L’eterno circolo della vita
di Monica De Giuli
Dopo alcuni anni, torna a calcare le scene Imre Thormann, il Maestro svizzero del butoh, che debutta in prima assoluta all’interno del Festival Testimonianze ricerca azioni, organizzato da Teatro Akropolis.
Per la prima volta, devo ammetterlo, ho assistito a uno spettacolo di butoh ed è stata un’esperienza che non credo di saper descrivere appieno: stupore, commozione, curiosità e pace si sono fusi dentro di me senza soluzione di continuità. Emozioni del tutto sconnesse che si sono mischiate di fronte a questa danza magnetica che sembra farsi rito e che mi ha catapultata in un’atmosfera che, lungi dall’essere macabra, è diventa immersiva, quasi appagante.
La sensazione di quiete è quella che, senza dubbio, ha lasciato di più il segno, nonostante lo spettacolo fosse un vero e proprio inno alla morte. Ma qui, la morte, non è tragedia, è consapevolezza, accettazione di qualcosa di inevitabile che fa parte di noi stessi, della nostra vita, della nostra anima.
Mi sono interrogata a lungo sul significato di questo spettacolo per scrivere una recensione che fosse all’altezza di questa messinscena così attenta e sublime ma, alla fine, mi sono detta che non era questo l’importante.
Qualunque cosa Imre Thormann abbia voluto trasmettere io l’ho percepita ma, più che con la testa, l’ho assaporata con il cuore e con la sensazione di trovarmi di fronte a una fragilità che diventa forza disarmante attraverso questo genere di danza, che cattura non solo lo sguardo ma la mente per intero. Sono stata catapultata in una vertigine dalla quale non mi sono accorta di essere emersa finché non ho sentito gli applausi attorno a me.
In questo scenario fatto di luci e ombre, la figura di Imre Thormann si fa leggera e colma allo stesso tempo. Solo la poesia e la musica di Elena Ciardella spezzano il silenzio con parole che, a tratti, diventano quasi inquietanti: “Senti le formiche che grattano il cervello?” ci dice, e noi, per un attimo, la testa ce la siamo toccata perché le formiche le abbiamo sentite davvero nel cervello mentre lo diceva. Perché non siamo stati solo spettatori, lo abbiamo vissuto questo spettacolo, ne abbiamo fatto parte e abbiamo capito che la morte esiste, fa parte di noi, non dobbiamo averne paura ma possiamo danzare con essa, così come fa il nostro maestro – possiamo accarezzarla e, alla fine, accettarla così come si accetta qualsiasi emozione: la gioia, la tristezza, l’amore perfino. Significativa appare, inoltre, la scultura di Jean-Gilles Quénum, che è l’unico elemento davvero scenografico dello spettacolo, una radice morta a cui l’artista dona nuova vita con la potenza della sua arte.
Non so se si è capito ma questo, più che uno spettacolo, è stata una vera e propria esperienza esistenziale, un’indagine interiore per riflettere non solo sulla morte ma, soprattutto, sulla vita, una vita che urla il ritorno alla calma interiore, alla lentezza dei gesti e delle sensazioni.
Speriamo solo di non dover aspettare vent’anni per rivederlo in scena.
VOTO 8/10
Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Akropolis
via Mario Boeddu, 10 – Genova
venerdì 28 novembre 2025
Omaggio alla Morte
poesia e musica Elena Ciardella
con Imre Thormann
scultura Jean-Gilles Quénum
venerdì, 19 dicembre 2025
In copertina: Foto gentilmente fornita dall’Ufficio stampa di Testimonianze, Ricerca, Azioni

