Le ristrutturazioni di castelli e ville a carico dei tar-tassati italiani
di Simona Maria Frigerio
Noi non ci abbiamo mai creduto. Non abbiamo mai creduto che sarebbe stata una buona idea, per rilanciare l’economia, restituire non il 100% bensì il 110% a coloro che avessero provveduto a ristrutturare la loro abitazione per migliorarne l’efficienza energetica. E adesso che la Manovra di Bilancio utilizza anche la scusa delle uscite per il Superbonus (si ventilano 40 miliardi), per non finanziare lo stato sociale (scuola, sanità, assistenza, cultura, trasporti pubblici, eccetera) forse qualcuno comincerà a farsi i conti in tasca e a farli al proprio vicino.
Non avevamo mai creduto a tale provvedimento demagogico per tre ragioni. La prima era l’incertezza se le abitazioni interessate avrebbero dovuto essere prime case e non dimore di lusso, seconde case, castelli, ville e abitazioni rurali (al catasto) ma, in realtà, cascinali da rivista di design appannaggio dei soliti furbetti. In secondo luogo perché l’efficienza energetica (addirittura un salto di due classi) avrebbe comportato per le abitazioni più moderne lavori inutili, come il rifacimento di infissi che erano già performanti o il cosiddetto cappotto su troppi lati della casa, il che avrebbe avuto ricadute negative quali l’uso di impianti di aria condizionata e/o deumidificatori (con sprechi energetici) per compensare le pareti non più traspiranti. In terzo luogo perché l’Italia è il Paese dei campanelli o dei furbetti: solamente dei politici poco accorti avrebbero confidato nel fatto che nessuno avrebbe approfittato di tale manna dal cielo – e difatti i costi delle materie prime e dei prodotti finiti (infissi, rubinetterie, eccetera) sono lievitati a dismisura, tanto da costringere le aziende edili che avevano preso in carico i lavori di ristrutturazione a proporre continui aggiornamenti dei preventivi di spesa ai clienti: tanto paga Peppone (ovvero lo Stato)…
Peccato che lo Stato siamo noi e, alla fine, pagheremo tutti il tetto d’ardesia per lo chalet in Val d’Aosta della ‘sciura’ milanese. E non crediate che la nostra sia una boutade! Visto che secondo la Cgia di Mestre “in Valle d’Aosta” si sono registrati “gli oneri medi più alti” con 401.671 Euro “per edificio residenziale interessato da un intervento con il Superbonus 110%” a fronte di una media nazionale di 247.531 Euro (1).
I dati della Banca d’Italia
In un interessante rapporto della Banca d’Italia (che alleghiamo, 2), stilato in inglese (sic!), leggiamo che tra Superbonus 110% e Bonus facciate, alla fine del 2023 (chissà a quale cifra esatta scopriremo che siamo arrivati a fine 2025), ben 45 miliardi di investimenti sarebbero stati comunque affrontati dagli italiani anche senza ricorrere alle agevolazioni fiscali e, quindi, l’impatto reale dei Bonus ha movimentato il 73% del totale investito. Proseguiamo l’analisi e poi spiegheremo in parole povere.
Sempre secondo questo rapporto, i due Bonus sono stati responsabili di circa 2,6/3,4 punti in percentuale sul 13,5% di crescita del valore aggiunto totale tra il 2020 e il 2023. Inoltre, gli incentivi hanno pesato per circa I 3/4 sulla crescita del valore aggiunto nel settore edile – ma solo in maniera limitata su altri settori economici.
Se il rapporto non ha potuto valutare i benefici a livello di eco-sostenibilità, ha però constatato che – anche a causa del varo dei Bonus in periodo pandemico – si sono verificati enormi ritardi nella realizzazione dei lavori, oltre ai rincari di cui scrivevamo e che più oltre specificheremo meglio. Se è vero che grazie alla cessione del credito è stato possibile anche per chi avesse un Irpef troppo basso o addirittura non avesse Irpef da recuperare migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione, tali agevolazioni sono finite spesso nelle tasche di chi non ne avrebbe avuto alcun bisogno, potendo tranquillamente sostenere i costi di ristrutturazione.
Valutati i dati è risultato che “tale policy non ha ripagato se stessa”
Continuando ad analizzare i dati, si scopre che il rapporto tra il Pil generato dalle opere di ristrutturazione e la spesa sostenuta dallo Stato è stato tra lo 0,7 e lo 0,9 – e, quando si ha un rapporto inferiore a 1 a livello di investimenti pubblici, ecco che scatta tale giudizio tranchant. In parole povere (come promesso), per ogni Euro investito dallo Stato, ne è derivata una crescita del Prodotto Interno Lordo tra i 70 e i 90 centesimi. Questo anche perché gli italiani avevano già deciso di mettere mano al portafoglio e spendere 45 miliardi – in ogni caso e senza alcun incentivo pubblico. L’errore di calcolo ha generato un accumulo di ulteriore debito pubblico, del quale lo Stato dovrà farsi carico (e, di conseguenza, a perderci saremo ancora noi cittadini, che vedremo le nostre tasse dirottate verso creditori bancari invece che in servizi per la collettività). Anche questo dato di spesa aggiuntiva andrebbe inserito nel calcolo finale per capire il costo reale, per lo Stato, di tale policy.
Considerando gli incassi aggiuntivi per l’Erario, direttamente dipendenti dall’attività economica generata dai Bonus (a fine 2023) si arrivava a una cifra pari a 100 miliardi di Euro, a fronte di un esborso di 170 miliardi di Euro. E non solo. Tutto ciò avrebbe favorito la ristrutturazione di un esiguo 2% del patrimonio edilizio italiano.
Strozzini – altro che fornitori di materie prime!
Per capire quanto ci abbiano lucrato coloro che trattano acciaio, cemento, legno e arredi interni (quali rubinetteria, servizi igienici, serramenti, eccetera), abbiamo spulciati i dati ufficiali dell’Istituto nazionale di statistica, delle Camere di commercio e dei Provveditorati alle opere pubbliche – nel secondo semestre del 2021 rispetto alla media del 2020. L’acciaio sarebbe aumentato del 70%, toccando un +113% nel caso di nastri in acciaio usati nelle barriere stradali; per il ferro-acciaio tondo per cemento armato si registra un +72,25% e per il legname per infissi un +78,68%. Le variazioni delle tubazioni in pvc raggiungono un +58%, i fili di rame conduttori un +44% e il bitume un +36%. Non si arriva a un +20% solo per gli arredi interni e gli impianti elettrici.
Vi sembrano cifre allucinanti? Condividiamo, soprattutto se si pensa che tali rialzi si registravano in un periodo di stagnazione economica a causa della pandemia. Ebbene, secondo l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, questi aumenti erano addirittura sottostimati. Per ben 15 materiali “le differenze sarebbero così esorbitanti da mettere in pericolo la tenuta stessa del mercato”. Ed eravamo solamente all’inizio del boom da Bonus e Superbonus.
Il buon padre di famiglia riecheggia nei consigli della Banca d’Italia per non ripetere l’errore
Le iniziative che lo Stato dovrebbe prendere per favorire l’efficienza energetica degli edifici dovrebbero essere “socialmente più eque e finanziariamente più sostenibili” dei Bonus. Il Rapporto suggerisce a tal fine che “il tasso di incentivo sia massimo per le persone meno abbienti e per i lavori tesi esclusivamente a migliorare in maniera eco-compatibile le abitazioni; e comunque, anche in questi casi, tali incentivi dovrebbero essere inferiori al 100% così da spronare chi li richieda a contenere le spese di ristrutturazione”. Ma noi aggiungeremmo che l’aumento dei costi non è colpa solo del consumatore finale (il quale, a volte, può aver aggiunto lavori superflui o scelto materiali più pregiati), bensì soprattutto di coloro che hanno lucrato sulle materie prime e gli arredi per interni consci che né l’impresa edile incaricata della ristrutturazione né il cliente avrebbero obiettato più di tanto, dato che sarebbe stato lo Stato, poi, a ripagare l’intero ammontare (con gli interessi). Sempre il Rapporto suggerisce (come dovrebbe essere in uno Stato democratico ove vige il principio che chi ha di più debba contribuire maggiormente al bene pubblico, anche percentualmente con scaglioni Irpef differenziati), che “il tasso di incentivo dovrebbe decrescere con l’aumentare dei guadagni di coloro che ne fanno domanda, e nel caso di lavori che non si possono considerare tesi all’efficienza energetica eco-compatibile”.
Resta il fatto che nel 2026 e fino al 2036 il debito per i Bonus andrà ripagato e dal 2027 si aggiungeranno gli interessi per il PNRR. Se calcoliamo anche la maggior spesa per raggiungere il 5% del Pil in armamenti, gli italiani si devono preparare a ulteriori privatizzazioni del sistema pubblico – che sarà sempre meno efficiente. L’unica speranza, almeno per quanto riguarda i Bonus, è che i controlli si facciano e che i ‘furbetti’, questa volta, non se la cavino.
(2)
venerdì, 19 dicembre 2025
In copertina: Uno dei loghi del SuperBonus del 110% che si trovano in rete

