Dialogo tra un “SO DI NON SAPERE datato” e un neo praticante legale
di Maurizio Prescianotto
La prima parte su: https://www.inthenet.eu/2025/11/21/schiforma-dingiustizia/
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Facciamo ATTENZIONE, in tale contesto desolante, a non ridurre l’erogazione del DIRITTO di giustizia a una PRIVATIZZATA QUESTIONE DI RESPONSABILITÀ PERSONALE e PATRIMONIALE di rapporto tra cittadini e magistrati come la SCHIFORMA d’inGIUSTIZIA vuole fare intendere.
Lo Stato, nell’erogare il servizio Giustizia, prioritariamente dovrebbe preoccuparsi di selezionare, valutare, formare, remunerare e verificare che i dipendenti di tutti i settori (giudici, poliziotti, medici, docenti, eccetera) risultino essere in grado di rappresentarlo nell’adempimento delle funzioni previste al meglio delle loro facoltà, con professionalità e buona fede.
Se si dovesse dimostrare con opportune e trasparenti procedure interne di ‘controllo qualità del servizio’ che i funzionari hanno sbagliato, lo Stato non si dovrebbe paludare da irresponsabile (come avviene), ma provvedere a rimborsare eventuali danni arrecati e ripristinare i diritti spettanti.
Poi a sua volta, come Stato responsabile, rivalersi sul funzionario dipendente risultato incapace, infedele o altro, secondo norme e regolamenti condivisi e pubblici, attraverso la responsabilità esercitata da fidati dirigenti apicali che devono attivarsi e rispondere. Altrimenti non se ne comprenderebbe la funzione e remunerazione.
Quale sarebbe il TRIBUNALE super partes garante della terzietà assoluta nel giudicare un GIUDICE chiamato a rispondere, personalmente e patrimonialmente, in esito a una sua sentenza? Il CSM in qualità di organo semipolitico sembrerebbe alquanto improbabile.
Se il GIUDICE risponde patrimonialmente in solido per una cosiddetta ‘sentenza ingiusta’, per evitare di ‘sbagliare’ in un contenzioso incerto e salvaguardare il proprio patrimonio, farà attenzione oltre il merito del procedimento di togliersi ‘la benda della cieca giustizia’ (10), valutando il peso dello status sociale delle parti. Prevedibilmente, se saremo in presenza di una marcata differenza di status tra le due parti in contenzioso, sarà meglio non rischiare di sfavorire la parte di maggior peso riducendo la possibilità di ricorso avverso la sua sentenza.
È da considerare che lo status sociale medio dei giudici risulta elevato e l’essere inseriti nei circuiti apicali li porta a conoscere l’ambiente. Nonostante il meccanismo concorsuale, le ricerche hanno evidenziato una predominanza di magistrati provenienti da famiglie con un livello di istruzione elevato e un certo benessere economico. Questo è spesso attribuito alla necessità di un percorso di studi lungo, oneroso (spese universitarie, libri, corsi di preparazione) e che richiede un supporto familiare prolungato, data anche l’età media di ingresso, che si è innalzata nel tempo. Un amico sindacalista bancario mi raccontò della controversia di un dipendente, suo iscritto, avverso una Banca locale. Quando si venne a sapere che il magistrato era parente del Dirigente bancario di controparte, l’avvocato del sindacato fece desistere il lavoratore dal ricorso legale.
La SCHIFORMA come declamato dai suoi propugnatori e dimostrato da quanto descritto sopra, risulta conforme alla filosofia neoliberista di depotenziare le funzioni dello Stato rendendolo ‘leggero’ (vedi cit. 5).
Nelle controversie tra diseguali nello status sociale, la Giustizia si vincola sempre più, ridotta di fatto a confronto patrimoniale tra chi può permettersi meglio di sostenere il costo e i tempi per arrivare a sentenza definitiva. Vero è che la Costituzione Italiana del 1946, all’Articolo 3 dichiara che di fronte alla giustizia siamo tutti uguali. Ma passati 80 anni ancora non lo siamo e lo Stato ‘labile’ che doveva avere il compito di togliere gli ostacoli all’uguaglianza… continua a ‘farsi i casi suoi’.
Ivano Fossati cantava Labile, in Macramè, nel 1996: “Mi dicono che Dio esiste, ma si accontenta di camere doppie con la vista siderale mentre qui da noi piove sempre”
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Citando i casi di magistrati manifestamente incapaci evitiamo di ridurre il problema di SELEZIONE nella magistratura a pretesto affinché i soliti noti possano, col denaro, comprarsi la giustizia, intimorire i don Abbondio e utilizzare gli Azzeccagarbugli. Figure mitiche che servono a ricordare l’ingiustizia dei tempi passati che, ancor oggi, può ritornare. Nell’ordinamento giudiziario, come nelle situazioni umane, nessuno potrà mai garantire l’assoluta evitabilità di errori e i tre gradi di giudizio sono previsti per limitarne la frequenza.
Pensiamo se il docente dovesse rispondere patrimonialmente di una bocciatura nei confronti di un figlio di papà che ricorre per danni. La stessa cosa vale per un giudice che, già oggi, subisce la pressione diversa tra ‘chi può’ e ‘chi non può’ permettersi di ricorrere, chiamandolo a rispondere con responsabilità personale patrimoniale.
Il docente lo rimanderesti al giudizio del soprintendente, cassando la sua libertà di insegnamento? Il giudice lo rimanderesti al CSM politicizzato che dovrebbe garantirgli equità? Solo il fatto che si introduca a livello di pubblica opinione tali ipotesi, denuncia lo sbando istituzionale statale e l’incapacità auto-rigenerativa, sanzionatoria responsabile dei vertici dello Stato nei confronti dei propri funzionari.
Purtroppo la carriera non si fa per ‘merito’ ma, troppo spesso (+50%), per ricattabilità, fedeltà, obbedienza, raccomandazione. Vedasi “la ricattabilità, garanzia di fedeltà e obbedienza ai preposti (1). Pertanto, nella selezione, gli incapaci e inetti assurgono spesso a ruoli apicali esercitando funzioni alle quali sarebbero inadatti. Dovremmo riconoscerlo e porvi rimedio senza girarci attorno cercando, invece, ‘responsabilità personali patrimoniali’ che a CHI se lo può permettere non faranno mai un baffo?
Fabrizio De Andrè cantava come avviene la selezione di Un Giudice in Non al denaro non all’amore né al cielo, 1971: “preparai gli esami per diventare procuratore, per imboccare la strada che dalle panche di una cattedrale porta alla sacrestia, quindi alla cattedra d’un tribunale, giudice finalmente, arbitro del bene e del male…”
Giotto rappresentò l’INGIUSTIZIA nella Cappella degli Scrovegni a Padova, nel 1306.

Era argomento riconosciuto e dibattuto, mentre oggi nel senescente e amorfo GIARDINO OCCIDENTALE siamo in guerra e guai a parlare di mancati diritti col nemico che ci ascolta!
Nessuno parla dell’inGIUSTIZIA monca (2) e la politica ‘pro domo suo’ ci rimbambisce convocando un referendum che nulla tange sulla qualità e gli attori del servizio erogato. Serve solo come distrazione sinaptica divisiva per masse beote. Il ‘disastro d’inefficienza’ sarebbe da riformare di sana pianta e la SCHIFORMA d’inGIUSTIZIA serve solo a garantire maggiore impunità alla casta politica, sorvegliando che nessun giudice ‘esca in futuro dal coro’ dei conformati.
Sempre fiducioso nel SOL DELL’AVVENIRE 🌞
(1) La ricattabilità garanzia di fedeltà e obbedienza ai preposti, Festival dell’Economia, Trento, Tino Boeri (2014) in L’inutile utilità del merito lavorativo, Maurizio Prescianotto, 2018:


(2) La SCHIFORMA d’inGIUSTIZIA

venerdì, 28 novembre 2025
In copertina e nel pezzo: Immagini e suggerimenti musicali dell’Autore dell’articolo

