Il caso del ragazzo ucciso a La Spezia
di Federico Giusti
Un ragazzo è stato ucciso a scuola da un coetaneo. È accaduto in un Istituto di La Spezia in Liguria: erano da poco maggiorenni e con genitori immigrati – il che ha subito suscitato sarcasmo e pregiudizi, titoloni su qualche giornale al quale non sfugge mai l’occasione per ridurre la realtà ai soliti stereotipi.
A seguire il comunicato della Cub di Pisa.
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Poi ci sono le autoassoluzioni. Meglio prendersela con immigrati, etnie, maranza, piccola criminalità; se poi si ricoprono incarichi istituzionali importanti abbiamo perfino il pulpito mediatico.
Dovrebbero vergognarsi – ammesso che sappiano cosa sia la vergogna – quanti speculano all’indomani su episodi del genere. Attenzione anche ai titoli dei giornali che possono far più male di un fendente.
Un insegnante ha ammesso la propria sconfitta; i sentimenti diffusi, per fortuna, non sono quelli della speculazione politica e del pregiudizio anti-immigrazione. Infatti tra coetanei, insegnanti e genitori serpeggiano dolore, incredulità, sgomento, ma anche rabbia di fronte alla morte di un giovane.
I motivi sono futili, avere messo un like sul profilo di una ragazza: manca un’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e chi parla di etnie si cela dietro ai luoghi comuni. La questione riguarda i giovani autoctoni e di famiglie migranti, i ragazzi in toto, il loro modo di approcciarsi alla libertà e alle relazioni. Ma non pensiamo di estraniarci noi, adulti, in quanto certi messaggi siamo noi a trasmetterli o almeno a non ostacolarli.
Il problema per noi non è la sicurezza all’interno delle scuole, i cani antidroga non servono ad aprire riflessione e consapevolezza sull’utilizzo delle droghe o a costruire un approccio diverso rispetto a sostanze leggere che droghe non dovrebbero essere definite.
Negli US le scuole sono spesso circondate da filo spinato o protette da vigilante: non ci sembra che il modello scolastico e sociale di quel Paese funzioni e possa assurgersi a modello. Non è pregiudizio anti-statunitense ma mera constatazione che ove il servizio pubblico viene indebolito e ridimensionato le conseguenze ben presto si manifestano sotto forma di disagio, disuguaglianze, emarginazione sociale.
In Italia abbiamo un Ministro che vede le assemblee sulla Palestina come un pericolo assoluto, una sorta di propaganda ideologica inaccettabile. Ormai l’equiparazione tra sostenitori della Palestina e fiancheggiatori di pericolosi estremismi o del terrorismo già si intravede all’orizzonte.
Non funziona il modello securitario, non produce alcun risultato se non quello di dividere ulteriormente studenti e studentesse con regole classiste che la scuola pubblica da sempre combatte. Gli istituti scolastici dovrebbero essere aperti alla cittadinanza (era uno dei leitmotiv degli anni Settanta), ma per aprire un laboratorio o una palestra, organizzare delle iniziative con i ragazzi e le ragazze, occorre una lunga sequela di autorizzazioni. La burocrazia, la mancanza di soldi per pagare lo straordinario al custode o per assumere un insegnante in più impediscono alle scuole di restare aperte.
Questo genere di scuola va ripensato: i danni arrecati da alcuni Ministri che hanno ridotto l’orario sono incalcolabili, il problema doveva essere affrontato in termini diversi ripensando la modalità educativa di quelle ore in più; si è preferito, al contrario, cancellarle solo per ridurre le spese. Ma le incombenze burocratiche degli insegnanti sono infinite e, questo, a discapito del ruolo educativo che dovrebbero svolgere nel migliore dei contesti possibili.
Tale situazione è il risultato di anni di disinvestimenti ma anche di progressivo abbandono delle funzioni educative proprie della scuola pubblica. L’ultima Legge di Bilancio assegna un fiume di soldi alle Parificate ma uno Stato, che non riesce ad aprire laboratori e palestre, non dovrebbe regalare fondi a istituti privati quando, a poca distanza, sorgono quelli pubblici.
Il problema è che proprio la nozione di pubblico è ormai invisa perché portatrice di messaggi antitetici a quelli governativi.
Rifiutiamo le scuole ghetto, le classi pollaio: di questo il Ministro Valditara non vuol parlare. Crediamo invece che la mancata apertura pomeridiana delle attività scolastiche sia parte del problema e che impedisca alle classi sociali meno abbienti, alle famiglie che vivono in un disagio sociale ed economico di appoggiarsi sulla comunità educante per consentire ai propri figli di partecipare ad attività ricreative e sociali.
Non è la scuola comunista come sostenuto dal pregiudizio classista oggi imperante. Parliamo di un modello inclusivo che stride con la visione aziendalistica e ideologica dominante.
Il Governo teme l’inclusione e, con essa, la funzione educativa e sociale della scuola che è, poi, l’esatto contrario di quella pseudo formazione ideologica e nozionistica ove domina l’acriticità, la supina accettazione di una monocultura incapace anche di aggiornarsi.
A quanti chiedono metaldetector, schedature di massa, repressione, ricordiamo che quanto accade fuori dalle mura scolastiche dovrebbe riguardarci direttamente anche in qualità di educatori. Rispondiamo alle chiusure repressive con modelli e pratiche educative che restituiscano un valore sociale ai percorsi educativi. Non chiudiamoci dentro regole burocratiche o certezze precostituite, apriamo le scuole.
venerdì, 6 febbraio 2026
In copertina: Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

