La cultura dei dominanti schiaccia i salariati
di Federico Giusti
La realtà muta sotto i nostri occhi: è ormai acclarata l’incapacità di guardare ai processi in atto con quella lungimiranza necessaria per costruire letture non ideologiche seguite poi da pratiche sociali, sindacali e politiche all’insegna della diffusa conflittualità.
Sforzandosi di parlare non in ‘politichese’, da tanti anni possiamo asserire che la lettura ideologica del mondo non si costruisce solo con le dotte citazioni e i cosiddetti testi sacri ma innamorandosi di una chiave di lettura e riproponendola come soluzione onnicomprensiva.
Facciamo due esempi pratici per capirci: nel corso degli anni sono aumentati i permessi individuali in tutti i contratti nazionali; pur erodendosi il potere di acquisto e di contrattazione, crescevano gli istituti contrattuali dedicati ai permessi.
La domanda dirimente è se al posto di permessi di poche ore all’anno non sarebbe auspicabile incrementare la platea dei lavori usuranti o uscire anticipatamente dai posti di lavoro rispetto ai quasi 68 anni attuali. E proseguendo con domande ovvie (almeno per noi) ci chiediamo se non sia preferibile incrementare i salari piuttosto che ricorrere agli aiutini/sgravi fiscali che poi fanno mancare risorse alla sanità, all’istruzione e al welfare.
Il lavoratore, o lavoratrice che sia, è ormai abituato alla logica del meno peggio, meglio un uovo oggi che una gallina domani, sapendo che sui piatti la carne potrebbe non arrivare mai. Questa sorta di fatalismo nel corso del tempo ci ha portato a rimpiangere lo Statuto dei lavoratori, dimenticando che nella stagione 1968/69 ben altre erano le richieste provenienti dalle fabbriche.
Moltiplicando le soluzioni individuali si evita che attorno a talune rivendicazioni si cementifichi un’alleanza tra salariati e sfruttati. Il nostro welfare, ad esempio, da tempo palesa limiti e inadeguatezze senza che i Governi di turno decidano di intervenire risolutamente aumentando le risorse per la sanità e l’istruzione, costruendo diverse migliaia di Case popolari, bonificando i siti inquinati e, allo stesso tempo, requisendo le proprietà dei capitalisti che hanno avvelenato i territori – senza preoccuparsi, poi, e impegnarsi a salvaguardare l’ambiente con interventi tanto importanti quanto costosi.
Dal 1° gennaio 2026 le tutele per i lavoratori fragili e per chi assiste persone con disabilità avranno dieci ore annue di permesso retribuito. Il Governo non giudica prioritario accrescere i servizi pubblici destinati alla disabilità, pensa solo a incrementare di poco, simbolicamente, i permessi retribuiti, senza farsi carico di un intervento pubblico di impatto reale.
Se chiedessimo al lavoratore un’opinione, la risposta sarebbe senza dubbio una sola: “prendiamoci queste ore, sono meglio di niente”.
Se leggiamo esattamente la nuova normativa in vigore, avremo che dal 1° gennaio 2026, per i lavoratori dipendenti di datori di lavoro privati o pubblici, affetti da malattie oncologiche o da malattie croniche, rare e invalidanti, con un grado di invalidità non inferiore al 74%, ci saranno dieci ulteriori ore annue di permesso, per visite, esami e cure mediche. Ma quanti sono invalidi al 74% non dovrebbero stare a casa invece che in produzione – o forse siamo noi a peccare di eccessivo altruismo? Quanti sono i lavoratori, o le lavoratrici, in queste condizioni? Quali sono gli aiuti reali loro garantiti? E nei luoghi di lavoro, senza eccezione di sorta, sono previste mansioni differenti che subentrino automaticamente alla presentazione del primo certificato medico?
Ovviamente no. Ricordiamo che in tante aziende o cooperative, è impossibile presentare delle certificazioni che potrebbero portare all’attestazione di inabilità con tanto di prescrizioni che renderebbero necessario il trasferimento ad altre mansioni – non previste negli organici aziendali. Prendiamo l’esempio di una ditta di traslochi: il dipendente X ha scoperto di avere patologie incompatibili con buona parte delle mansioni tradizionalmente svolte, in un’azienda con 12 dipendenti (il numero si riferisce a un caso specifico incontrato allo sportello sindacale della Cub). Ebbene, il lavoratore ha preferito mettere a rischio la propria salute piuttosto che andare verso il licenziamento per impossibilità di ricollocarsi con mansioni diverse. Avendo superato da poco i 55 anni vuole salvaguardare il posto di lavoro. La soluzione, per lui, sarà quella di ricorrere spesso alla mutua o agli infortuni, provando a tirare avanti qualche anno.
I tre giorni mensili di permesso, previsti dalla Legge 104, alla fin fine vanno a sostituirsi a un servizio pubblico che non è in grado di prendersi cura della disabilità e preferisce assegnare dei bonus alle famiglie o dei permessi retribuiti che costano decisamente meno di strutture pubbliche funzionanti. I governi succedutisi hanno sempre asserito di voler coprire i bisogni concreti ma questa monetizzazione individuale non è la scelta auspicata.
Ricordiamo che numerose visite specialistiche avvengono in strutture private, dato che gli utenti non trovano posti in quelle pubbliche; la sanità integrativa è valutata come un’opportunità da non perdere al pari della previdenza legata ai fondi pensione. Siamo così disabituati a ragionare in termini reali da accontentarci delle elemosine sotto forma di permessi individuali e di servizi in convenzione (e in sostanza privati). Pensiamo agli sgravi fiscali come a una soluzione quasi preferibile agli incrementi salariali (e quindi tassabili). Non rivendichiamo la riduzione dell’orario di lavoro e l’anticipo dell’età pensionabile, credendo che qualche anno in più al lavoro sia una scelta obbligata.
Anche in questo caso il ragionamento è lo stesso: nuove ore di permessi individuali si sommano a quelle già esistenti, qualche ora in più rispetto ai 3 giorni della 104, un’elemosina se consideriamo le ore lavorative, gli anni necessari per maturare la pensione, la miseria del futuro assegno previdenziale, i costi sostenuti dalla famiglia per una disabilità. Ragioniamo in termini semplicistici e compatibilmente con gli interessi aziendali e, in questo modo, saremo sempre più schiacciati dai dominanti; subiremo il punto di vista aziendale auto-escludendo una risposta conflittuale a quest’autentica spoliazione di diritti sociali e di salario.
venerdì, 30 gennaio 2026
In copertina: Foto di Andreas160578 da Pixabay

