Eterne vittime di un sopruso?
di Simona Maria Frigerio
Marta Cuscunà, al Teatro di Era Pontedera con Sorry, Boys, è brava, ha sviluppato un linguaggio e un’estetica personali, e padroneggia la tecnica del teatro di figura così come il mestiere attorale. Applauso.
Sorry Boys, al contrario – e sebbene sia tratto da fatti realmente accaduti – casca nei soliti stereotipi. Con tutto il rispetto per la ricerca di verità, la vibrante denuncia e l’affermazione di diritti inalienabili quali il rispetto verso l’altro da sé, sembra che le donne non riescano mai a porre il problema della violenza di genere da altri punti di vista.
Perché non cominciamo a chiederci dove abbiamo sbagliato? Chi educa i maschi? Non sono quelle stesse donne descritte ovunque e sempre come vittime? E chi educa le donne a trasformarsi in ‘infermierine’ o a credere nell’amore ‘romantico’ in stile sturm und drang? Consigli di lettura: Donne che amano troppo, Robin Norwood, 1970.
Dopodiché cominciamo a chiederci se essere le ‘eterne vittime di un sopruso’ (parafrasando Guccini) è utile, oppure dovremmo pretendere di modificare la nostra immagine pubblica dando di noi visioni più positive e ‘vincenti’ – soprattutto sui mass media.
Andiamo avanti. Siamo certe che tutti gli omicidi di donne siano femminicidi? Forse anche analizzare meglio le situazioni e rendersi conto che, ad esempio, se il tuo vicino di casa ti spara e non lo fa perché sei una donna bensì perché il tuo cane gli ha ammazzato il gatto, il caso non rientra tra i femminicidi. Ti avrebbe sparato in quanto padrone del cane e non per il tuo genere.
Ma ritornando allo spettacolo, pretendere da un maschio (oltretutto sedicenne) di essere padre ha senso ed è rispettoso del suo diritto di scelta se non gli si è chiesto se volesse diventarlo? Fatto salvo pretendere per il bambino o la bambina un assegno di mantenimento. La comune femminile, avallando un mondo basato sull’opposizione, che precluda ogni dialettica, non è violenta tanto quanto la società additata come maschilista e/o patriarcale? E ancora, in questo bailamme sulla fluidità di genere (accennata anche in Sorry, Boys), come mai le stesse femministe che continuano a insistere sulla violenza maschile – come se esistesse solo la violenza degli XY contro le XX, considerano poi a pieno titolo donna, Imane Khelif, medaglia d’oro alle Olimpiadi nella categoria +66 kg della boxe femminile, quando è un XY con alti livelli di testosterone, che ha battuto la XX con poco più di un pugno? Forse dovremmo fermarci tutti e tutte e ripartire chiedendoci, innanzi tutto, cos’è un uomo e cos’è una donna. Perché dallo spettacolo emergerebbe che la prima differenza è proprio la ‘cara, vecchia capacità riproduttiva’, ma non ci risulta che persone XY affette da disforia di genere (o da patologie rare e che non hanno nulla a che fare con i e le transgender) abbiano la possibilità di riprodursi attraverso una regolare gestazione. In pratica, dobbiamo uscire dai nostri schemi mentali e ricominciare a confrontarci con l’altro da sé, aprendo un dialogo il più possibile aperto, rispettoso e pronto a mettersi in discussione.
L’universo patriarcale è morto – almeno in Occidente. Altri sono i paradigmi che generano e nutrono la violenza, e forse sarebbe ora di cominciare a indagarli. Ma la risposta non può essere l’auto-esclusione dal ‘gioco’ né l’identificazione con modelli considerati per secoli maschili così da ottenere il potere: vediamo già, tutti i giorni, le nostre ‘sgovernanti’ blaterale di impegno bellico e andare in giro con l’elmetto. Se non torniamo alla differenza ontologica di genere analizzata da Luce Irigaray e alle sue conclusioni, ossia che La democrazia comincia a due, armatevi e andate alla guerra o rinchiudetevi in un recinto ideologico di false sicurezze (voi, donne) – io rimango qui!*
Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era – Sala Cieslak
Parco J. Grotowski
via Indipendenza, Pontedera (PI)
martedì 9 dicembre, ore 21.00
Sorry, Boys
Dialoghi su un patto segreto per 12 teste mozze
di e con Marta Cuscunà
progettazione e realizzazione teste mozze Paola Villani
assistenza alla regia ‘Poldo’ Parrino
disegno del suono Alessandro Sdrigotti
animazioni grafiche Andrea Pizzalis
costume di scena Andrea Ravieli
produzione Etnorama, Centrale Fies
* Gott, du kannst ein Arsch sein!, film del 2020 diretto da André Erkau – solo quando la si ama, si può lasciare la vita
venerdì, 19 dicembre 2025
In copertina: Sorry, boys di e con Marta Cuscunà, foto di Alessandro Sala, Cesuralab per Centrale Fies

