Intervista ad Andrea Zhok
di Simona Maria Frigerio
Come molti di voi abbiamo letto le acute osservazioni del professor Zhok, espresse in un post intitolato La chiusura della tonnara.
Ci sembrava, quindi, interessante iniziare il nuovo anno con un approfondimento sui molti temi affrontati in quelle poche righe – dalla censura per legge alla russofobia, dalla Resistenza palestinese alla crisi etica dell’Occidente. Un punto di vista diverso per valutare gli scenari presenti e, soprattutto, per immaginarci il futuro che vorremmo.
Il caso di Jacques Baud, sanzionato dal Consiglio dell’UE per le sue opinioni, è in realtà l’ultimo di una serie. Dall’inizio dell’Operazione Speciale Militare russa in Donbass giornalisti britannici, tedeschi e perfino volontari francesi hanno subito il congelamento dei beni e rischiano la reclusione se tornano nei loro Paesi. D’altro canto, von der Leyen può tranquillamente essere condannata dalla Corte di Giustizia europea per il Pfizer Gate e non le accade nulla; anzi, resta al posto di comando. Due pesi e due misure, la fine dell’indipendenza della Magistratura dal Potere Esecutivo o siamo andati oltre?
Andrea Zhok: «È dalla pandemia Covid che è stata sdoganata in tutto l’Occidente ogni sorta di violazioni dello Stato di diritto. Il meccanismo mentale utilizzato per il Covid è il medesimo utilizzato di fronte alle presunte minacce di guerra. Si presenta, amplificandolo fuori da ogni realistica proporzione, un pericolo assoluto, si intimorisce la popolazione e si esige da essa una risposta all’altezza di tale pericolo radicale, una risposta che non va tanto per il sottile. In gioco è un meccanismo di sacrificio del diritto nel nome di un presunto ‘bene superiore’. Tale meccanismo è discutibile anche quando il ‘Bene superiore’ sia condiviso, accertabile e reale, ma quando il ‘bene superiore’ è una panzana montata dagli uffici stampa è un meccanismo catastrofico. Gli esiti censori sono parte essenziale di questa risposta emergenziale. Chiunque sia dotato di un minimo di buon senso e di onestà intellettuale capisce che nessuna analisi critica di un fenomeno storico, che sia la pandemia Covid, la guerra russo-ucraina, l’eccidio palestinese o altro, può essere trattato come una minaccia militare, alla stregua di un sabotaggio o di un’aggressione. E tuttavia, silenziare in tutti i modi percorribili le voci dissenzienti è divenuta una seconda natura in Occidente, e in maniera particolarmente accentuata in Europa. È necessario capire che in Occidente il paradigma democratico e ogni modello di divisione dei poteri sono stati materialmente abbandonati (pur rimanendo formalmente sulla bocca di ogni politico); siamo in una fase storica nuova in cui contano e conteranno sempre di più soltanto i rapporti di forza».
La UE aveva puntato sul ‘green’ per la ripresa economica post-pandemica – scelta ridicola se lo si fa per ‘salvare la Terra’, visto che in UE siamo 450 milioni e il resto del mondo conta per 7 miliardi. Adesso pare puntare sull’industria degli armamenti per ridare slancio all’automotive. Le sembrano scelte sensate? Secondo punto, incrementare gli investimenti a fini bellici, per lei, è solo una questione economica o potrebbe portarci davvero a una guerra, sul campo, contro la Russia?
A.Z.: «La questione ‘green’ è l’ennesimo esempio del meccanismo di cui dicevo sopra: agitare un pericolo come incombente e assoluto, invocare come indiscutibile il ‘bene’ rappresentato da una risposta emergenziale a quel pericolo, e utilizzare tale appello al ‘bene superiore’ per legittimare ogni distorsione, ogni abuso, ogni censura o sanzione. Basta deformare un po’ ciascuno di questi tre passaggi e si può condurre l’opinione pubblica in qualunque direzione si desideri. Oggi sappiamo che la letalità effettiva del Covid è stata quella di un’influenza pesante (come l’asiatica del 1957 o l’influenza di Hong Kong del 1968), ma concentrata sulle fasce anziane. Dunque qualcosa su cui stare attenti, da non prendere sotto gamba, ma niente che giustificasse uno stravolgimento della vita civile. È bastato presentare il Covid come fosse la Peste, e l’opinione pubblica è entrata in modalità ‘fight or flight’, con drastica riduzione dei margini di ragionamento. Una volta passata tale metamorfosi mentale, bullizzare il prossimo, trattare i renitenti al vaccino come cani idrofobi o casi psichiatrici, sanzionare, togliere i mezzi di sostentamento, legittimare il mobbing, eccetera, tutto ciò divenne qualcosa di perfettamente tollerabile, qualcosa che si poteva fare in buona coscienza nel nome del ‘bene comune’. Similmente, basta presentare la Russia di Putin come la nuova Germania nazista, desiderosa di conquistare il mondo, e di fronte al pericolo assoluto nessuna spesa sarà eccessiva, nessuna limitazione della parola e della libertà personale è esagerata. Per il tema ‘green’ è accaduta la stessa cosa. Prima si è presentato l’enorme multiforme tema del degrado ecologico – tema estremamente reale – come riassumibile in un solo problema: il riscaldamento globale. Poi si è alimentato un discorso pubblico che ha assunto gli scenari più allarmistici e catastrofistici come gli unici credibili, trattando tutta la panoplia di modelli predittivi meno, o per nulla, drammatici come ‘negazionismo’. Infine si è fornita la soluzione desiderata, che passava attraverso l’elettrificazione generalizzata della locomozione e l’abbandono repentino dei combustibili fossili. Che questa soluzione fosse materialmente impercorribile nei tempi previsti e che fosse inutile per il perseguimento dei (discutibili) fini proposti, come l’abbattimento della CO2, tutto questo è risultato irrilevante nel dibattito pubblico, coperto dalla grancassa del ‘pericolo assoluto ed imminente’. Se ora si riterrà, come sembra, che le lobby da nutrire preferenzialmente sono quelle dell’industria pesante, con vocazione militare, il discorso pubblico verrà riorientato senza batter ciglio (sta già accadendo). Così come il Covid è scomparso dalle coscienze il giorno dell’invasione russa, così ora capiterà al ‘green’, incompatibile con un accrescimento degli investimenti nell’industria bellica. (Gli unici che faticano a seguire queste rapide svolte delle agende lobbistiche sono i poveri ricercatori, pubblici e privati, che cercano di ottenere un po’ di fondi sbracciandosi in direzione della ‘causa’ di volta in volta più sexy per i gruppi dirigenti: visti i tempi di valutazione ed erogazione dei denari si corre il rischio di dedicarsi sempre a progetti divenuti obsoleti agli occhi dell’opinione pubblica. Una cosa assai sconfortante)».
L’approvazione del Digital Services Act, che noi abbiamo analizzato attentamente in un lungo articolo (1), è passata – in realtà – nel silenzio più totale. Solo Elon Musk, mi pare di ricordare, ha sollevato alcune obiezioni per la sua piattaforma, X. Come mai né l’informazione né i sindacati o la cosiddetta sinistra si sono ribellati a una legge liberticida? Siamo ormai tutti talmente indottrinati contro la disinformazione da non capire che era in gioco la libertà di informazione, opinione e critica?
A.Z.: «Nel caso del Digital Services Act, un po’ come nel caso della pandemia, l’opinione pubblica fatica a percepire la gravità di quanto succede perché è nascosto da proclami e tecnicalità che i più non hanno né il tempo né la capacità di analizzare. Le ragioni che vengono accampate a supporto del Digital Services Act sono, come sempre, apparentemente ottime: chi potrebbe obiettare alla diminuzione della ‘disinformazione’, all’utilizzo criminale delle piattaforme comunicative, all’utilizzo della privacy per tutelare traffici pedopornografici, eccetera. Le intenzioni pubblicamente accampate sono sempre nobilissime. Il problema è che il sistema non si fa alcuno scrupolo nell’utilizzare i mezzi sanzionatori così consentiti per finalità di condizionamento politico. Quando i grandi giornali o le autorità europee lamentano la diffusa ‘disinformazione’ purtroppo gran parte della popolazione stenta a percepire che sono propri quei giornali e quelle autorità ad essere le più pervasive fonti di disinformazione».

Purtroppo sento sempre più voci che giustificano le interferenze europee nelle elezioni di Stati sovrani come accettabili per il ‘bene’ di Paesi che, prima, erano nell’orbita russa (oppure che portano avanti politiche avverse o semplicemente indipendenti dai diktat della UE). Come docente di filosofia morale, non trova che ci sia una profonda crisi etica in Europa o, almeno, in Italia?
A.Z.: «La crisi etica dell’Occidente non è certo una novità, ed è purtroppo un tema troppo complesso per poter essere trattato qui. Tale crisi veniva riconosciuta e discussa già un secolo e mezzo fa. Si tratta di un processo di degrado che ha radici profonde e che oggi è semplicemente arrivato alla sua fase terminale. Nel momento in cui le parole vengono concepite come strumenti di potere ed influenza, come pubblicità o retorica, e non come mezzi per pensare e ricercare la verità, ogni menzogna ed ogni manipolazione viene sdoganata. Nel momento in cui l’unica fonte di valore comunemente riconosciuta è il sentire individuale, ogni spazio per la condivisione di uno spazio etico scompare, lasciando il terreno ad una lotta hobbesiana di tutti contro tutti».
Lei condivide l’idea che nel nostro Paese si respiri aria russofoba? Oppure la questione è più complessa e implica il bisogno di plasmare le menti, soprattutto dei giovani, per fini altri – da una possibile guerra alla giustificazione delle nostre pratiche neocolonialiste? Tra l’altro, su quest’ultimo punto, non le sembra ipocrita fare battaglie per ‘decolonizzare’ le istituzioni (ad esempio, togliendo l’incarico a un ‘bianco’ perché dirige un museo dedicato ai nativi) e poi voler indirizzare le scelte elettorali di Stati sovrani, descrivere alcuni popoli come meno ‘civili’ di noi o contestarne le espressioni culturali autoctone, sulla base di una presunta superiorità morale?
A.Z.: «Gli italiani mediamente non sono affatto russofobi, non lo sono stati in passato quando c’era l’Unione Sovietica e non lo sono oggi. Tuttaviail bombardamento mediatico demonizzante, soprattutto concentrato sulla figura di Putin, ha fatto il suo effetto. L’Occidente ha una posizione da sempre coerentemente suprematista, tale per cui gli ‘altri’ sono o buoni selvaggi da convertire/civilizzare, o cattivi selvaggi da sterminare/schiavizzare. Oggi questa posizione è entrata in una fase di corto circuito, perché si vuol far passare simultaneamente un messaggio di legittimazione degli ‘altri’ quando prendono la forma di migranti, e una delegittimazione degli stessi ‘altri’ quando hanno la forma di residenti nei Paesi d’origine. La cultura ‘altra’ del migrante o del nomade può essere legittimata finché serve al progetto di indebolimento delle culture nazionali (autoctone), ma l’illusione occidentale è stata quella di poter trasformare tutti i nuovi arrivi in ‘apolidi cittadini del mondo’, sradicati nel nome di un universalismo astorico. Invece ciò che ci si ritrova ad affrontare è una balcanizzazione della società dove in sempre maggior misura le comunità di migranti tendono a percepirsi come estranee al Paese in cui sono emigrati e a costituire gruppi autonomi. Invece di demolire le identità culturali altrui attraverso l’universalismo – come riteneva di fare -, l’Occidente sta smantellando le proprie identità culturali autoctone, creando al contempo dentro di sé ambienti culturali frammentati e conflittuali. Nessun ‘melting pot’ si va formando perché non c’è un ordinamento culturale egemone ed omogeneizzante, dunque non si produce una fusione (melting) ma una giustapposizione».
Come riesce a spiegarsela, l’ignavia degli italiani in questo frangente storico? La popolazione davvero crede che non si arriverà mai a una guerra aperta, o che comunque il nostro miliardo d’oro in qualche modo continuerà a prosperare? Oppure, non essendovi alternative politiche credibili, preferisce pensare a salvare il salvabile, fingendo o non volendo sapere niente? Questo stesso meccanismo di rimozione/protezione non le sembra si stia attuando anche rispetto alla pandemia – gestione inefficace, prodotti inoculati che non immunizzavano, morti sospette sia tra i vaccinati sia negli ospedali tra i malati, e soprattutto l’imposizione del green pass come mezzo ricattatorio?
A.Z.: «Non è ignavia, o almeno per molti non lo è; è sfiducia (giustificata) nella possibilità dell’agire politico. Questo è il vero capolavoro della cultura liberale e neoliberale: è riuscita a demolire nella forma più radicale l’idea stessa dell’agire politico, cioè di un agire della società per la società. Lo ha fatto da un lato prendendo in ostaggio le istituzioni con regole che rendono il ricambio politico difficilissimo, dall’altro comprimendo progressivamente dopo gli anni 70 le condizioni di vita degli italiani, in modo da rendere l’attività politica un lusso per pensionati benestanti. Forze politiche nuove fanno enorme difficoltà a organizzarsi e ad imporsi all’attenzione pubblica a causa di molteplici impedimenti tecnici disseminati nel corso degli ultimi 20 anni (leggi sul finanziamento dei partiti, legge elettorale maggioritaria con liste bloccate, preponderanza della comunicazione mediatica, eccetera). Al contempo, la forma che hanno preso le relazioni economiche rende a livello di scelte individuali la competizione più conveniente della cooperazione, e questo vale a ogni livello sociale: se si ha mezza giornata libera occuparla in attività politiche, invece che in attività di supporto alla propria carriera, è un costo che sempre più spesso si paga».
L’Unione Sovietica è implosa quando, inseguendo la corsa al riarmo, ha tagliato la redistribuzione della ricchezza in beni e servizi per la popolazione e ha trasformato il Partito Comunista in un coacervo di burocrati autoreferenti. Ci si può attendere che, prima o poi, le politiche suicidarie della UE (taglio del welfare, accettazione passiva dei dazi statunitensi, aumento delle spese militari, acquisto di petrolio dagli US, rischio di deindustrializzazione della Germania, eccetera), conducano all’implosione dell’Unione? Oppure si rischia che la Commissione Europea assuma direttamente e pienamente il potere – magari grazie a un nuovo stato di emergenza?
A.Z.: «Credo che l’Unione Sovietica sia implosa per una varietà di fattori e non solo per i costi della corsa agli armamenti. Ad ogni modo, l’Unione Europea non è mai stata davvero un progetto politico e non ha mai coinvolto attivamente la popolazione. È stata sin dall’inizio un progetto calato dall’alto e fondato su variabili economiche a beneficio dei maggiorenti. In questo senso l’Unione Europea è immensamente più fragile dell’URSS. La sua fortuna finora è stata di non essere sfidata seriamente dall’esterno da nessuno. Oggi che, principalmente a causa dell’insipienza delle proprie classi dirigenti, si sta profilando come un’entità parastatale in opposizione ad altre entità statali, il suo destino è segnato. L’UE non ha il physique du rôle per competere come ordinamento politico sul piano internazionale. Nel momento in cui non è più coperta nella politica estera dall’ala americana non ha alcuna possibilità di operare come un corpo politico unitario. In questa fase credo che una delle ragioni per esacerbare i rapporti con la Russia stia proprio nel tentativo di usare quest’opposizione (virtuale) come fattore di consolidamento interno. Si usa un nemico esterno immaginario tra le altre cose anche per indurre il salto da unione economica a unione politica (esercito comune, politica estera comune, eccetera). Ma è un passaggio semplicemente impossibile conservando l’attuale struttura dei trattati dell’Unione. Salvo sorprese, al momento imprevedibili, tra dieci anni l’UE sarà una pagina nei libri di storia, anche se potrebbe essere sostituita da una diversa alleanza, con protagonisti diversi dagli attuali ventisette».
(1) Per approfondire il Digital Service Act:
venerdì, 9 gennaio 2026
In copertina: Il libro di Andrea Zhok uscito nel 2024, Il senso dei valori. Fenomenologia, etica, politica; nel pezzo: la bandiera dell’UE, che non è stata scelta per rappresentare, come affermato dal Ministro degli Esteri, Antonio Tajani: il “Blu come il manto Madonna e le 12 stelle, le tribù d’Israele”

