Quale futuro per i nostri ventenni?
di Simona Maria Frigerio
La retorica giornalistica sui giovani italiani va da: vogliono tutti fare la bella vita e non vedono al di là del loro smartphone invece di andare a raccogliere pomodori!; a: sono troppo colti (ma non come i pomodori…) e non potrebbero mai adattarsi, come un ucraino o uno slavo, al fronte. E allora vediamoli questi giovani italiani figli del benessere e del consumismo (che gli stiamo inculcando da mezzo secolo) e chiediamoci quale futuro prospettiamo loro.
Secondo l’ISTAT, sono molto meno colti di quanto pensiamo. Nel 2023, solo il 65,5% della popolazione italiana tra i 25 e i 64 anni aveva conseguito un diploma di scuola secondaria superiore (a fronte dell’80% della media UE) e i laureati (nella medesima fascia di età) toccavano il 21,6% in Italia, a fronte di una media UE superiore al 35%.
Solo colpa della ‘fabbrichetta’ del Veneto bianco e dell’atavico lassismo meridionale? – per citare due luoghi comuni… Forse, in parte, c’entra anche il costo per l’istruzione e il depauperamento progressivo dei lavoratori con la perdita di valore d’acquisto degli stipendi?
Secondo le stime di Moneyfarm, società di consulenza finanziaria indipendente – riprese da IlSole24Ore, solo per il ciclo di studi universitari è stata calcolata una spesa che va da 58.670 Euro a 80.435 Euro (a Milano). Ma “la cifra si alza decisamente se si ipotizza l’iscrizione a un ateneo privato come, ad esempio, la Luiss di Roma”, dove tra vitto, alloggio e studi si sale a 115.288 Euro. Va meglio a coloro che vivono in una città universitaria e possono appoggiarsi ai genitori: in questo caso, in un ateneo pubblico, la spesa media solo per i costi universitari (tasse di iscrizione, libri, dispense, qualche attività extracurriculare) è di circa 22.500 Euro. Anche Federconsumatori recentemente ha fatto una ricerca in tal senso, stimando che “un’università telematica ha un prezzo che può variare tra i 2.000 e i 4.290 euro”, mentre “per mantenere uno studente che deve frequentare un ateneo fisico” si va dai “9.379 Euro annui per chi è in sede” ai “17.498 per i fuorisede” (comprendendo spese di trasporto, alloggio, tasse, vitto, libri, eccetera). Tenendo conto degli esiti deludenti della DAD, diremmo che se si deve e vuole investire nell’istruzione dei propri figli, una università in presenza sia comunque sempre da preferire.
Se si fa il computo del costo dell’intero percorso scolastico, dal primo anno di nido alla laurea, aggiungendo anche un corso di lingue (con qualche soggiorno all’estero), lezioni di musica o informatica e, magari, un corso di nuoto, tennis o di un altro sport (visti i continui tagli nella scuola pubblica per tutte le attività non prettamente nozionistiche), sempre IlSole24Ore ci informa che “si va da un minimo di 51.404 a un massimo di 736.528 Euro” – almeno in quel di Milano.
Ecco allora che, di fronte a simili costi (sostenuti dalle famiglie ma, per quanto riguarda le scuole e le università pubbliche, anche dallo Stato e, quindi, dalle nostre tasse), chi blatera che un laureato debba ‘adattarsi’ a raccogliere pomodori, dovrebbe pensare che lo stipendio base medio per un addetto alla raccolta della frutta è di 688 Euro mensili. A fronte di tale investimento (del privato e dello Stato) per ottenere un pezzo di carta, potremmo dire che chiunque rivendichi una tale idiozia non ha un minimo di preparazione né micro né macro-economica: chi investirebbe mezzo milione per ottenere una rendita (o, meglio, uno stipendio) di 650 Euro?
Dai campi di pomodori alle trincee
L’alternativa che stanno preparando a Roma e a Bruxelles per dare lavoro ai nostri disoccupati è che i giovani imbraccino il fucile. In fondo, se nei prossimi cinque anni continueremo sulla strada dello ‘sforzo bellico’, a un certo punto qualcuno dovrà pure usarle quelle armi – a meno che lo scopo non sia semplicemente rilanciare il settore automotive (ma, come dimostra Stellantis, quello si sta già dislocando negli States a causa dei costi energetici in Europa e dei dazi ventilati o imposti).
E allora facciamo i conti della serva anche in questo settore per evitare i soliti sproloqui ideologici. La guerra in Afghanistan, ad esempio, agli States è costata 2.300 miliardi di dollari, secondo la stima del Watson Institute della Brown University. Ovvero, una media di 230 miliardi l’anno – ricordate questa cifra quando sentirete che Bruxelles pensa di risolvere il conflitto in Donbass con i 91 miliardi in 2 anni a Zelensky o, se vuole proprio perdere ogni credibilità sui mercati finanziari, con i 194 miliardi di asset russi congelati in Belgio. Questo, tenendo conto che il contingente dispiegato sul campo dagli US è sempre stato ridotto: circa 775 mila soldati statunitensi in vent’anni, ovvero una media di 40mila l’anno (per fare un paragone, al momento i russi dispiegano lungo il fronte dell’Operazione Militare Speciale dai 700mila al milione di uomini l’anno).
In media, la retribuzione dei militari statunitensi a tempo pieno ammonta a 67.285 dollari annui e, tenendo conto che i soldati attivi sono 1,3 milioni (oltre a 800mila riservisti), gli Stati Uniti spendono solamente in stipendi e bonus oltre 87miliardi l’anno per mantenere il proprio esercito. Non facciamo i conti per l’industria degli armamenti (che può avere ricadute positive sull’occupazione e la tassazione dei profitti) ma sicuramente dobbiamo farli sui feriti che, essendo militari, avranno beneficiato della copertura assicurativa e delle strutture mediche dell’esercito, e che solamente per la guerra in Afghanistan hanno superato i 20mila uomini (i deceduti sono stati, compresi i contractor, circa 6.500).
Ora, in Italia, lo stipendio base di un militare è di 2.000 Euro netti mensili, l’indennità di missione all’estero è pari a 120 euro al giorno, mentre le indennità accessorie raggiungono i 500 Euro al mese. Secondo il Ministero della Difesa, nel 2024 (ufficialmente in tempo di pace), in Italia c’erano 94.000 militari professionisti, con un costo annuale totale per la difesa che superava i 33,4 miliardi di Euro. Visto che si blatera di esercito europeo, occorre sapere che l’Italia dovrebbe assumere almeno altri 15mila uomini (quindi, aumentare l’organico degli attivi di circa un sesto).
Ma non solo. Attualmente in Europa (compresi i militari della Nato e del Regno Unito) ci sono circa 1 milione 400/500mila soldati. Ma secondo stime di più fonti, dagli 80mila ai 300mila dipendono dagli Stati Uniti. Il che significa che – al momento – potremmo mandare al fronte giusto gli uomini che, attualmente, già impegna l’Ucraina. Dove reperire gli altri, che dovranno sostituire feriti, morti, personale in licenza, eccetera? Tra i contractor? Secondo Atlanteguerre.it, nel 2023 le due maggiori maggiori compagnie militari private erano: la Wagner (che sappiamo navigare in acque turbolente) e la statunitense Blackwater – la quale, tra gli alti costi e gli scandali, oltre al numero spropositato di morti rispetto ai soldati statunitensi presenti in Afghanistan, naviga in acque ancor più turbolente, tanto da aver dovuto persino cambiare nome (ora si chiama Academi). Secondo un articolo del 2024 del Corriere del Ticino: “Le compagnie militari private hanno un giro d’affari che è stato stimato, per difetto, in 100 miliardi di dollari annui e impegnano 2,5 milioni di soldati con vari livelli di esperienza e di professionalità, ovviamente quasi tutti ex appartenenti a eserciti regolari. Le tariffe? Chi viene pagato a giornata guadagna dai 1.000 ai 1.500 dollari al giorno, chi è inquadrato in maniera più regolare sui 250.000 dollari all’anno”.
Tiriamo le somme. Visti gli alti costi dei mercenari e il loro numero tutto sommato limitato, e visto che i Paesi europei arrancano e arrancheranno sempre più (Italia in primis) ad arrivare al 5% del Pil per la Difesa, dove si andranno a reclutare i soldati se non in una nuova leva obbligatoria? La Croazia farà da apripista dal 2026: i diciottenni saranno chiamati a svolgere il servizio militare per due mesi. Poco, direte voi: ma per un Paese sull’orlo del collasso anche a causa della spinta inflattiva innescata dall’introduzione dell’Euro e una popolazione mediamente vecchia, il segnale è chiaro.
Certamente a Bruxelles si vuole mettere le mani sugli asset russi congelati in Belgio e che ammonterebbero a 194 miliardi di Euro (ma, visto il costo della guerra in Afghanistan per gli States: briciole!). Inoltre, esistono alcuni contro e un solo pro per tale scelta. Il primo contro sono le proprietà occidentali congelate in Russia che, secondo InsideOver, ammonterebbero a circa 285 miliardi di dollari. Se la Russia agisse con una ritorsione, anche i nostri tycoon potrebbero dolersene. Il secondo problema è dato dalle aziende di armi. Per l’Istituto tedesco per gli Affari internazionali e di sicurezza, con sede a Berlino, “nel 2024 l’Europa e gli Stati Uniti avrebbero prodotto circa 1,2 milioni di proiettili all’anno, contro i 4,5 milioni della Russia”. La verità è anche un’altra: mentre la Russia può contare su un apparato militare complesso e autosufficiente, l’Europa si sta impegnando sempre più in acquisti di armi dagli States – il che non genererà un ritorno erariale né a livello occupazionale favorevole per la UE. E infine, ecco il pro/contro: se è vero che appropriarsi degli asset russi potrebbe tappare momentaneamente la falla di una mancanza di risorse europee (per finanziare l’Ucraina e, in prospettiva, il riarmo in UE), la ricaduta sugli investitori internazionali potrebbe essere ambivalente: ci sarà chi non si fiderà più a investire in Europa per tema di vedersi sanzionati, congelati o addirittura depredati i fondi all’estero e chi, magari calcolando gli investimenti ancora in corso, penserà bene di sostenere la linea di Bruxelles temendo ritorsioni. Ma se alla fine gli organismi internazionali giudicassero illegale tale appropriazione, il nostro Paese – secondo Politico – garantirebbe la restituzione alla Russia di oltre 25 miliardi di Euro, mentre la Germania fino a 52 miliardi. Forse in base a tutte queste considerazioni è saltata fuori, dal cilindro del prestigiatore di turno alla UE, la cifra ridicola di 91 miliardi in due anni, da reperire sui mercati. Invece della pace e di una ripresa delle relazioni economiche, politiche, culturali e commerciali con la Federazione Russa.
In tutti questi calcoli, ne manca uno: come reagiranno i laureati che dovrebbero andare a raccogliere i pomodori se finissero, invece, in trincea? Sono in molti a cullarsi, come padri e madri, nell’idea che gli ucraini siano ‘diversi’, che gli slavi siano ‘diversi’. La stessa idea – fondamentalmente eurocentrica e razzista – la propugnavano i nostri industriali un quarto di secolo fa quando dislocarono le loro attività produttive in Cina (per spendere meno a livello di stipendi e tassazione): in fondo, i cinesi erano solo capaci di ‘copiare’, non avrebbero mai saputo sviluppare un proprio know how e la tecnologia di ultima generazione per farci concorrenza. La verità è che ci sono voluti circa 8 anni all’Ucraina per convincere i suoi giovani (e meno giovani) ad andare al fronte (volenti o nolenti). A Bruxelles si sono dati altri cinque anni: poi basterà un errore, una false flag, e come i cinesi hanno imparato a primeggiare nella ricerca e gli ucraini a diventare carne da macello, anche i nostri laureati passeranno dai campi di pomodori alle trincee con facilità perché, come disse una volta quel degno rappresentante del colonialismo britannico che si chiamava Winston Churchill: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”.
venerdì, 26 dicembre 2025
In copertina: Nghĩa trang Liệt sĩ Gio Linh, il cimitero militare della Zona Demilitarizzata in Vietnam (foto della Redazione di InTheNet.eu)

