La National Security Strategy. Anche l’Occidente rientra tra i lacchè
di e traduzione di Simona Maria Frigerio
Contuiamo l’analisi del documento iniziata la settimana scorsa (1), proponendo la domanda di Trump: come agire in futuro e a quali fini?
Secondo il Presidente le questioni cruciali sono: “1) Cosa dovrebbero volere gli Stati Uniti? 2) Quali sono i mezzi disponibili per ottenere ciò? e 3) Come possiamo connettere fini e mezzi in una National Security Strategy?”.
Trump si fa le domande e si dà anche le risposte. Va garantita la sopravvivenza e la sicurezza del Paese. E, come per qualsiasi altro Stato – penseremmo noi – la sua indipendenza e sovranità. Ma qui il discorso si fa messianico in quanto il governo US assicurerebbe i diritti naturali dei suoi cittadini, dati da Dio (solo a loro? Se esistono diritti naturali, essi appartengono al genere umano), e porrebbe quale priorità il loro benessere e i loro interessi. Ma a scapito di chi?, viene da chiedersi.
La risposta è prevedibile e, al contempo, in stile calderone: “Vogliamo proteggere questo Paese, il suo popolo, il suo territorio, la sua economia, e il suo stile di vita da influenze straniere ostili e attacchi militari, spionaggio, pratiche commerciali predatorie, traffico di stupefacenti ed esseri umani, propaganda distruttiva e da operazioni di influencer, sovvertimento culturale, o da qualsiasi altra minaccia per la nostra Nazione”. Ma gli States non sono una nazione nel senso di una continuità territoriale caratterizzata dalla presenza di una popolazione uniforme per etnia, lingua, cultura, religione e costumi, bensì un melting pot. Lo stesso Trump è figlio di migranti. Quindi, questo monolite US che vuole disperatamente salvare il suo carattere ci appare come una chimera, una visione anti-storica che mira alla pancia Wasp. Non a caso Trump tuona come Zeus per controllare frontiere e migranti, e perché gli altri Stati sovrani cooperino con gli US per impedire – invece che favorire – le migrazioni. In tutto ciò, non emerge alcuna considerazione circa il fatto che il capitalismo predatorio statunitense continua a sfruttare risorse umane e naturali degli altri Paesi e proprio questo fatto impedisce alle popolazioni di esercitare e usufruire del pieno controllo delle proprie ricchezze. Nulla aggiungiamo sulla libertà degli uccelli di migrare in ogni dove, negata persino dalle Nazioni Unite agli esseri umani.
La parola calderone non è stata usata a caso. Nel prosieguo Trump immagina una infrastruttura per la resilienza nazionale che protegga contemporaneamente gli americani da minacce straniere e disastri naturali: un ibrido a metà strada tra Protezione Civile, Guardia Nazionale e Forze Armate? Più avanti si capisce a quale delle tre miri il Presidente: “Vogliamo reclutare, addestrare, equipaggiare, e mettere in campo la forza militare più potente, letale e tecnologicamente avanzata al mondo per proteggere i nostri interessi, prevenire guerre, e – se necessario – vincerle velocemente e in maniera decisiva, con il minor numero di decessi tra le nostre forze […]. Vogliamo il deterrente nucleare più robusto, credibile, e moderno al mondo, oltre a difese missilistiche next-generation – incluso il Golden Dome per la madrepatria – sì da proteggere la popolazione, gli asset americani oltremare, e i nostri alleati”. Ora, Trump quando scrive di voler vincere le guerre e in tempi brevi probabilmente si rende conto dei fallimenti in Iraq, Libia e Afghanistan (solo per citare i più noti). Ma è interessante come le armi servano a preservare la pace, come Trump ricalchi Reagan nella rincorsa allo scudo spaziale (o simile) e come quegli stessi alleati che, finora, avrebbero drenato risorse dei contribuenti statunitensi per farsi proteggere dallo zio Sam, potranno continuare a dormire sonni tranquilli.
Ma tutto ciò a cosa servirebbe? Ovviamente a garantire un altro desiderata trumpiano: “Vogliamo l’economia più forte, dinamica, innivativa e avanzata al mondo”. E allora perché non investire in ricerca e sviluppo, infrastrutture e università?, ci chiediamo noi. Trump conosce il sogno statunitense, che non è la redistribuzione delle ricchezze, bensì l’American way of life, che promette un benessere a portata di mano, permetterebbe l’ascesa sociale e ricompenserebbe il lavoro. Ma questa è la stessa economia che deve garantire lo status di egemonia mondiale e i fondi necessari all’apparato militare. Sappiamo bene che defiscalizzando e privatizzando i servizi pubblici, la sanità come l’educazione, è difficile che un lavoratore di un fast-food, come di una piattaforma di e-commerce, possa godere dell’American Way of Life. Al massimo può sognarlo, dopo aver lavorato 48 ore settimanali (e oltre), guardando un film se può permettersi una rete via cavo e le patatine col ketchup avanzo della giornata…
Il discorso di reindustrializzare gli States è chiaro ma forse meno il fatto che tale settore debba essere in grado di soddisfare la domanda sia in tempo di pace che di guerra. Il che, in bocca al Presidente che prometteva la pace suona strano. Certamente gli credono i nostri magnati del settore automotive in crisi, che si stanno riconvertendo all’industria bellica. Ma per farlo ci vogliono finanziamenti e tempo. E soprattutto un nemico da combattere e vincere velocemente per un fine utilitaristico bieco: risorse minerarie, petrolio, controllo di un territorio che, altrimenti, potrebbe diventare economicamente strategico per un competitor. Inutile ormai il vessillo di libertà e valori da esportare, superati i complici interni a un Paese straniero da foraggiare e sobillare grazie alla Cia.
Ne discende che il proclama successivo sia l’ennesimo: “Vogliamo il settore energetico più robusto, produttivo e innivativo – in grado non soltanto di fare da carburante alla crescita economica americana ma di diventare una delle principali industrie dell’export statunitense”. E qui Trump dovrebbe ringraziare il predessore per il Nord Stream II, la Commissione Europea per le sanzioni e gli accordi presi soprattutto in fatto di gas (di scisto) e il Venezuela se, con il sequestro del suo Presidente, cederà al ricatto di vendere petrolio agli States a prezzo di mercato, lasciando la gestione dei profitti direttamente a Trump – il quale li userebbe per il popolo venezuelano e americano come da suo post.
Come gli altri cosiddetti Grandi del G7, anche gli States vogliono (nessuno ha mai fatto presente a Trump che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re?) “rimanere il Paese tecnologicamente e scientificamente più avanzato al mondo […] e proteggere la proprietà intellettuale dal furto straniero”. Ma chi potrà impedire a Cina, Russia o altri Stati di ottenere migliori tecnologie, persino più avanzate? L’arroganza del colonialista razzista? Non a caso Trump mira a una ricerca che garantisca agli US la superiorità in campo militare.
Il Presidente non usa solo il bastone per ottenere il dominio egemonico. Ecco arrivare la carota, denominata “soft power”. Ne abbiamo visto un esempio pratico a Panama, dove la Cina avrebbe fatto importanti investimenti se gli States non lo avessero impedito; ovvero dove l’amministrazione Trump ha esercitato una “positiva influenza […] per favorire i [propri] interessi”. Ovviamente nessuna apologia riguardo il passato o il presente del Paese ma, anzi, Trump dichiara di voler rispettare “le differenze religiose, culturali, e i sistemi di governo. Il soft power che serve i reali interessi nazionali americani è efficace solo se crediamo nella grandezza e giustezza del nostro Paese”. Ennesima contraddizione: promette rispetto ma da una posizione di superiorità morale. Inoltre, se il soft power serve a promuovere gli interessi statunitensi, ci risulta difficile credere che, nel contempo, garantisca quelli degli altri Stati sovrani.
Non manca la vocazione messianica di un Presidente che pretende di rinvigorire lo spirito statunitense. Quale non si sa. Quello dei ladri di cavallo che venivano impiccati nel Far West o quello del We da usare con le persone fluide? Di certo parla di un passato di glorie e dei suoi eroi (gli statunitensi che hanno bombardato i vietnamiti con l’agente arancio o la Cia del Plan Condor per sovvertire gli Stati latino-americani o, ancora, la schiavitù nei campi di cotone o l’assoluzione di un terrorista estremista quando mette in atto un golpe in un Paese stremato dalle sanzioni?). E chiude promettendo addirittura una Nuova Età dell’Oro – in cui ognuno sia felice di lavorare per il profitto di tutti (quasi in una visione anarchica, in stile massima libertà unita a massima responsabilità – in un Paese dove l’individualismo e l’arrivismo sono le uniche matrici su cui plasmare la personalità dei giovani). E naturalmente tutto ciò “non potrà essere compiuto senza un aumento considerevole delle famiglie tradizionali che crescano bambini sani” (ovviamente, se possono permettersi le cure mediche. A meno che non intenda valori sani, nel qual caso dubitiamo che pensare di essere superiori e, per questo, avere i titoli per depredare gli altri, sia eticamente plaudibile).
Dai desiderata in patria ai voleri riguardo al resto del mondo
Nel globo acqueo-terrigno che circonda la sua idea di America, Trump pretende di “assicurarsi che l’emisfero occidentale resti ragionevolmente stabile, e governato abbastanza bene da prevenire e scoraggiare migrazioni di massa negli States [quindi, non una UE con un benessere diffuso o competitiva, bensì non abbastanza misera da pesare sul bilancio migratorio, n.d.t.]; vogliamo un emisfero i cui governi cooperino con noi contro il terrorismo, i Cartelli, e altre organizzazioni criminali transnazionali; vogliamo un emisfero che resti libero da incursioni straniere ostili o il possesso di asset chiave, e che supporti le supply chain strategiche; e vogliamo assicurarci il continuo accesso a spazi strategici chiave” – in altre parole vuole dei lacchè. “Instaureremo e renderemo effettivo un ‘Trump Corollary’ alla Dottrina Monroe. Vogliamo fermare e invertire i danni in corso inflitti da attori stranieri all’economia Americana mentre manteniamo l’Indo-Pacifico libero e aperto, preservando la libertà di navigazione”. E qui si potrebbe chiedere a Mr. President se intende rispettare lui stesso tali normative, tra l’altro garantite dal diritto internazionale, oppure se – come dimostrano i Caraibi – valgono solo per gli altri Paesi. Il fine è chiaro: garantirsi “la sicurezza della supply chain e l’accesso alle materie strategiche”. Ma gli US vogliono anche supportare gli alleati perché l’Europa sia sicura e libera, ridandoci fiducia nella nostra civilizzazione e identità occidentali. Ergo, siamo anche bisognosi di tutor. Il Medio Oriente, con il suo patrolio e gas, deve essere garantito da influenze straniere e dalle guerre eterne che lo affliggono (ma non cita direttamente il maggior responsabile dell’instabilità nell’area, ossia Israele). A corollario, gli standard US, guarda caso nell’AI, devono essere garantiti per trainare lo sviluppo mondiale (Trump non è forse edotto sulle scoperte cinesi…).
Meglio schiavi in paradiso o signori all’inferno? All’Europa decidere.
(1) La prima parte su:
https://www.inthenet.eu/2026/01/30/la-strategia-us-per-mantenersi-egemone/
Il link al documento originale in inglese:
https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf
venerdì, 6 febbraio 2026
In copertina: Foto di Gerd Altmann da Pixabay (particolare per ragioni di layout)

