1.000 euro di oggi non valgono il milione di lire di ieri
di Federico Giusti
L’Italia è un Paese con un elevato numeri di pensioni inferiori a 1.000 euro. Le pensioni da fame rappresentano il problema ancora oggi insoluto e quelle basse sono un’emergenza sociale e lo diventeranno sempre più nei prossimi anni – con vuoti contributivi e calcoli su un sistema iniquo e svantaggioso (il modello contributivo).
Una pensione interamente calcolata con il sistema retributivo determinerebbe un assegno previdenziale superiore anche del 40% rispetto a una pensione, a parità di anni lavorati, con il calcolo costruito sui contributi versati. Ma tra pochissimi anni il retributivo sarà solo un lontano ricordo: quanti hanno iniziato a lavorare – e avere dei contributi – dopo il 1994, saranno la quasi totalità della forza lavoro. Avere qualche anno con il retributivo è una condizione possibile per gli attuali sessantenni; per chi oggi ha pochi anni in meno, invece no. È venuto meno quel patto sociale tra lavoratori in produzione e pensionati. Diminuendo per altro il numero degli occupati, la spesa previdenziale diventa meno sostenibile anche se il calcolo dell’assegno previdenziale ormai avviene solo in base agli anni effettivamente versati.
Ma fin dagli anni 80 del Novecento si è affermata non solo l’ideologia individualista ma anche quella dei sacrifici (dei salariali) e della tenuta economica del sistema fiscale, dimenticando che una spesa previdenziale andrebbe sempre rapportata al numero degli occupati, al numero delle ore e degli anni lavorati. Al contrario è prevalso un altro ragionamento a uso e consumo dei poteri dominanti. E per questo, prima, è arrivato un sistema di calcolo svantaggioso per ridurre il futuro assegno previdenziale (e anche la spesa del TFR o TFS) e, poi, il progressivo innalzamento dell’età pensionabile con decurtazioni per chi scelga di uscire anticipatamente dalla produzione. Chi ha buchi contributivi o anni di part-time andrà in pensione alle soglie dei 70 anni con un assegno da fame e magari dovrà inventarsi qualche lavoretto al nero per integrare.
Sarebbe importante, oggi, avere una fotografia aggiornata sulle pensioni e sui percettori degli assegni bassi, con la quantificazione numerica suddivisa anche per fasce di età e provenienza regionale.
La pensione minima dal 1° gennaio 2025 è pari a 616,67 euro. L’assegno sociale è di 538,69 euro mensili lordi. La rivalutazione delle pensioni si è fermata (nonostante l’inflazione e i rincari per luce e gas) allo 0,8%.
Nel biennio 2023/2024, nonostante l’inflazione alle stelle, la rivalutazione è stata di poco superiore al 13%; nel 2025 gli aumenti sono stati quasi ininfluenti – tra 10 e 16 euro al mese, praticamente il costo di una pizza (magari una margherita) e di una bottiglia d’acqua.
Il ragionamento da fare è tuttavia ben altro, ossia se con pensioni inferiori a 1.000 euro si possa condurre una vita dignitosa; ma, a quel punto, le rivalutazioni in base al costo della vita (che, con il codice IPCA (1), è del tutto inadeguato a salvaguardare il potere di acquisto) sarebbero comunque del tutto insufficienti a garantire un’esistenza dignitosa.
Teniamo conto che il numero dei pensionati in futuro sarà in continuo aumento rispetto alla forza lavoro attiva a causa dell’invecchiamento della popolazione. Mantenendo in servizio, volontariamente, i dipendenti pubblici fino a 70 anni, prima o poi lo Stato dovrà fare i conti con decine di migliaia di uscite dal mondo del lavoro. Ritardare l’età della pensione è stata una scelta dettata dalla Ue e recepita dall’Italia con particolare solerzia, mentre in altri Paesi i sindacati organizzavano settimane di scioperi generali per impedire l’aumento degli anni lavorativi. Prova ne sia che fino a oggi l’età della pensione varia da Paese a Paese (ma l’Ue sta dettando linee per portare l’età pensionabile a 70 anni per tutti gli Stati membri).
Le basse pensioni riguardano anche aree geografiche prospere, dove la percentuale dei disoccupati è più bassa e qui entrano in gioco altri ragionamenti come il nero, i contributi previdenziali irrisori da parte dei datori di lavoro, gli straordinari pagati fuori busta, i contratti collettivi al massimo ribasso.
Il capitolo previdenziale è appena aperto e ben lungi dal trovare soluzioni definitive valide almeno per i prossimi anni: i nodi al pettine devono ancora arrivare e occorrerà attrezzarsi per difendere gli interessi della classe lavoratrice.
(1) IPCA: Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea: https://www.istat.it/tag/ipca
venerdì, 5 dicembre 2025
In copertina: Foto di Gundula Vogel da Pixabay

