. Del resto, la Germania – che appare un Paese ‘sicuro’ – come da inchiesta che pubblicheremo la settimana prossima, è in realtà una nazione estremamente violenta, in cui i crimini (compresi gli omicidi) sono in aumento e che vanta il triste primato di essere tra gli Stati europei dove si commettono più femminicidi in assoluto (quasi il triplo rispetto al numero di tali reati perpetrati in Italia).
In serata, passaggio di testimone a tre assoli di danza africana presso SPAM! (Che abbiamo visto e recensito per voi, 2).
Le ragioni di un Piano Piaggia
Convegno per una cooperazione culturale paritaria e non predatoria con l’Africa subsahariana
Palazzo Boccella
via Ilio Menicucci, 2 – Capannori (LU)
mercoledì 29 e giovedì 30 ottobre 2025
mercoledì 29 pomeriggio:
Esplorare la percezione della cooperazione culturale italo-africana da parte africana
moderatore Roberto Castello
interventi di:
Sello Pesa (coreografo, insegnante e direttore artistico del collettivo Ntsoana Contemporary Dance Theatre) con la relazione “Riflessioni su anni di tour svolti fuori dall’Africa con i suoi spettacoli creati in Sudafrica”;
Maurizio Bungaro (ex diplomatico con oltre vent’anni di esperienza in Africa subsahariana) con la relazione “Problemi e limiti del sistema istituzionale italiano a rapportarsi con le realtà artistiche africane”;
Alli Hajarat (fondatrice del QDance Center Lagos e programmatrice Dinamiche di assimilazione determinate dalla disparità economica, dei sistemi educativi, dell’uso delle lingue coloniali e delle dinamiche del sistema dell’arte)
(2) La recensione di Luciano Uggè del trittico: https://www.inthenet.eu/2025/11/14/bambu
venerdì, 14 novembre 2025
In copertina: Dal sito di Aldes / SPAM!, African Vibe di Mederic Turay, 2016

