Partendo da Jeffrey Sachs, aggiungiamo alcune considerazioni
di Federico Giusti
“La grandiosità della NSS (1) è fusa con un machiavellismo sfacciato. La domanda che si pone non è come gli Stati Uniti e altri Paesi possano cooperare per un beneficio reciproco, ma come la leva americana – su mercati, finanza, tecnologia e sicurezza – possa essere applicata per estrarre il massimo delle concessioni dagli altri Paesi.
Ciò è più evidente nella sezione della NSS che discute l’Emisfero Occidentale, la quale dichiara un ‘Corollario Trump’ alla Dottrina Monroe. Gli Stati Uniti, dichiara la NSS, garantiranno che l’America Latina ‘rimanga libera da ostili incursioni straniere o dalla proprietà straniera di asset chiave’, e che le alleanze e gli aiuti saranno condizionati alla ‘riduzione dell’influenza esterna avversa’. Quell’influenza si riferisce chiaramente agli investimenti, alle infrastrutture e ai prestiti cinesi.
La NSS è esplicita: gli accordi statunitensi con i Paesi ‘che dipendono maggiormente da noi e sui quali, di conseguenza, abbiamo maggiore potere d’influenza’ devono portare a contratti in esclusiva per le aziende americane. La politica statunitense dovrebbe ‘fare ogni sforzo per estromettere le aziende straniere’ che costruiscono infrastrutture nella regione, e gli Stati Uniti dovrebbero rimodellare le istituzioni multilaterali di sviluppo, come la Banca Mondiale, in modo che ‘servano gli interessi americani’.
Ai governi latinoamericani, molti dei quali commerciano ampiamente sia con gli Stati Uniti che con la Cina, viene in effetti detto: dovete trattare con noi, non con la Cina – o affrontarne le conseguenze. Una tale strategia è strategicamente ingenua. La Cina è il principale partner commerciale per la maggior parte del mondo, inclusi molti Paesi dell’Emisfero Occidentale. Gli Stati Uniti non saranno in grado di costringere le nazioni latinoamericane a espellere le aziende cinesi, ma danneggeranno gravemente la diplomazia statunitense nel tentativo” (2).
La risposta dei Brics quale sarà?
Nel corso di un seminario sul Venezuela, al quale ho assistito, un appunto è stato mosso agli organizzatori, ossia quello di dare troppo spazio ai Brics e sottovalutare che, all’interno di questa alleanza commerciale, troviamo Paesi alleati all’imperialismo e nei quali la democrazia è bandita.
Sono sempre accette le critiche, specie quelle costruttive: non abbiamo mai pensato ai Brics come a un’alternativa sistemica al modo di produzione capitalista; ma sono, tuttavia, un fattore di crisi del vecchio ordine mondiale, una novità importante per ragionare sulla crisi degli equilibri decennali basati sull’egemonia statunitense e sulla centralità del dollaro.
Sia sufficiente ricordare che le trasformazioni produttive del mondo hanno anche determinato l’ascesa dell’area asiatica e dell’Oceano Indiano e a quella dell’economia cinese, delle potenze regionali come Corea del Sud, Turchia, Indonesia e Israele – per ragioni differenti tra loro. Secondo i World Development Indicators della Banca mondiale, già nel 2015 il Pil complessivo della Cina, misurato a parità di potere d’acquisto, aveva superato quello degli Stati Uniti (dati aggiornati a ottobre 2025). Oggi la RPC raggiunge circa il 20% della produzione globale di beni e servizi, mentre gli Stati Uniti solamente il 15% (Si tratta, incidentalmente, della quota più elevata detenuta dalle due principali economie mondiali dai primi anni Cinquanta, periodo dal quale il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno iniziato a raccogliere i dati).
Nell’arco di quarant’anni alcuni Paesi hanno aumentato esponenzialmente il loro Pil, mentre la UE – nel suo complesso – è in caduta libera: un continente in decadenza economica alle prese con la denatalità. Se poi analizziamo i dati economici di oggi confrontandoli con quelli di trenta o quarant’anni or sono si trae un’immagine del mondo e dei suoi equilibri completamente nuova: gli interessi economici si stanno spostando dal Vecchio Continente verso i Paesi asiatici; istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale sono state costruiti con equilibri interni che palesano oggi enormi contraddizioni rispetto alla realtà; le organizzazioni economiche internazionali esistenti si basano su rapporti ed equilibri che ormai non esistono più.
E qui torniamo alla domanda iniziale, all’obiezione sui Brics. Senza enfasi i cambiamenti economici avvenuti hanno ridisegnato i rapporti di forza, almeno in parte, e i vecchi equilibri sono stati messi in discussione diffusamente. Se pensassimo che il Mondo e il potere decisionale siano gli stessi del 1945 commetteremmo un grossolano errore: oggi, infatti, sono i Brics a contestare le organizzazioni internazionali esistenti chiedendo di rivedere equilibri e norme di funzionamento.
Di fronte alla crisi del Washington Consensus (le riforme neoliberiste promosse dalle istituzioni finanziarie globali), gli stessi statunitensi hanno costruito le nuove linee strategiche in virtù delle quali sostengono la necessità di preservare l’egemonia mondiale andandosi a prendere quanto loro serve e a ogni costo – dai metalli rari al greggio – calpestando la dignità dei popoli e la sovranità di altri Stati.
Questi sono i fatti sui quali aprire una riflessione, sui dati economici che vanno ridefinendo gli equilibri nel mondo e sul ricorso strutturale degli Stati Uniti alla guerra e all’intervento militare, all’economia di guerra per far valere la supremazia tecnologica e militar-industriale, pensando di giocarsi questa supremazia per schiacciare i contendenti come avvenne con la corsa alle ‘Guerre stellari’ negli anni Ottanta.
(1) La National Security Strategy è un documento strategico pubblicato dal Governo statunitense, che delinea gli obiettivi e le politiche di sicurezza nazionale e che segna un approccio ‘America First’
(2) Estratto da un approfondimento di Jeffrey Sachs, economista e saggista statunitense
Si veda anche: La sfida dei Brics: creare istituzioni globali al passo con la crescita economica – Krisis
venerdì, 23 gennaio 2026
In copertina: Foto di gruppo del Summit dei Brics nel 2025, fornita dall’Autore del pezzo

