La National Security Strategy, ovvero come si impone la legge del più forte
di e traduzione di Simona Maria Frigerio
Leggeremo e tradurremo le prime pagine di questo documento (in calce, 1) che spiega come trasformarsi da sceriffo a gangster, ovvero togliere la maschera del Paese portatore di libertà e democrazia per mostrare il volto rapace del capitalismo liberista in versione Trump.
La premessa è una plateale dichiarazione di guerra al multipolarismo: “Per assicurare che l’America” (da notare come gli US si identifichino con i due continenti e tutti gli Stati sovrani che li compongono) “rimanga il Paese di maggior successo, più potente, forte e ricco [eludiamo uno statunitense su otto in stato di povertà così come il fatto che il Pil cinese, a parità di valore d’acquisto, è più elevato di quello statunitense, n.d.t.] al mondo, per decadi a venire, ha bisogno di una strategia focalizzata e coerente riguardo a come interagire con il mondo. E per farlo nella giusta maniera, tutti gli Americani hanno bisogno di sapere cosa, esattamente, stiamo cercando di fare e perché. Una ‘strategia’ è un piano realistico e concreto che spiega le connessioni essenziali tra fini e mezzi: parte da una accurata valutazione dei desiderata e quali strumenti sono disponbili, o possono essere creati realisticamente, per ottenere i risultati voluti. Una strategia deve valutare, scegliere e imporre priorità. Non tutti i Paesi, regioni, obiettivi o cause – per quanto valore abbiano – possono diventare lo scopo della strategia Americana [visti i risultati in Donbass, Gaza e Venezuela, ci sarebbe da rispondere ‘per fortuna’, n.d.t.]. E il fine della politica estera è la protezione degli interessi nazionali prioritari; questo è il solo obiettivo di tale strategia”.
Segue una pletora di accuse verso la pochezza o il lassismo della strategia statunitense dalla fine della Guerra Fredda – la quale, visto l’allargamento della Nato dai primi anni 90 del Novecento e il numero di guerre intraprese, ci sembra anti-storica. Tanto è vero che Trump arriva ad accusare le élite di interessarsi degli affari degli altri Paesi solo quando “minacciano direttamente i nostri interessi”. Dubitiamo che i palestinesi come gli afghani o i libici, la ex Yugoslavia o l’Iraq abbiano mai minacciato direttamente gli States. E difatti, contraddicendosi, Trump ammette poi che quelle stesse élite si sono impelagate a sopportare il peso di qualsiasi fardello a livello mondiale, verso il quale il popolo statunitense non vedeva alcuna connessione con i propri interessi. E qui ci si domanda quale connessione possa avere quel popolo con il sequestro di un Presidente se non la brama di petrolio bituminoso da mischiare alla propria nafta a prezzi irrisori o, meglio, a tutto vantaggio di aziende estrattive statunitensi. Si è, quindi, “sovrastimata la capacità americana di finanziare, simultaneamente, uno Stato con un massiccio apparato amministrativo, organizzativo e per il welfare [dove lo vedrà Trump questo stato sociale in un Paese a vocazione privatistica/liberista, non ci è dato sapere visto che non fornisce dati al riguardo, n.d.t.] e un complesso di aiuti esteri, di intelligence, militare e diplomatico”. Certamente più che un grande sforzo diplomatico devono essere stati ingenti i fondi spesi, ad esempio, per inventarsi il Cartello del Sol o la minaccia delle armi di distruzione di massa (contro Saddam Hussein) cooptando intellighenzia, editoria, media e i Premier di altri Stati.
Dopo un quarto di secolo di globalizzazione forzata (e lotta contro i movimenti no global dal basso), ecco Trump attaccare anche il dogma del libero mercato, di cui gli States si sono in passato avvalsi per arricchirsi a discapito di produttori locali e delocalizzando le loro imprese, a detrimento dei propri lavoratori. Ma invece che criticare il capitalismo della globalizzazione accusa “alleati e partner di aver scaricato le spese della propria difesa sulle spalle degli americani, e a volte di averci trascinato in conflitti e controversie centrali per i loro interessi ma periferici o irrilevanti per i nostri”. Chiari i riferimenti alla Germania e alla guerra in Ucraina – anche se già ricompensati dalla contro-mossa del Nord Stream II e dagli impegni della UE di acquisto di gas, petrolio e armi dagli States per i decenni a venire.
Interessante anche l’accusa di anti-americanismo contro le istituzioni internazionali. Quasi che gli States dal Secondo Dopoguerra a questa parte non abbiano sempre fatto ciò che volevano, in barba alle Nazioni Unite e al diritto internazionale. Anzi, questo transnazionalismo – che non capiamo Trump, dove lo veda – avrebbe minato i mezzi necessari per mantenere il ‘carattere’ degli statunitensi e sul quale sono stati costruiti il suo “potere e ricchezza” – dimenticando così il contributo di migranti e schiavi, la spoliazione delle ricorse appartenenti ad altri Paesi e la ferocia della conquista di una terra che apparteneva già ai nativi.
La settimana prossima le conclusioni su come Trump intende agire per ottenere tali scopi.
Il documento originale in inglese:
(1) https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf
venerdì, 30 gennaio 2026
In copertina: Foto di Mediamodifier da Pixabay

