…per ri-privatizzare
di Simona Maria Frigerio
La Riforma della Legge sugli idrocarburi dimostra come il Venezuela si stia rimettendo in riga con i diktat di Washington. Se già il fatto di non andare a nuove elezioni (come sarebbe stato lecito fare) aveva sollevato dubbi, la Riforma voluta in meno di quattro settimane dalla presidente in pectore, Delcy Rodríguez conferma, purtroppo, che la deriva capitalistica è in atto – nonostante il Venezuela continui a dichiararsi Repubblica Bolivariana.
Il possesso delle risorse energetiche del Paese era uno dei capisaldi della politica di Ugo Chávez (anche se la nazionalizzazione era già in atto dal 1976), e avrebbe potuto funzionare se non si fossero intromessi gli States con le sanzioni unilaterali che hanno fatto scappare le multinazionali straniere – le stesse che erano state adeguatamente compensate per la nazionalizzazione e, comunque, potevano continuare a operare (e a guadagnare col petrolio venezuelano) quali soci di minoranza in joint venture pubblico/privato.
Con la Riforma voluta in un batter di ciglio da Rodríguez e votata da una Assemblea Nazionale presieduta da suo fratello Enrique, le aziende private potranno operare autonomamente, estraendo ed esportando il greggio senza compartecipazione dell’azienda di Stato (Pdvsa), a discrezione del Ministero e senza la prevista consultazione dell’Assemblea Nazionale per l’approvazione delle concessioni.
Al di là degli annunci roboanti di Trump che le società petrolifere statunitensi investiranno fino 100.000 milioni di dollari in Venezuela e che gli States si incaricheranno direttamente della vendita del greggio e perfino dell’amministrazione dei guadagni di tale commercio, vediamo i punti salienti della cosiddetta Riforma.
Innazi tutto le imprese private, anche straniere, potranno assumere la gestione tecnica e operativa dei progetti estrattivi – compito finora assegnato alla Pdvsa. E anche nel caso di imprese miste, pur detenendo quelle private la quota di minoranza, saranno queste ultime a poter detenere il controllo.
Attualmente le imprese che operano in Venezuela, nonostante le sanzioni statunitensi, sono la Chevron (US), la spagnola Repsol e la francese Maurel & Prom. Le stesse già commerciavano il greggio, sebbene la legge lo impedisse e, in futuro, ogni concessione sarà ancor più soggetta alla discrezionalità del Governo e del o della Presidente in carica.
Se le royalties per le imprese petrolifere resteranno al 30%, tale percentuale potrà essere abbassata a seconda dei costi del progetto implementato e il Governo potrà ridurre, per le medesime ragioni, l’aliquota dell’imposta sul reddito. Le aziende petrolifere, in deroga alla precedente legislazione, non dovranno dare un contributo speciale quando il petrolio tocchi massimi storici (un po’ come si chiedeva di fare in Italia con il settore bancario) e, ulteriore regalo, sarà eliminato l’obbligo di versare alcune imposte a favore di aree quali ricerca e sviluppo, trasporti, lotta al narcotraffico e pensioni (quegli oneri sociali di cui si favevano carico, negli anni del boom economico italiano, gli istituti di credito, le assicurazioni e gli Enti statali come l’Iri, che permisero a milioni di italiani, ad esempio, di acquistare la prima casa a prezzi contenuti o con mutui agevolati).
Infine, e questo è forse il punto più discutibile perché aumenta i poteri del Governo a discapito dell’Assemblea Nazionale e la discrezionalità di un o una Presidente, il Parlamento venezuelano – come già scritto – non avrà più il diritto di approvare o meno i contratti (e le concessioni) sottoscritti dall’esecutivo, ma dovrà solo esserne informato. Non a caso il Partito Comunista del Venezuela ha qualificato la cosiddetta Riforma come un arretramento storico, parte di una politica volta allo smantellamento della sovranità petrolifera del Paese. E mentre le destre premono per una accelerazione di tale processo (che molte voci affermano essere anticonstituzionale), fa specie pensare che se il Venezuela è passato dal produrre 2,8 milioni di barili al giorno a estrarne meno di uno non è per via della statalizzazione o, come affermano alcuni economisti, perché l’impresa di Stato fosse per forza inefficiente (pensiamo a quanti cosiddetti carrozzoni italiani adesso rimpinguano le casse dei privati nostrani e stranieri), bensì perché quegli stessi States che hanno sequestrato il Presidente Maduro avevano imposto illegittime sanzioni unilaterali che hanno obbligato, gioco forza, le aziende straniere a lasciare il Paese e hanno impedito al Venezuela di sviluppare adeguatamente tale settore commerciando in proprio l’oro nero. Ma siamo certi (sperando di sbagliare) che questa analisi sarà bypassata e la storia riscritta, in Venezuela, a favore di una lettura liberista e capitalista.
venerdì, 13 febbraio 2026
In copertina: La presidente de facto del Venezuela, Delcy Rodríguez (Pubblico dominio)

