Una strada tutta in salita
di Federico Giusti
Mentre alcuni rinnovi contrattuali nazionali sono già stati sottoscritti, ci si domanda cosa accadrà ai comparti ancora mancanti. Ovviamente, se si sottoscrivono intese con aumenti del 6% e forse meno, per un triennio in cui il costo della vita è cresciuto – dati Istat – di quasi il 18%, come possono dirsi soddisfatte le parti sindacali a fronte di contratti che fanno perdere, invece che guadagnare, soldi ai lavoratori? Contratti studiati, tra l’altro, per favorire indennità specifiche destinate a pochi e secondo logiche divisive e di mestiere. Il caso della Sanità è emblematico: sindacalisti di mestiere o di professione hanno portato a sottoscrivere un’intesa contrattuale negativa sotto il profilo sia economico sia normativo.
Un problema, insormontabile, è rappresentato dalla legge di bilancio appena presentata, per la quale Paolo Zangrillo, Ministro per la Pubblica Amministrazione, afferma che di meglio il Governo Meloni non avrebbe potuto fare a causa degli 80 miliardi di interessi, i 40 di eredità del Superbonus e la crescita della percentuale del Pil da destinarsi alle spese militari (anche in deroga al patto di stabilità).
In realtà, il Ministro avrebbero potuto evitare i tagli ai premi di risultato, sostituendosi alle imprese che, alla fine, si sottraggono a ogni impegno in termini salariali, contrattuali, per il mantenimento del welfare e per assicurare un lavoro stabile. Diminuire le aliquote dell’Irpef porta benefici irrisori alle buste paga dei lavoratori e, alla lunga, sottrae risorse ai servizi pubblici e per la collettività. Mentre, se l’obiettivo fosse (sebbene nessuno abbia il coraggio di dichiararlo apertamente) quello di depotenziare lo stato sociale, la detassazione è la scelta giusta.
Sempre il Ministro Zangrillo afferma di avere ricevuto attestati di stima anche da parte del centrosinistra sui rinnovi contrattuali. Non ne dubitiamo – visti i Governi tecnici o di area piddina precedenti: se si ha come riferimento l’austerità salariale, si otterrà persino il sostegno della Bce. Non conosciamo quali siano i riferimenti del Ministro, di certo da sempre l’Anci, a Legge di Bilancio approvata, pubblica un comunicato per rivendicare il successo delle mediazioni tra Enti locali e Governo ma, se guardiamo alle risorse mancanti da lustri per i Comuni, si capisce che i motivi per esultare mancano del tutto. Ad esempio, il fondo per gli Enti locali inietta ben poche risorse nel sistema ed è di questo che dovremmo discutere seriamente.
Come si recupera il potere di acquisto perduto in oltre un ventennio? Utilizzando manovre come l’aumento dell’importo dei buoni pasto, fermo da anni a 7 euro? Oppure si verserà il Tfr degli impiegati pubblici andati in pensione con tempistiche analoghe al settore privato? Al contrario, temiamo che si persevererà con i soliti tempi diluiti o costringendo i pensionati a ricorrere ai prestiti bancari nell’attesa della corresponsione di quanto dovuto. Non troviamo traccia, nei contratti sottoscritti, di queste rivendicazioni basilari.
Per quanto concerne il rinnovo del contratto degli Enti locali, proprio a causa dei non-risultati ottenuti con il CCNL della Sanità, quali saranno i benefici? Secondo noi ben pochi, o quasi nulli. Ad esempio, non sembra ci siano i fondi necessari per porre fine alla sperequazione tra i salari degli Enti locali e degli altri comparti pubblici, sebbene per mesi sia stato sbandierato che equiparare gli stipendi degli Enti locali al resto del settore pubblico fosse un impegno irrinunciabile assunto dal Ministero.
Al contrario, arriva la detassazione del salario accessorio, con l’aliquota piatta del 15% su una quota da 800 euro comprensiva delle voci fisse, non aumentano le materie oggetto di contrattazione, non si potenzia il fondo destinato alla produttività.
Questo Governo sembra promuovere una visione della Pubblica Amministrazione che definiremmo leggera, ovvero un Servizio Sanitario nazionale depotenziato, il ricorso alla sanità privata e alla previdenza integrativa come pilastri insostituibili, le indennità destinate a pochi – a mero discapito delle risorse che dovrebbero essere redistribuite alla totalità dei lavoratori.
Oltre alla perdita economica, le beffe. Ad esempio nel caso del lavoro agile riconosciuto alle prestazioni in smart, dopo che numerose sentenze avevano già condannato l’operato delle pubbliche amministrazioni che avevano escluso dal buono pasto chi operasse proprio in modalità agile. E ancora, si ventila nel comparto Salute la possibilità di articolare l’orario di lavoro su 36 ore settimanali distribuite su quattro giorni, previa adesione volontaria da parte dei lavoratori, quando la richiesta era, vista la tipologia di lavoro, di ridurre l’orario settimanale a 35 ore.
Le parti sindacali sono consapevoli di avere spianato la strada a intese con aumenti inferiori al costo della vita senza modificare di una virgola l’impianto tradizionale dei contratti, che hanno ridotto all’osso le materie oggetto di contrattazione?
Questi sono i fatti, il resto sono solo chiacchiere per i salotti televisivi.
venerdì, 21 novembre 2025
In copertina: Immagine di Hafiz Rajita da Pixabay (particolare per ragioni di layout)

