Non è mischiando le carte che si fa buona politica o giornalismo
di Simona Maria Frigerio
Dopo il sequestro del Presidente Maduro da parte dell’amministrazione statunitense in Venezuela, come altri ho letto alcune dichiarazioni del collega Tucker Carlson, che avrebbe affermato come Washington non abbia più il diritto di criticare la Russia per le azioni in Ucraina: “Si può dire: ‘Non mi piace questo’, ma non si può più fare riferimento a delle norme astratte e dichiarare ciò che sta accadendo come inaccettabile in linea di principio”. Secondo gli opinionisti, Carlson avrebbe inteso che se si seguono le regole che ora guidano gli Stati Uniti (come se in passato, con le operazioni della Cia o le fialette di antrace, fosse diverso), la difesa dei propri interessi da parte di una grande potenza non dovrebbe essere considerata un ‘male assoluto’. In pratica, come affermato da qualche intrepido giornalista indipendente, anche Carlson ammetterebbe che l’obiettivo perseguito da Trump in Venezuela non fosse il Cartél de los soles (ormai definitivamente scomparso di scena e mai indagato dalla stessa DEA, 1), bensì l’interruzione della vendita di petrolio venezuelano alla Cina per rendere meno competitivo il Paese che ha superato gli States nel Pil a parità di valore di acquisto (PPP). Di conseguenza – sempre secondo Carlson – anche Mosca, sentendosi minacciata militarmente, avrebbe agito in base a considerazioni di sicurezza nazionale altrettanto valide in questo distopico nuovo ordine mondiale. Ma è proprio così?
Fare di ogni erba un fascio serve solo a giustificare gli US
Quella che appare come una posizione filo-russa è, in realtà, tutto l’opposto. Ovvero un tentativo di confondere due visioni politiche (con le conseguenti motivazioni per l’azione militare) diametralmente opposte, così da sdoganare non solamente la possibilità che gli States agiscano, in futuro, ancora in spregio della Carta Onu (ben sapendo che tale Organizzazione non ha né gli strumenti militari né politici per fermarli – visto che nessuno osa proporre sanzioni contro gli US, così come non accade contro il genocida Israele); ma anche che gli interessi economici di una potenza nucleare siano paragonabili alla salvaguardia nazionale. Come ha scritto Francesco Sylos Labini, che lavora presso il Centro di Ricerche Enrico Fermi: “La guerra in Ucraina riguarda l’architettura di sicurezza della Russia e, di riflesso, dell’Europa. Non si tratta di un’operazione imperialista, ma di una risposta a una guerra civile in Donbass iniziata nel 2014 e all’espansione della Nato verso Est”. In effetti, dopo ben 7 anni dalla firma del Protocollo di Minsk, mai attuato (che avrebbe sancito forme di autonomia per il Donbass e la sostanziale neutralità ucraina), l’intervento russo è stato giustificato con il principio della Responsibility to Protect (R2P) – una norma di diritto internazionale stabilita per prevenire crimini e atrocità di massa, inclusi il genocidio, i crimini di guerra, la pulizia etnica, e i crimini contro l’umanità – adottata da tutti i Capi di Stato nel 2005. Secondo tale norma gli Stati sovrani hanno primariamente il compito di proteggere la propria popolazione ma se non ci riescono o non vogliono perché perseguono altri fini, quali la pulizia etnica che sta portando avanti Israele in Palestina, la comunità internazionale ha il dovere di intervenire anche militarmente. Vero è che ogni azione dovrebbe essere autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu (il che permette a Israele di continuare il genocidio) ma, data la sua composizione, è certo che Francia e Regno Unito (visti gli scopi reali che stanno perseguendo attraverso la carne da macello ucraina, ovvero l’implosione della Federazione Russa) non avrebbero mai acconsentito. Mosca (sapendolo o supponendolo, magari, anche dai colloqui tra Putin e Macron del febbraio 2022) ha, quindi, agito utilizzando il precedente del Kosovo: “quando, nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia senza autorizzazione Onu, giustificandosi con presunte violazioni dei diritti umani (2)”. La Russia ha quindi agito, né più né meno, come avrebbe fatto Kennedy con la cosiddetta crisi dei missili a Cuba per impedire a un Paese confinante di minacciare il proprio con armi nucleari. E, in secondo luogo, attenendosi alla Carta Onu che – all’Articolo 1, comma 3 – sottolinea che si debbano rispettare le libertà fondamentali senza distinzioni di razza (sic!), sesso, lingua o religione – quando tutti sanno come la popolazione russofona del Donbass fosse coinvolta in una guerra civile dal 2014, in Ucraina, proprio perché voleva preservare la propria lingua, religione e difendere il Presidente eletto, Viktor Janukovyč – vittima del golpe denominato, non a caso, EuroMaidan.
Il Venezuela: petrolio, bolivarismo e dottrina Monroe
Il Venezuela, al contrario, non ha mai minacciato – né potrebbe farlo – gli Stati Uniti, se non come Cuba in quanto esempi di uno sviluppo economico figlio di una ideologia non prettamente capitalistica e liberista quale quella statunitense e, sempre più, anche europea. L’obiettivo di Washington sono l’impossessarsi delle riserve petrolifere per accrescere il proprio dominio a livello energetico e il privarne, nel contempo, il competitor economico più temibile, ossia la Cina – come già fatto con la UE e, in particolar modo con la Germania, grazie alle ‘provvidenziali’ (visto che non si vuole o non si può indagare i colpevoli) esplosioni del Nord Stream II.
Ma per agire, Washington non si è avvalso di nessuna normativa internazionalmente riconosciuta. Al contrario, è contravvenuto a importanti articoli della Carta Onu. Vediamone alcuni.
Nel Preambolo, le Nazioni Unite esseriscono di voler contribuire attivamente allo sviluppo economico e sociale di tutti i popolo. Ovvio che se uno si arroga il diritto di garantirsi maggiori risorse e ricchezze a detrimento di altri Paesi non sta agendo in conformità ai dettami delle Nazioni Unite (e tanto vale anche per le dichiarazioni dei G7 di voler mantenere la leadership tecnoligica preservando brevetti e know how).
L’Articolo 1, comma 1, prevede che le dispute internazionali siano risolte pacificamente e secondo i principi di giustizia e le leggi internazionali. Attaccare militarmente un Paese sovrano – senza aver nemmeno dichiarato lo stato di guerra – e, inoltre, appellarsi a leggi nazionali statunitensi è doppiamente in contraddizione con questo Articolo. E basterebbe un po’ di buon senso per capirlo. Pensate se l’Arabia Saudita, domani, rapisse Mattarella perché in Italia non applichiamo la sharī‛a che, essendo per gli islamici una legge sacra, potrebbero affermare abbia valore universale.
L’Articolo 1, comma 2, prevede si sviluppino relazioni amichevoli tra le nazioni, basate sul rispetto del principio di uguali diritti e sull’autodeterminazione dei popoli. Ovviamente a questo riguardo il ruolo di sceriffo del mondo autoassunto dagli States o di portatori di valori presuntamente superiori da parte dell’Occidente sono entrambi modi di pensare razzisti e colonialisti che non si conciliano con la pari dignità di ogni Membro delle Nazioni Unite.
L’Articolo 2, comma 4, impone che tutti i Membri debbano evitare la minaccia dell’uso della forza nelle loro relazioni internazionali. Sulle continue dichiarazioni belliciste di Trump (come sul più sotterraneo operato dei suoi predecessori) non commeteremo neppure.
Infine, come fanno notare molti giuristi di diritto internazionale, l’immunità ratione personae che spetta ai capi di Stato in carica non può venir meno perché gli States non riconoscono Maduro quale presidente legittimo del Venezuela. In effetti, le azioni compiute dagli US non solamente violano il principio di sovranità statale, ma se l’immunità di un Capo di Stato potesse essere messa in discussione unilateralmente da un altro, questo minerebbe l’intero ordinamento internazionale e la validità dei principi cardine delle Nazioni Unite.
Dopo quanto accaduto in Venezuela e quanto continua ad accadere nei Territori Occupati in Palestina e nella Striscia di Gaza, ci si domanda se Israele e gli Stati Uniti non abbiano de facto annullato qualsiasi legittimità (vista la palese impotenza) dell’Onu.
(1)
(2) Francesco Sylos Labini
venerdì, 23 gennaio 2026
In copertina: Tucker Carlson, 18 dicembre 2025 AmericaFest al Phoenix Convention Center du Phoenix, Arizona. Foto di Gage Skidmore (da Wikipedia, source: https://www.flickr.com/photos/gageskidmore/55019227300/)

