L’anarco-liberista sempre più incatenato al padrone yankee
di Luciano Uggè
Dopo la sonora sconfitta nella provincia di Buenos Aires a settembre 2025, è dovuto scendere in capo direttamente Mr. America, ossia Donald Trump, per salvare il vacillante Javier Milei e l’Argentina con 20 miliardi di dollari – a sostegno del valore del peso. Un autentico ricatto nei confronti degli elettori (altro che le ‘ingerenze russe’ nei Paesi satelliti dell’ex Urss…), esplicitato a chiare lettere dal Presidente statunitense: «Se lui perde, non saremo generosi» (1).
Per ringraziare di tanta ‘generosità’ (sulla quale torneremo) e dopo la vittoria nelle legislative di ottobre, Milei è salito su uno dei 6 nuovi caccia F-16, recentemente acquistati dall’aviazione argentina, che hanno fatto bella mostra di sé (quasi a dimostrazione di chi comanderà nel Paese latino-americano nei prossimi anni) su Plaza de Mayo. Tristi ricordi suscita la vista dei militari che tornano a ‘volare’. Ma, del resto, tra tante voci di bilancio che Milei ha tagliato (fino al 100% in sanità, previdenza sociale, istruzione e nei trasferimenti alle province e ai comuni; tra l’89% e il 100% in infrastrutture, bacini idrografici, gallerie e ponti; e fino all’83% in tecnologia e ricerca per l’innovazione), guarda caso l’auto-nominato ‘anarco-liberista’ ha pensato bene di aumentare del 23% la spesa per la Segreteria dell’Intelligence di Stato, sotto il suo diretto controllo (2). Come sa ogni buon ‘dittatore’, occorre innanzi tutto proteggere se stessi e le élite che ci sostengono.
Eppure proprio la mancanza di valore aggiunto nella produzione è una delle cause del ristagno dell’economia argentina e, quindi, non investire in ricerca e sviluppo dimostra una miopia politica rara. Se la leadership peronista era giusto che fosse rimessa in discussione, in quanto incapace di uscire dal ginepraio delle prebende e dei tentennamenti tra Brics e Us, come scrive Pagine Estere: “Le politiche del governo Milei, invece che colpire la casta, le grandi famiglie imprenditoriali e i potenti del Paese, hanno attaccato le politiche sociali, tagliato le pensioni, ridotto l’accesso alla scuola e alla sanità, imposto discorsi d’odio e di violenza. L’attacco di Milei è stato rivolto a chi lavora, a chi è in pensione, a chi difende l’ambiente e i diritti di genere. La casta per Milei, non era la casta: erano i poveri e le povere” (3).
Tutto questo per raggiungere il ‘deficit zero’ (pia speranza, mutuata sui sogni distopici del potente vicino che, per raggiungerla, sta strangolando l’Europa) e abbattere l’inflazione: cosa fin troppo facile se si impoveriscono intere fasce di popolazione che, di conseguenza, non potranno più spendere se non per prodotti di stretta necessità – come gli alimentari. Ma ancor più miope aver tagliato anche gli investimenti nel settore pubblico e non solamente perché il cambiamento climatico impone di intervenire in vaste aree ricomprese in territorio e ambiente, ma anche perché non vi è bisogno di sposare l’ideologia keynesiana per comprendere come gli stessi siano un potenziale fattore per rimettere in moto un’economia stagnante.
Come fa notare anche Il Fatto Quotidiano, se ufficialmente la povertà sarebbe scesa sotto il 32%, “l’Observatorio de la Deuda Social dell’Università Cattolica Argentina, pur riconoscendo come la povertà sia diminuita, ha messo in discussione questi numeri per due ragioni. In primis, per un paniere alimentare fermo al biennio 2004-05, ritenuto obsoleto, e che non comprende le spese per i servizi cresciute a dismisura nell’ultimo anno per i tagli alle sovvenzioni. In secondo luogo per le modifiche apportate al questionario dell’indagine permanente sulle famiglie, che, incorporando nuove domande orientate a contabilizzare i redditi informali, limita la comparabilità con i valori passati”. In pratica, come può essere diminuita la povertà se le pensioni, ad esempio, hanno perso il 30% del loro potere di acquisto in meno di due anni e anche i salari dei dipendenti pubblici non sono stati rivalutati per compensare almeno l’inflazione, che continua a essere al 31,8% annuo e nel 2024 superava il 200% (dopo un anno di presidenza di Milei)? Come è possibile che economisti e riviste di settore avallino tale dato, quando è evidente che se i costi per l’università come per i trasporti, per la sanità come per l’energia sono aumentati in maniera esponenziale, ma non si è fatto altrettanto per pensioni e salari, la povertà sia realmente diminuita? Se ha ragione Il Fatto Quotidiano, i tagli alla spesa pubblica, contenendo la domanda interna (come già scritto), hanno diminuito il tasso di inflazione ufficiale ma non è assolutamente provato che abbiano fermato quella reale (e, di conseguenza, l’impoverimento del cittadino medio), visto che: “Gli aumenti dei servizi sono allarmanti: nella città di Buenos Aires, il gas è aumentato del 631%, i trasporti del 707%, l’elettricità del 390% e l’acqua di quasi il 350%” (4).
A cosa serviranno i 20 miliardi statunitensi?
La possibilità di cambiare pesos con dollari – idea ‘geniale’ del Presidente – ha ovviamente portato alle conseguenze che chiunque poteva immaginare. In pratica, una enorme fuga di capitali: chiunque possa farlo, svende i peso per acquistare moneta statunitense e, magari, investirla in titoli e aziende dell’ingombrante vicino. “Negli ultimi mesi il cambio è tornato il tallone d’Achille: per frenare la caduta del peso la banca centrale argentina ha bruciato dollari in quantità, arrivando il 19 settembre alla più grande vendita giornaliera in quasi sei anni (678 milioni di dollari) e oltre 1 miliardo in tre sedute, con riserve nette limitate e crescente pressione anche sul mercato informale”, ci informa La Voce (5).
Ovviamente, per cercare di cambiar rotta, la Banca Centrale ha dovuto mantenere tassi di interesse elevati, il che impedisce alle aziende argentine di ottenere prestiti a costi sostenibili e di investire proprio in quel miglioramento dei prodotti e dei servizi che potrebbero avere come ricaduta maggiori vendite all’estero (se non nel Paese) e, quindi, un miglioramento della bilancia commerciale. Al contrario, una deflazione accompagnata a una stagnazione produttiva (con la chiusura già verificatasi di molte imprese medio-piccole) non potrà che causare l’ennesima fase recessiva.
I 20 miliardi statunitensi, quindi, hanno solo rinviato il momento in cui la Banca Centrale argentina avrà esaurito le riserve e si arriverà a una nuova svalutazione del peso. Se volessimo fare un raffronto pratico, il 7 gennaio 2023 (11 mesi prima di Milei), con 338 peso si acquistava 1 dollaro, mentre il 12 dicembre 2025 (nonostante i 20 miliardi statunitensi) ci volevano 1.433 peso per un dollaro. E del resto, nel secondo trimestre 2025, il deficit argentino aveva già superato i tre miliardi di dollari – e nei prossimi tre anni l’Argentina dovrà ripagare oltre 45 miliardi di dollari, di cui 15 miliardi al Fondo Monetario Internazionale (in pratica, la situazione continua a ripresentarsi sempre uguale a se stessa, 6).
Ma sorge anche il dubbio di maneggi dietro le quinte, leggendo L’Indipendente. In effetti, i 20 miliardi sarebbero stati garantiti dal Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e, “dietro questo piano di ‘salvataggio’, si nasconde una trama di interessi privati che intreccia politica e alta finanza, promosso grazie alle pressioni di Rob Citrone, miliardario fondatore del fondo Discovery Capital e amico di lunga data di Bessent”. In pratica, dopo l’annuncio della linea di credito statunitense “i bond argentini, che stavano precipitando, hanno guadagnato fino al 20% in un giorno e chi li deteneva – tra cui lo stesso Citrone e diversi fondi vicini a Trump – ha incassato milioni” (7). In altre parole, come accadde in Grecia (8), il rischio è che a pagare sia il Paese con una austerità che porterà a una recessione accompagnata dall’azzeramento di tutti gli ammortizzatori sociali e un ridimensionamento, fino quasi a scomparire, del settore pubblico; mentre gli azionisti (privati, organismi e Stati) stranieri recupereranno (se non lo hanno già fatto) quanto investito con tanto di interessi.
Del resto Washington, lo ha espresso chiaramente a Buenos Aires: lo stanziamento non è a fondo perduto, ma impone privatizzazioni e apertura completa ai capitali stranieri – il che si tradurrà in una svendita delle risorse argentine ai grandi gruppi finanziari e industriali del potente vicino. E non solo. Perché l’alleanza Trump/Milei è anche la difesa di un modello economico liberista che punta a perpetuare la posizione di periferia per il Sud del Mondo (in questo caso, l’America Latina) e di Paese egemone per gli Stati Uniti; o come scrive L’Indipendente: “L’Argentina è diventata un laboratorio del neoliberismo estremo”.
Se ‘proletari di tutto il mondo unitevi’ continua a essere disatteso, la borghesia compradora di tutti i Paesi meno industrializzati è, al contrario, ben felice di allearsi con lo Zio Sam (e il capitalismo/neo-colonialismo occidentale).
(1) https://www.ilpost.it/2025/10/15/trump-milei-aiuti-elezioni/
(2) Dati del Centro di Economía Política Argentina (CEPA)
(3) https://pagineesteri.it/2025/12/10/america-latina/largentina-cambiata-in-peggio-da-due-anni-di-milei/
(4) https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/07/crisi-argentina-milei-fallimento-rivoluzione-notizie/8148478/
(5) https://lavoce.info/archives/109348/argentina-la-lunga-strada-verso-la-stabilita/
(6) Nel 2001/2002 si ebbe un default che sconvolse anche il mondo politico e la società argentini.In seguito, Néstor Kirchner e, poi, anche la vedova Cristina, hanno sostenuto che il debito argentino fosse insostenibile anche a causa degli interessi eccessivi, imposti da organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale che dovrebbe aiutare le economie a ristrutturarsi e, al contrario, spesso impongono riforme liberiste e l’azzeramento del welfare state così da scaricare il costo per il risanamento del debito pubblico sempre sulle classi meno abbienti e sui poveri
(7) https://www.lindipendente.online/2025/10/07/argentina-il-neoliberismo-di-milei-devasta-leconomia-dagli-usa-20-miliardi-per-salvarlo/
(8) https://masterx.iulm.it/news/economia/grecia-austerita-bce-troika-euro/
venerdì, 9 gennaio 2026
In copertina: La Casa Rosada, foto di Bezerra Quites Piero Bruno da Pixabay

