A Pisa, incontro con Iain Chambers sul “fallimento della memoria storica istituzionale”
di Simona Maria Frigerio
Polo Guidotti, lunedì 1° dicembre 2025. Anna Estdahl, a nome di Radio 110 Hertz – che ha ideato l’incontro con lo scrittore e ricercatore Iain Chambers – ha raccontato come sia nata questa webradio di comunità, votata al citizen journalism, che ha organizzato e trasmette l’evento di oggi come uno tra i contributi di voci altre che, di solito, non trovano spazio sui media – con narrazioni che, partendo dal personale, si allargano alla società civile nelle sue diverse declinazioni: dalla Casa delle donne di Pisa ai gruppi pacifisti presenti sul territorio fino ai movimenti in sostegno della Palestina.
A questo punto avremmo pensato che l’autore avrebbe approfondito i concetti espressi ottimamente nel comunicato stampa (e pensiamo nel libro che, al momento, non abbiamo letto), ossia “come, ponendo in stretta continuità il tragico naufragio del 3 ottobre 2013, in cui 368 migranti morirono al largo di Lampedusa e il genocidio a Gaza” … il Mediterraneo, “contrariamente alla narrazione egemonica occidentale, rivela la sua anima ‘nera’: la memoria dello schiavismo e del colonialismo – quest’ultimo mai finito”, come dimostra “la violenza perpetrata a Gaza per colonizzarne il futuro”.
Tutto ciò dovrebbe porci in funzione critica sia rispetto alla storia che, ovviamente, è sempre quella raccontata dai vincitori, sia alle arti o alla cultura, che spesso sono espressioni estetiche del potere egemonico, e persino all’idea stessa di linearità temporale – concetto che è già stato proposto dalla fisica quantistica (a differenza della seconda legge della termodinamica) così come dalla teoria degli equilibri punteggiati del paleontologo Stephen Jay Gould.
Al contrario abbiamo assistito a un incontro molto interessante ma per gli addetti ai lavori o per un esiguo gruppo di ricercatori e professori universitari già edotti sul contenuto del libro; invece che, presumibilmente, per il pubblico radiofonico o per quello in sala (la signora, dietro di me, continuava a ripetere che non ci stava ‘capendo niente’). E questo è un errore se si vuole arrivare ad affrontare la complessità, senza semplificarla, ma rendendola comprensibile.

L’intervento di Iain Chambers
Uno spunto di lettura, lo ha proposto Chiara Tognolotti, da storica del cinema, che ha introdotto l’incontro sottolineando l’importanza dello sguardo altro – nei film come in letteratura – per affrontare la complessità. Ovvero il libro di Chambers sarebbe in grado di mostrarci sia il panorama complessivo, nel quale può perdersi o ritrovarsi il nostro sguardo ‘obliquo’ sul mondo, ma anche la realtà filtrata dal punto di vista dell’autore – che è sempre presente sebbene non protagonista ma tangente alle narrazioni.
Purtroppo, per quanto interessanti, gli spunti di analisi e le sollecitazioni proposti dai relatori intervenuti sono caduti un po’ nel vuoto per il semplice motivo che se non si è letto un libro e mancano persino le basi sinottiche che vi abbiamo fornito nell’incipit del pezzo, è difficile seguire citazioni di autori, libri o film – a meno che non si sia un esperto del settore.
Chambers ha, quindi, cercato di rispondere alle domande/opinioni dei relatori sul suo libro, utilizzando un linguaggio che lui stesso ha definito come influenzato dalla musica blues e, quindi, non lineare – sebbene il blues ci risulti possedere una struttura armonica e ritmica ben definita e, solo in apparenza, possa sembrare improvvisata. Ma cercheremo anche noi di restituirvi tali ‘improvvisazioni’, accennando ad alcuni temi affrontati.
Entrando nel merito del tema del colonialismo, Chambers ha tenuto a chiedere al pubblico se condanna Hamas. Dovremmo allora condannare anche Nelson Mandela o i Viet Cong? Ossia, la Resistenza a una forza occupante è un diritto? Ricordiamo a proposito che le Nazioni Unite hanno riconosciuto il “diritto dei popoli, sotto dominazione straniera, di lottare per l’autodeterminazione e l’indipendenza, inclusa la lotta armata” (Risoluzione N. 37/43 del 1982).
Ma è già il linguaggio stesso – secondo Chambers – a essere frutto di un processo non trasparente e a deviare la nostra possibilità di comprendere il presente. Il linguaggio non sarebbe espressione di una verità scientifica, assoluta, così come lo stesso Ludwig Wittgenstein aveva ammesso, rinnegando i principi del suo stesso Tractatus logico-philosophicus, in quanto “non esiste un linguaggio scientifico assoluto e universale che possa esaurire tutta l’esperienza umana”, bensì “molteplici modi di usare il linguaggio, alcuni dei quali rientrano nei ‘giochi linguistici’ scientifici”. Ma se si ammette che non sempre il linguaggio corrisponde a una realtà empirica, occorre ammettere anche che lo stesso possa non corrispondere nemmeno a un’idea astratta, in sé assoluta.
Tornando al discorso propriamente di Chambers, ecco quindi che il colonialismo non è più un processo da iscriversi nel passato, bensì in evoluzione e, quindi, non può essere ristretto nei binari già segnati della storia – determinata, acquisita e non reinterpretabile. In realtà, l’autore sottolinea che il linguaggio è ‘piegato’ (come la storia e il tempo, per lui non lineare) e forgiato in base ai nostri limiti culturali.
Spostando il punto di osservazione sui linguaggi artistici, Iain ha voluto sottolineare che quando non si esprimono attraverso oggetti estetici per il mercato, che forniscono una semantica rassicurante, possono porre domande alle quali non siamo in grado di rispondere con il già noto, ovvero attraverso le nostre rassicuranti (ma spesso fallaci o, comunque, viziate) certezze. Ecco perché sarebbe più importante il processo del prodotto – visto che quest’ultimo si carica del peso della valutazione (dalla quale discende il valore economico). Al contrario, i processi artistici dovrebbero essere un modo per sollecitare un pensiero differente; il dissenso con la propria cultura è il nocciolo della critica, ovvero del mettere in crisi le nostre cosiddette verità.
Rispetto al titolo del libro, Lampedusa/Gaza, Iain ha ricordato come entrambi questi luoghi si affaccino sul Mediterraneo, e sono espressione di una continuità spazio-temporale, dove notiamo che esistono persone, le quali pare valgano più di altre. Eppure nel Mare Nostrum per secoli (dagli schiavi ai nuovi schiavi, i migranti) il sangue di corpi non entrati nella narrazione ufficiale ne ha macchiato le acque – e continuerà a circolare nelle stesse per secoli. Anche se i loro nomi non appariranno mai in nessun archivio, loro sono esistiti, esattamente come le loro storie ma, dato che siamo noi occidentali a possedere i registri, li oblieremo. Eppure, chi ci dà il diritto di redigerli e di considerarli attendibili, questi ‘registri’?
Ultimo tassello di questo puzzle di difficile ricostruzione, l’accenno al colonialismo e al capitalismo, che cercano continuamente di accaparrarsi tutte le risorse – umane e naturali. La gerarchizzazione razziale è la base ideologica per giustificare la struttura di potere dell’Occidente su altre nazioni, popolazioni e culture. Quindi, non vi è una precisa spaccatura tra colonialismo e neo-colonialismo, bensì una continuità che si esprime anche attraverso quella che Gramsci denominava egemonia culturale. L’artista, come lo scienziato e lo storico, se rappresenta filtra attraverso il proprio linguaggio il mondo pensando di renderlo trasparente; mentre ciò che dovrebbe fare è registrare (senza interpretare) ciò che sta accadendo.
Del resto, proprio in questi giorni, leggevamo una interessante analisi che riecheggia gli scritti capitali di Samir Amin. La borghesia compradora palestinese, che si appoggia sul potere collaborazionista (come fu la Francia di Pétain durante la Seconda guerra mondiale) dell’ANP, anteponendo i propri interessi capitalistici, garantiti dalla collaborazione con la forza occupante e colonialista (ossia Israele), non permetterà mai quell’unità del popolo palestinese indispensabile per rivendicare e ottenere uno Stato indipendente. Finché, quindi, non si chiarirà come sia il colonialismo sia la Resistenza non sono termini scomparsi dal vocabolario politico mondiale, ma esiste una sovrapposizione di storie e narrazioni – che abbisognano di un linguaggio davvero liberato – per esprimersi ed essere raccontate, continueremo a credere, noi occidentali, di essere portatori di verità, progresso e valori.
Oggi è la Palestina il paradigma grazie al quale possiamo giudicare il nostro modo di intendere il mondo.
L’incontro si è tenuto:
Polo Guidotti
via Trieste, 40 – Pisa
lunedì, 1° dicembre 2025, ore 17.45
Sono intervenuti:
Iain Chambers
autore del libro Lampedusa/Gaza. L’orologio coloniale e i linguaggi interrotti
Renata Pepicelli (islamologa); Caterina Di Pasquale (antropologa); Sergio Cortesini (storico dell’arte contemporanea)
moderatore Chiara Tognolotti (storica del cinema)
Introduzione a cura di Radio 110 Hertz
venerdì, 12 dicembre 2025
In copertina: Foto della Redazione di InTheNet.eu; nel pezzo: la Locandina dell’incontro

