Statunitensi, danesi o Stato sovrano: lasciamo agli Inuit decidere
di La Redazione di InTheNet
Qualche anno fa, dopo Svezia e Norvegia, abbiamo scoperto – grazie al genere giallo – che anche un altro Stato del Nord Europa non si tira indietro quando si tratta di sfruttamento delle risorse altrui e di razzismo nei confronti delle minoranze etniche – la Danimarca. Nel 1992 usciva Il senso di Smilla per la neve dello scrittore Peter Høeg, che si concentrava proprio sulle difficili relazioni tra Inuit e danesi. Qualche anno dopo, con Jussi Adler-Olsen e la sua Sezione Q, apprendevamo, nel romanzo intitolato Paziente 64 che, come in Irlanda nelle Magdalene, fino al 1959 sull’isola di Sprogo anche le ragazze nubili incinte (o che mostravano di comportarsi in maniera anticonformista) danesi erano deportate e sottoposte ad abusi – per proteggere la società dalla diffusione di geni cosiddetti difettosi.
Ma la Danimarca ha continuato a praticare una forma di sterilizzazione forzata degli Inuit, per una decina di anni e almeno fino al 1975, utilizzando la Campagna per le Spirali – un programma che prevedeva l’inserimento di spirali intrauterine e che è stato praticato, senza alcun consenso da parte loro, su 4.500 giovani Inuit – il che, su una popolazione attuale che raggiunge circa i 50.000 individui, è un numero enorme (tanto è vero che il tasso di natalità crollò). E però, era un metodo utile non solamente a tenere sotto controllo la crescita della popolazione nativa ma anche a contenere le spese per quei servizi pubblici che la Danimarca avrebbe dovuto garantire a tutti i suoi abitanti. Lo scandalo è emerso solo nel 2022, grazie a un podcast della Tv danese DR e la Premier Mette Frederiksen ha atteso fino al 27 agosto 2025 per porgere scuse ufficiali; mentre, a dicembre 2025, il Paese assicurava che avrebbe corrisposto un risarcimento di 46.700 dollari a ogni vittima – cifra irrisoria quando si è privata una donna di avere una maternità desiderata e, in alcuni casi, la si è resa sterile per sempre a causa di complicanze. Ma si sa che, scuse e promesse arrivano proprio quando gli States minacciano di annettersi, con la forza o le pressioni economiche, la ex colonia.
Prima che gli US intraprendessero la loro boutade neocoloniale in Groenlandia, appunto nel 2025, Brian Curto denunciava come a una madre Inuit, Nikoline Bronlund, fosse stata tolta la figlia “un’ora dopo il parto, sulla base di un cosiddetto test di competenza genitoriale. Test che, per legge, non dovrebbe più essere usato, perché giudicato discriminatorio verso gli Inuit della Groenlandia” (1). Della serie: la superiorità dell’educazione e dei valori occidentali in salsa social-nordica.
Dalla padella nella brace?
In Groenlandia quasi il 90% della popolazione è Inuit. Questa comunità si insediò nell’isola intorno al XIV° secolo e vi rimase quando i vichinghi la abbandonarono, probabilmente per terre con condizioni climatiche meno rigide.
Dopodiché va ricordato che per circa tre secoli Danimarca e Norvegia furono un unico regno e, siccome col tempo il colonialismo europeo si sarebbe esteso a macchia d’olio su varie rotte, ci pensò il prete luterano norvegese Hans Poulsen Egede (1686/1758) a organizzare una spedizione in Groenlandia per avviarne la ricolonizzazione (vista la scomparsa dei vichinghi) e, come corollario, la conversione degli Inuit al cristianesimo (con scarso successo).
Ma è nel 1814, dopo le guerre napoleoniche, la dissoluzione del Regno di Danimarca e Norvegia e la nascita di un Regno autonomo di Danimarca che, quest’ultima, si accaparrò le colonie della Groenlandia e delle isole Fær Øer.
Solo nel 1953 la Groenlandia è entrata a far parte della Danimarca e anche le Nazioni Unite hanno smesso di considerarla una colonia. Purtroppo, proprio con la modernizzazione forzata imposta dalla Danimarca alla nuova contea, nascono due fenomeni che sono lo specchio di una realtà culturale e sociale che si va deteriorando: oltre il 50% degli Inuit che studiano all’estero non torna in Groenlandia, mentre il tasso di suicidi è passato da quasi 0 al più alto al mondo, ovvero 75 casi ogni 100.000 abitanti.
Grazie al referendum del 2009, le competenze politiche e amministrative dell’isola più grande al mondo sono state ampliate, la stessa dipende ancora dalla Danimarca solo in fatto di moneta, difesa (con basi militari statunitensi e danesi sul proprio suolo) e politica estera. Inoltre, il Self-Government Act riconosce il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza della Groenlandia, se la popolazione votasse in tal senso.
Con 56.000 abitanti, probabili riserve di terre rare e una posizione strategicamente cruciale per Europa e Stati Uniti (in funzione anti-russa), l’85% dei groenlandesi avrebbe espresso una posizione chiara, come riportato dall’ex premier Múte Egede: «Non vogliamo essere danesi, non vogliamo essere americani. Vogliamo essere groenlandesi».
Difendere l’autodeterminazione del popolo Inuit significa, innanzi tutto, ascoltarlo e non difendere a priori la posizione danese, che è altrettanto colonialista di quella statunitense – come hanno dimostrato i decenni di pratiche discriminanti e la mancanza di rispetto per una cultura e una civiltà altre da sé.
(1) https://www.2dipicche.news/danimarca-cosi-inclusiva-da-essere-razzista
venerdì, 13 febbraio 2026
In copertina: Foto di Erling Maqe da Pixabay

