La solidarietà della Cub ai lavoratori degli ipermercati colpiti da inaudita repressione
di Federico Giusti
Quanto sta avvenendo in alcuni supermercati italiani è emblematico: si applicano tecniche di controllo per arrivare a contestazioni disciplinari, sanzioni e licenziamenti contestando al personale il mancato rispetto dei canonici doveri aziendali. I motivi addotti sono i più disparati e sovente anche pretestuosi: merce esposta in modo non consono alle indicazioni aziendali, informazioni raccolte dall’utenza sull’operato di singoli lavoratori, contestazioni di mancata sorveglianza a qualche dipendente che poi deve controllare più file e non è oggettivamente responsabile di un eventuale furto.
Nel corso degli anni sono avvenute trasformazioni rilevanti nell’organizzazione degli ipermercati. Ad esempio, le casse automatiche con una operatrice che deve controllare fino a 78 postazioni; l’aiuto agli utenti nella corretta digitalizzazione dei prodotti (con la cassa che deve attendere l’autorizzazione per l’acquisto di prodotti alcolici); la distribuzione di buste e l’accertamento che l’acquisto delle stesse sia incluso nello scontrino. Insomma, una mole di lavoro aggiuntivo per i singoli dipendenti, mentre contestare qualche addebito – con le croniche carenze di personale – diventa fin troppo facile. E per chiudere il cerchio, il famigerato ‘test carrello’, ossia un ispettore aziendale che occulta volutamente della merce dentro altre confezioni per poi contestare al cassiere di non avere prestato la dovuta attenzione recando un danno economico all’azienda. E da qui partono sanzioni e licenziamenti
Avete capito bene? Prendiamo un giorno del mese di dicembre con file interminabili alle casse, poco personale, oggetti fuori posto negli scaffali, un lavoro in stile catena di montaggio, e trovarsi un oggetto di piccole dimensioni occultato dentro una confezione più grande. Se il lavoratore dovesse controllare ogni prodotto ci sarebbero file interminabili alle casse e, subito, arriverebbero contestazioni dell’utenza all’esercizio commerciale – che si ripercuoterebbero sul dipendente attraverso sanzioni e contestazioni di addebito.
Il cassiere non può controllare ogni pacco ma, nonostante l’oggettiva impossibilità, con il test del carrello, può essere licenziato dall’azienda. Questo, in estrema sintesi, è quanto già accaduto.
E invece di accrescere gli organici alle casse o al bancone, invece di predisporre personale nella gestione degli scaffali (gli addetti di solito devono svolgere più mansioni contemporaneamente), si preferiscono gli ispettori preposti al controllo dell’operato dei singoli lavoratori con il ‘trucco’ succitato. Ci sembra evidente che la scelta di alcune aziende sia quella repressiva. Piuttosto di rimettere in discussione le modalità di gestione del personale e dei servizi, si cerca il capro espiatorio che è, poi, sempre il dipendente, la classica ‘ultima ruota del carro’.
Ci troviamo di fronte a situazioni inaccettabili e a un vero e proprio ricatto da respingere con forza.
E non dimentichiamo, in fatto di sicurezza sul lavoro, che dopo anni alle celle frigo o alle casse insorgono malattie professionali che limitano le mansioni e potrebbero, all’occorrenza, rappresentare motivo di licenziamento. I sindacati contestano che tra i lavoratori colpiti ce ne sono alcuni ‘fragili’, ossia beneficiari della 104, anziani prossimi alla pensione e con numerose prescrizioni. Se tutto ciò fosse confermato saremmo davanti a una situazione ancora più grave. Urge quindi fare chiarezza ed esprimere la nostra solidarietà alla forza lavoro dei supermercati: quanto accade loro oggi, presto farà scuola per noi tutti e tutte.
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venerdì, 20 febbraio 2026
In copertina: Foto di Tung Lam da Pixabay

