Detassare o accrescere i salari? Welfare universale o aziendale?
di Federico Giusti
Iniziamo il nuovo anno ponendoci vecchie domande.
Quante volte ci siamo imbattuti nella difesa di ufficio dello Statuto dei Lavoratori? Eppure, a inizio anni Settanta, le critiche all’impianto dello Statuto furono tante e articolate con interi settori del movimento operaio che accusarono partiti e sindacati di avere annacquato le istanze del biennio 1968/1969.
Ormai anche le pagine più controverse della storia recente diventano punti di riferimento: basterebbe ricordare che per, criticare la politica estera della Meloni, si rimpiangono perfino Craxi e Andreotti – grazie ai quali avevamo almeno un peso a livello di rapporti con i Paesi del Mediterraneo.
Stesso ragionamento andrebbe fatto per le politiche del lavoro e le dinamiche salariali. Se invochiamo la scala mobile e i meccanismi di adeguamento automatico dei salari al costo della vita dobbiamo prima comprendere quel periodo storico, meriti e demeriti della Lira, dell’inflazione alta, delle regole allora vigenti in materia di contratti nazionali. Ad esempio, oggi possiamo asserire che l’indennità di vacanza contrattuale, per come è stata realizzata, non sia un incentivo per scongiurare i ritardi nei rinnovi dei Ccnl, visto che corrisponde a pochi Euro mensili ed è un mero un anticipo rispetto ai futuri aumenti.
Passiamo a un altro esempio. La detassazione dei premi di risultato chiediamoci se sia una vittoria, una conquista, che porta benefici reali nelle buste paga, o se la contrario regala l’illusione di avere accresciuto salari sostanzialmente fermi da anni e con il potere di acquisto in continua erosione da almeno quaranta. Non solo gli stipendi arrancano, ma questo stratagemma finirà con il sottrarre risorse al welfare in quanto costringerà lo Stato a pagare, al posto delle imprese, gli pseudo-aumenti sotto forma di tagli alle tasse. D’altro canto, potenziare sanità e pensione integrative comporta il depotenziamento del Servizio Sanitario Nazionale e del welfare universale.
E veniamo a un altro punto: la riduzione dell’aliquota sostitutiva applicata ai premi di risultato dal 5 all’1% è uno dei pilastri sui quali si regge la Legge di Bilancio targata 2026. Ma la tassazione agevolata sui premi di risultato è stata introdotta ormai da due lustri, con il sostegno della stessa CGiL, e a cosa ha condotto? Vogliamo chiederci, onestamente, a cosa sia servita? A rafforzare il secondo livello di contrattazione: il sistema delle deroghe al contratto nazionale, ovvero lo scambio diseguale tra porzioni di salario e bonus – che, ovviamente, favoriscono il welfare aziendale.
Facendo un passo indietro si ricorderà che, per il 2023, la tassazione agevolata sui premi di risultato, dal 10, venne ridotta al 5%; scelta poi confermata per il 2024 e rinnovata fino ai giorni nostri. Ma il Governo Meloni ha deciso per un ulteriore taglio fino all’1%, alzando il limite massimo agevolabile da 3mila a 5mila Euro. Avete provato a quantificare i benefici reali in busta paga di tale scelta confrontata con i vantaggi derivanti da un aumento dei salari – se adeguati al costo della vita? Ma per raggiungere quest’ultimo obiettivo quali sarebbero i percorsi necessari? Siamo certi che, elevando la conflittualità sindacale e sociale, potremmo raggiungere tale risultato?
Noi siamo sicuri che i tagli alle tassazioni non siano una conquista ma una gentil concessione che, presto, si tramuterà in tagli al welfare. Al contrario, quando parliamo di detassazione stiamo prendendo in giro i lavoratori in quanto si tratta di poche decine di euro, meno di 40 in busta paga con la riduzione dell’aliquota sostitutiva. E va inoltre ricordato che tale beneficio, irrisorio, riguarda il dipendente e non il datore di lavoro e, per questo motivo, arrivano addirittura critiche dalle associazioni padronali.
Le critiche di parte sindacale (delle sigle rappresentative), invece, riguardano le difficoltà nel convertire in welfare il premio di risultato in quantoil premio di risultato in denaro è soggetto a contributi sociali, mentre il corrispondente importo convertito in welfare ne è esente.
Il Governo ha chiuso l’anno cercando di mettere d’accordo padronato e sindacati solidali con il centro-destra, direttamente coinvolti nel welfare aziendale. Tale intervento fiscale rischia di pregiudicare la conversione del premio in welfare e cancella dalla trattativa l’argomento davvero dirimente: come si tutela il potere di acquisto dei salari? O, più esplicitamente, in questi anni il welfare aziendale non ha rappresentato un pilastro sui cui costruire la miseria salariale? Avremo un intero anno per rispondere.
venerdì, 2 gennaio 2026
In copertina: Foto di Alexa da Pixabay

