Dopo lo scandalo, la BBC teme forse Trump? Se la stampa nicchia, i potenti hanno gioco facile
di Simona Maria Frigerio
L’oggetto del contendere in Venezuela è il petrolio, come ormai ammesso dalla stampa internazionale e come affermato, in conferenza stampa, dallo stesso Donald Trump dopo il sequestro del Presidente del Venezuela e di sua moglie.
Donald Trump si permette addirittura di rapire la massima carica di un Paese straniero, dopo aver detto in pubblico che gli States avrebbero deciso autonomamente se tenere per sé o vendere il petrolio greggio delle petroliere sequestrate al largo delle coste venezuelane, così come le stesse navi. E mentre le truppe nell’area caraibica, a dicembre, salivano a 15mila con un dispiegamento di mezzi che non si vedeva nella regione dall’invasione di Panama nel 1989, la scusa per tali mosse e per gli attacchi militari contro uno Stato sovrano, addotta da Washington, era confutata perfino dalle pusillanimi Nazioni Unite – ovvero fermare il flusso di fentanyl e cocaina dal Venezuela agli Stati Uniti (1). La scelta politica bellicosa, a fine dicembre 2025 e missilistica di inizio 2026 (con relativo rapimento), aveva già portato all’attacco di 20 navi e all’uccisione di almeno 100 persone – in violazione delle leggi internazionali e persino di quelle che dovrebbero ‘governare’ i conflitti armati. In primis, in quanto il Governo degli Stati Uniti non ha giurisdizione sui Caraibi e, in secondo luogo, in quanto è l’ennesimo esempio di doppio standard: se tali azioni fossero state condotte, ad esempio, dai somali, sarebbero state considerate (come furono), ‘atti di pirateria’; se le commettono gli States sono una tra le molteplici misure ‘legittime’ degli autoproclamati ‘gendarmi mondiali’. E se qualcuno avesse da obiettare, qui è palese chi è l’aggressore e chi l’aggredito – checché ne dica il nostro Governo, che afferma come la violazione di tutte le norme internazionali sia un atto di difesa preventiva. Ovvero Trump avrebbe rapito Maduro per difendere i valori capitalistici dal comunismo?
Perché il Venezuela fa gola
Lo Stato latino-americano possiede circa il 17% delle riserve petrolifere conosciute, pari a oltre 300 milioni di barili (il quadruplo rispetto agli Stati Uniti) e nessun Paese è coinvolto nell’industria petrolifera venezuelana più della Repubblica Popolare Cinese che, tra l’altro, ha un immenso bisogno di energia per far marciare la sua macchina produttiva. Aggiungiamo un altro dato. Le riserve energetiche del Paese sono state nazionalizzate grazie alle politiche bolivariane, mentre la ‘Nobel per la Pace’ (2) cercava l’appoggio degli US per un possibile golpe interno, promettendo di rimettere sul mercato proprio le riserve di gas e petrolio, consentendo a tutte le aziende interessate di assumerne il controllo «dall’estrazione alla raffinazione». Questo, nonostante la nazionalizzazione delle risorse energetiche e minerarie sia stata sostenuta dalla maggioranza della popolazione venezuelana.
Non a caso, un interessante articolo tradotto per L’Internazionale, specificava che: “Nei mesi scorsi i funzionari americani [avevano] negoziato con Maduro la possibilità di estromettere le aziende petrolifere russe e cinesi dal Venezuela e assegnare a quelle statunitensi un ruolo maggiore”; mentre l’unica società a Stelle e Strisce che operava, fino al rapimento del Presidente Maduro, nel Paese, era la Chevron – visto che le altre avevano preferito ritirarsi quando il Governo bolivariano impose alle società straniere di diventare partner di minoranza in joint venture con l’azienda statale Petróleos de Venezuela S.A.
Ma potrebbe esserci anche un’ulteriore ragione per gli States di far implodere il Governo venezuelano, oltre alle riserve petrolifere e le difficoltà che dovrebbe affrontare il suo maggiore competitor economico, ossia la Cina. Esistevano tre Paesi in America Latina che avrebbero potuto coalizzarsi contro gli States costruendo un blocco economico e politico che avrebbe messo in crisi la dottrina Monroe – ossia Messico, Colombia e Venezuela. Se quest’ultimo salterà forse anche gli altri due si conformeranno più prontamente ai diktat del potente vicino – in fatto di dazi come di indirizzo ideologico.
Quando non funzionano ricatti e pressioni
Visto che il regime change tanto auspicato durante le elezioni presidenziali, in Venezuela non è avvenuto, la strategia degli Stati Uniti è cambiata. Il regalo di Natale di Trump a Maduro è stato – secondo Reuters – “di ordinare alle Forze Armate statunitensi di focalizzarsi quasi esclusivamente sull’applicazione di una ‘quarantena’ sul petrolio venezuelano per almeno i prossimi due mesi” visto che “Washington attualmente è più interessato a utilizzare mezzi economici che militari per fare pressione su Caracas” (3). In questo modo si sarebbe bloccato il flusso monetario e, visto che il Venezuela ha riserve ridotte di contante, l’alt alle spedizioni di petrolio avrebbe potuto avere ricadute economiche, finanziarie e politiche in tempi brevi. Ma forse non tanto brevi quanto auspicato dagli States, vista la mossa del bombardamento del Paese latino-americano senza nemmeno una dichiarazione di guerra, e il rapimento di un Presidente regolarmente eletto (con l’approvazione della due volte pusillanime UE e, soprattutto, del nostro Governo).
Anche CNN il 24 dicembre 2025 sottolineava come le manovre degli States nei Caraibi mirassero a un blocco totale delle petroliere venezuelane e che questo sarebbe stato “un colpo al cuore economico di uno tra i partner latino-americani più stretti di Beijing – targhetizzato contro un’industria che da lungo tempo avvantaggia la Cina, la quale negli ultimi mesi ha acquistato circa l’80% delle esportazioni petrolifere venezuelane”. In risposta, Beijing aveva definito le azioni statunitensi una “seria violazione delle leggi internazionali, assicurando nel contempo Caracas” il proprio appoggio contro “tutte le forme di unilateralismo e prepotenza” (4). Vedremo a questo punto se il multilateralismo esiste o è solamente una manovra economica per spillare petrolio e gas russi o venezuelani a prezzi ribassati.
Il New York Times – sempre a Natale – era perfino andato oltre, titolando: “Il sequestro di Trump delle petroliere” venezuelane “sfida il Diritto Nautico”. E ancora: “Le recenti azioni statunitensi contro navi al largo delle coste del Venezuela possono incoraggiare altri Paesi a sequestrare o detenere navi, affermano gli esperti in campo giuridico” (5). E come non dargli ragione? Ma se dalle navi si passa ai Presidenti, si è andati oltre il pensabile: è tornato il Far West e Trump, inforcato il cavallo, va a far razzia di bestiame. In passato, almeno, la CIA aveva il buon senso e i presidenti statunitensi il buon gusto di sobillare, finanziare, armare e sostenere minoranze della destra economica e politica interne ai Paesi che volevano destabilizzare per fare, in proprio, il golpe voluto dalla Casa Bianca.
Dalla situazione politica a quella mediatica: il caso della BBC
Perché abbiamo scritto tutto ciò? Gli italiani sono edotti su quanto sta accadendo nei Caraibi e sicuramente se ne infischiano altamente – come di tutto ciò che non li tocca direttamente. Ma vorremmo far notare al lettore medio come, sebbene i maggiori media mainstream concordassero (prima del blitz) abbastanza unanimamente sulla lettura di tali eventi, qualcuno se ne discostasse quel tanto da far sorgere dubbi.
La BBC infatti, in un articolo della vigilia di Natale, nonostante fornisse un’informazione puntale, scrivendo che il Venezuela, “in una seduta di emergenza presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a New York” aveva affermato che “il sequestro operato da Washington di due petroliere venezuelane [era] ‘peggio di un atto di pirateria’”, avrebbe poi aggiunto – senza commentare o mettere in discussione tale affermazione – che “il Presidente Trump ha accusato il Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, di essere a capo di un Cartello e ha affermato che le bande hanno operato impunemente troppo a lungo” (6). Come abbiamo già scritto (1), questa è un’accusa del tutto infondata e una testata o un giornalista televisivo non sono chiamati solamente a riportare o a permettere che, in studio, si affermi la ‘qualunque’. Fare informazione significa verificare le fonti, ovvero controllare i dati o i presunti fatti che si riportano: non basta metterli tra virgolette attribuendoli all’interlocutore. Il giornalista ha il compito di vagliare, analizzare e riportare la notizia dopo aver provveduto alle verifiche che permettano al lettore di farsi un’opinione personale partendo da dati il più possibile veritieri. Soprattutto quando, nel giro di pochi giorni, si sarebbe messo in atto un golpe.
Il dubbio che sorge spontaneo e che dovrebbe far riflettere il nostro lettore è quanto pesi sulla BBC, oggi, la richiesta di risarcimento di un miliardo di dollari (come informava Rai News il 10 novembre scorso) presentata da Trump per il documentario del 2024, intitolato Trump: A Second Chance?, nel quale i colleghi della rete di Stato britannica montarono due spezzoni distanti 50 minuti di un comizio del 6 gennaio 2021 del futuro Presidente, per fare sembrare che incitasse i suoi sostenitori ad assaltare Capitol Hill.
Con un tale precedente che, visto anche il periodo in cui fu trasmesso, possiamo dubitare che fosse inteso a ‘manipolare’ l’opinione pubblica (data la vicinanza temporale con le elezioni presidenziali); e visto che la BBC è stata pesantemente minacciata di dover risarcire Trump addirittura con un miliardo di dollari (provenienti dalle tasche dei contribuenti britannici per mezzo del canone); questo mezzo di informazione può ancora essere ‘libero’ di muovere accuse o di mettere in dubbio il Presidente statunitense? E il suo pubblico può fidarsi di ciò che trasmette o scrive?
Rifiutare i condizionamenti, soprattutto della classe sociale alla quale si appartiene (prima ancora di quelli politici o dell’editore), come scriveva già decenni fa Noam Chomsky, non è facile; ma se i media addirittura creano una realtà artefatta o non correggono le ‘inesattezze’ dei potenti, quante altre armi letali di Saddam o provette di antrace ci faranno ‘bere’ per giustificare qualsiasi cosa? Attacchi missilistici, bombardamenti e rapimenti compresi.
(1) L’Onu ha smentito le accuse di narcotraffico rivolte dagli States contro il Venezuela:
(2) Per conoscere meglio María Corina Machado:
(4) https://edition.cnn.com/2025/12/16/politics/blockade-venezuela-sanctioned-oil-tankers
(5) https://www.nytimes.com/2025/12/24/business/trump-venezuela-oil-tankers.html
(6) https://www.bbc.com/news/articles/cd749gqgg11o
venerdì, 9 gennaio 2026
In copertina: Immagine presente in rete del Presidente Maduro dopo il rapimento. Si vede chiaramente che è stato addirittura bendato, come fanno normalmente i sequestratori con le loro vittime

