E la chiamano l’unica democrazia del Medio Oriente
di La Redazione di InTheNet
Mentre il cosiddetto Board of Peace di Trump arranca a raccattare qualche miliardo che gli States intascheranno per non si sa quale spericolata manovra speculativa a Gaza; e il silenzio dell’Onu si fa sempre più assordante – sia riguardo alla ricostruzione nella Striscia, sia ai continui espropri illegittimi, alle violenze e agli assassini perpetrati dall’IDF e dai colonizzatori (ci rifiutiamo di appellarli coloni) israeliani nei Territori Occupati della Cisgiordania; il Committee to Protect Journalists (CPJ) pubblica un Rapporto (1), che conferma la condizione disumana a cui è assoggettato chi finisce in un carcere israeliano (2) – in particolare se giornalista.
Nel Rapporto emerge come i “giornalisti palestinesi descrivano di essere stati abusati sistematicamente, picchiati e affamati nelle prigioni di Israele: «Siamo tornati dall’inferno»”.
Le denunce – anche di tortura – riguardano le detenzioni tra ottobre 2023 e gennaio 2026 di 59 giornalisti, liberati da Israele e intervistati da CPJ – i quali hanno tutti, tranne uno, confermato di essere stati soggetti di abusi e varie forme di violenza. CPJ si sarebbe altresì fatto carico di verificare le affermazioni con prove presentate dagli ex detenuti, “inclusi rapporti medici, fotografie e documenti legali”.
La CEO di CPJ, Jodie Ginsberg, ha diffuso un proprio commento: “La scala e coerenza di queste testimonianze indica qualcosa molto al di là del caso isolato di cattiva condotta. Quando dozzine di giornalisti, in maniera indipendente, descrivono abusi fisici e psicologici, la comunità internazionale deve agire. La protezione umanitaria stabilisce standard inequivocabili per il trattamento dei detenuti e vi è bisogno che qualcuno se ne assuma la responsabilità formale se non si riesce a rispettare tali standard”.
La documentazione presentata riporta che, in totale, i giornalisti palestinesi detenuti nel periodo sono stati 94, oltre a un lavoratore del settore media: quest’ultimo e 32 colleghi provengono da Gaza, mentre 60 dalla Cisgiordania e 2 da Israele. Di questi, 30 erano ancora in carcere il 17 febbraio 2026 – nonostante oltre l’80% degli intervistati (48 su 58) non sia mai stato accusato di alcun crimine e sia stato trattenuti grazie al fermo amministrativo previsto da Israele nei confronti dei palestinesi, che permette allo Stato Occupante di trattenere in carcere gli individui senza una accusa specifica e di rinnovare la misura anche indefinitamente (una procedura di per sé contraria a qualsiasi norma internazionale e legge di un Paese che si propugni democratico).
Tra le accuse mosse dai giornalisti, quella (che ovviamente lamentano tutti i prigionieri in detenzione amministrativa) di non aver potuto richiedere assistenza legale né comunicare coi propri avvocati.
Oltre ai pestaggi, alcuni dei quali hanno causato danni gravi alla salute del prigioniero, i giornalisti hanno dichiarato di essere stati affamati – e CPJ ha calcolato una perdita di peso media negli ex detenuti di 23,5 chili rispetto al peso degli stessi al momento dell’arresto.
Allarmante anche la denuncia della mancanza di cure mediche appropriate – “in molti casi, con la complicità del personale sanitario nelle violenze contro i detenuti”. Infine, in questa sequela di orrori, non potevano mancare due casi di stupro.
Non meno pesanti da sopportare, soprattutto a posteriori, le violenze psicologiche costituite da “minacce, posizioni stressanti che causavano dolore prolungato, ed essere esposti a suoni ad alto volume, inclusa musica incessante” – che ha provocato casi di privazione del sonno e disorientamento sensorio.
“Questi non sono incidenti isolati”, ha affermato la Direttrice regionale di CPJ, Sara Qudah: “Mostrano una strategia deliberata al fine di intimidire e mettere a tacere i giornalisti, distruggere la loro capacità di testimonianza. Il silenzio protratto della comunità internazionale permette tutto questo”.
CPJ ha chiesto ufficialmente a Israele di permettere un monitoraggio internazionale degli istituti di detenzione, consentendo l’accesso agli stessi a personale delle Nazioni Unite, oltre a indagini trasparenti e imparziali riguardo ai casi denunciati. Il Ministro della Sicurezza Nazionale israeliana non ha nemmeno risposto alla richiesta di commento. Un portavoce dell’esercito, al contrario, ha ribadito che: “gli individui detenuti sono trattati secondo le leggi internazionali”, aggiungendo (nonostante le decine di uccisioni di giornalisti, anche anteriori all’ottobre 2023, 3) che l’IDF: “non ha mai colpito, e mai colpirà deliberatamente i giornalisti”.
(1)
(2) Il precedente Rapporto di B’Tselem:
(3) Tra i gornalisti palestinesi uccisi, ricordiamo Shireen Abu Akleh:
venerdì, 6 marzo 2026
In copertina: Il logo di CPJ

