Meglio colpirli tutti ma 1 a 1: la politica secondo Trump
di Simona Maria Frigerio
Se dobbiamo applaudire il Presidente degli States per qualcosa, è per aver finalmente smascherato le vere motivazioni delle azioni statunitensi dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Senza più infingimenti e sotterfugi; senza bisogno delle trame occulte della Cia per fomentare golpe o finte rivoluzioni popolari, rapire personaggi scomodi o presunti sospetti; senza più la copertura della propaganda mediatica che ammantava omicidi mirati, bombardamenti, guerre e sanzioni unilaterali di appellativi quali: strumenti necessari per regalare la pace, la democrazia e i valori illuministici al mondo. Trump ha finalmente svelato il volto capitalistico, rapace, bellicoso e colonialista degli US e dei suoi vassalli.
Di questo dobbiamo dargli atto.
Ma da qui dovremmo partire per ben altre analisi. Come sta operando Trump? In Palestina, ad esempio, ha trasformato un conflitto ad alta intensità e che stava rovinando l’immagine da eterna vittima di un sopruso di Israele, in un conflitto a bassa intensità che ha disorientato i movimenti pacifisti e antisionisti e che, seppur al rallentatore, permette a Netanyahu e al suo Governo di continuare il genocidio con la complicità, nei Territori Occupati, di settori dell’Autorità Nazionale palestinese, depotenziando la portata (tutta sulla carta e non effettiva) del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di alcuni Paesi vassalli ed esautorando, de facto, le Nazioni Unite e l’Unrwa (infischiandosene dei pronunciamenti dal 1947 a oggi e della Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia).
Cosa ci insegna tutto ciò?
Sommiamolo al sequestro del Presidente Maduro in Venezuela (con conseguente riforma della Ley de Hidrocarburos che, di fatto, smantella la politica di nazionalizzazione delle riserve petrolifere, dando la possibilità ai privati anche stranieri di estrarre e commerciare il greggio autonomamente, di ottenere le concessioni senza approvazione parlamentare ma solo del fantoccio eletto a Presidente, e perfino, in presenza di aziende miste, di avere il controllo della società pur essendo soci di minoranza); al sobillamento della provincia di Alberta in Canada; alla conquista della Groenlandia – indipendentemente dalla volontà degli Inuit; ai continui tira e molla con la Russia rispetto all’Ucraina, e con la Cina riguardo allo status di Taiwan; alle pretese su Panama; ai ricatti al Messico, all’India e all’Honduras; all’allettamento degli argentini perché votassero i fidi di Milei; ai ricatti contro chi aiuta Cuba (l’isola che resiste alle sanzioni, imposte perché si autoproclama comunista da oltre mezzo secolo); ai tentativi di un regime change in Iran con un nuovo scià pronto per l’uso; al sostegno a chi ammazza i cittadini statunitensi che osano manifestare solidarietà con i migranti; ai dazi e ai ricatti per i vassalli; alle sanzioni unilaterali per i recalcitranti; e a un terrorista (autoproclamatosi presidente) a cui abbuona la taglia sulla testa (retaggio da Far West), che assomiglia a un abito prêt-à-porter che cercano di indossare tutti, da Baerbock a von der Leyen, da Erdogan a Netanyahu (nonostante sia macchiato del sangue di cristiani e alawiti). Dimentichiamo qualcosa? Forse il Sahel – che continua a essere nel mirino, ma dei francesi – e la UE, che pensa di continuare a mandare al macello gli ucraini nella vana speranza di appropriarsi delle risorse russe (facendo implodere la Federazione e spezzettandola, meglio che ai tempi di Eltsin). E tutto questo perché anche i vassalli pensano di sedere al tavolo del padrone e spartirsi il potere con il Paese egemonico.
Il risultato che se ne ottiene è facile quanto fare 2+2. Anzi, come fare 1+1+1+1.
L’Onu come organismo costituitosi alla fine della Seconda guerra mondiale è ormai finito: ha dimostrato la sua impotenza troppe volte per avere ancora una parvenza di credibilità. Pensiamo a Cuba come al popolo Sahrawi, alla Palestina, alla ridicola menzogna di Colin Powell e alle sanzioni rivendicate da Madeleine Albright (che causarono la morte di 500mila bambini iracheni), o ai bombardamenti della Nato sulla ex Jugoslavia (altro capolavoro Made in US) e via dicendo. Ma ciò che è peggio è che Trump ne sia pienamente consapevole: non esiste una comunità internazionale coesa che voglia o possa opporsi efficacemente alle sue pretese dittatoriali. Come Hitler, impazza attaccando prima uno e poi un altro. I vassalli europei sono incapaci di opporsi perché pensano di poter raccogliere le briciole del padrone – scodinzolando e facendogli festa. E Cina e Russia, nonostante i Brics, non riescono a coagulare intorno a loro un compatto schieramento perché il Medio Oriente (o Asia Occidentale) è intrappolato in meccanismi di guerra intestini fomentati da questo o quel Paese (i petromilionari, in primis, a oscillare a seconda della convenienza del momento); mentre la Turchia gioca come sempre su più tavoli; e il Sud del mondo ha talmente tanti problemi – e talmente tanti debiti a causa dello sfruttamento neocolonialista – che balbetta laddove dovrebbe adirarsi (e quando si ribella, come dimostrano il Sahel o lo Yemen, non ha più pace).
Sun Tzu insegna: “Lo scopo di un combattimento non è quello di distruggere un nemico ma è quello di ridurlo all’impotenza per conquistarlo intatto. Un nemico distrutto non è più niente, un nemico impotente è costretto a eseguire gli ordini del vincitore”. E più oltre ammonisce che, per vincere il conflitto occorre “spezzare le alleanze”. Sembra che Trump, a differenza dei suoi possibili oppositori, abbia letto L’arte della guerra e capito, ad esempio, che per depotenziare la Cina occorre manovrare la leva economica. Facciamo un esempio concreto. Huawei non può più utilizzare il sistema Android. Ovviamente i suoi cellulari continuano a funzionare in maniera eccellente con un sistema sviluppato in Cina ma sono le App occidentali (come quella di Ing Direct) che smettono di funzionare se non si aggiorna il sistema del proprio mobile ad Android 11 – il che significa che, in Occidente, nessuno comprerà più Huawei nonostante l’ottima qualità e il prezzo competitivo. Se una vettura elettrica cinese ha le medisime caratteristiche di una statunitense ma costa meno, basterà imporre dazi tali da renderla meno economica e, quindi, meno appetibile per il consumatore statunitense o, soprattutto, europeo. E del resto la Cina non fa l’unica mossa che darebbe scacco matto al Re. Proprio perché preoccupata più dall’export dei suoi prodotti che da questioni geo-strategiche, la Repubblica Popolare non vende gli asset statunitensi in suo possesso. Certo sarebbe un colpo per le casse cinesi, ma probabilmente sarebbe peggio per il Tesoro US e Wall Street.
Come si zittisce la Russia?
Ovviamente si manovra abilmente la coda della volpe sulla giostra dei negoziati con l’Ucraina. Questo non significa che Trump voglia regalare il Donbass. E però, mentre costringe l’Europa a tagliare il welfare per sostenere le spese militari di Zelensky, acquistando armi dagli States (oltre che il gas: regalino che ci hanno fatto il precedente Presidente e i Dem per neutralizzare la locomotiva economica tedesca) e accogliendo a braccia aperte le nostre industrie su suolo statunitense, mentre spalanca le porte europee ai grandi gruppi della sanità e della previdenza private made in US; ebbene, Trump può evitare che l’alleanza sino-russa lo ostacoli troppo apertamente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. O che i Brics diventino troppo potenti e, soprattutto, indipendenti dal dollaro. A riprova, l’India ha appena negoziato un accordo con gli States e, in cambio della riduzione dei dazi al 18%, Modi si sarebbe impegnato a non acquistare più petrolio dalla Russia (indebolendo l’economia di quest’ultima in vista di prossime trattative al ribasso sul Donbass o, meglio, su un possibile allargamento della Nato in Europa dell’Est finanziato solo dalla UE). Dmitry Peskov, portavoce del Presidente Putin, nel frattempo cerca di smorzare i toni trionfalistici di Trump affermando che l’India è libera di acquistare petrolio da chi voglia. Ma Modi non sappiamo con quale faccia accoglierà il Presidente russo al prossimo vertice dei Brics (di certo, avrebbe almeno dovuto evitare esternazioni di giubilo e profusioni di amore eterno per Trump via X: pratica che denota la differenza di caratura politica e serietà tra Russia e Cina, da una parte, e India dall’altra – che pare avere acquisito le brutte abitudini occidentali di affidare ai propri cittadini e ai media sparate e scempiaggini via social). Non va altresì dimenticato che gli States non confinano con l’India e il trasporto di petrolio via mare non può essere la soluzione per un Paese con 1miliardo 400milioni abitanti; come non si dovrebbe dimenticare che Trump, al momento, non può vendere il petrolio venezuelano in quanto non ne è né il Presidente né possiede personalmente pozzi petroliferi nel Paese.
Purtroppo la via al multipolarismo sembra lunga e impervia e, se le forze di opposizione all’egemonia statunitense non si coaguleranno anche intorno a principi diversi da quelli del libero mercato e del capitalismo neocoloniale; se non vi sarà una spinta ideologica a cambiare gli assetti di un potere sempre più autocrate (proprio quello che, al contrario, ha rivendicato ancora una volta Draghi per la UE) e a ridistribuire le ricchezze all’interno dei Paesi più industrializzati ma anche tra Nord e Sud globale; non vediamo grandi possibilità di cambiamento – al massimo un impoverimento ulteriore dei Paesi europei e una alleanza sino-russa sempre più legata ai suoi leader che, se dovessero lasciare il campo, non avrebbero successori della medesima caratura.
venerdì, 6 febbraio 2026
In copertina: Donald Trump, immagine ufficiale 2025. Foto di Daniel Torok (Public Domain)

