Il falso problema della separazione delle carriere
di Simona Maria Frigerio
Riprendiamo l’analisi della schiforma della giustizia, che non abbrevierà i tempi processuali ma sicuramente renderà, ancor più che adesso, intoccabili i potenti.
Dopo l’estrazione a sorte dei magistrati per i due CSM (e non più uno solo); l’aumento del peso dei cosiddetti laici (espressione soprattutto delle forze politiche al governo); e la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari che sarà composta probabilmente (visto che la legge non stabilisce numeri e proporzioni) in maggioranza da laici (dando al potere esecutivo il controllo effettivo di sanzionare e, quindi, dirigere indirettamente le indagini e punire eventuali magistrati che disturbassero i ‘manovratori’ della politica e dell’economia), come già spiegato la settimana scorsa, sempre su questo Settimanale (1); vediamo a quali altre derive porterà la schiforma della giustizia.
Come scrive CGiL: “La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati”, ma “disperderà risorse perché moltiplica i costi” (due CSM invece di uno, oltre all’istituzione di un terzo organo, l’Alta Corte, con annessi collegi giudicanti in primo grado e appello).
Entrando nel merito della separazione delle carriere – metodo sbandierato come utile per evitare che si creino presunte complicità tra giudici e pubblici ministeri a scapito degli imputati e della difesa – è davvero così facile passare dal ruolo di giudice a quello di PM e viceversa?
Se è vero che la carriera di entrambi è unica, gli stessi assumono funzioni diverse – ossia giudicante o requirente – potendo cambiare tale percorso una sola volta nel corso della propria vita lavorativa. Oltretutto, sottostando al trasferimento in un’altra città – anche fuori regione. L’iter è talmente laborioso che, nel 2024, su quasi 9.000 magistrati, hanno chiesto di cambiare percorso appena 42 – pari allo 0,4%.
Va altresì notato che, in Italia, vi è un’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione dell’imputato – a riprova che un atteggiamento favorevole verso l’accusa è più spesso un aggancio mediatico per sterili polemiche o la solita difesa eretta dai potenti che siedono in Parlamento e accusano la Magistratura di complottare con le opposizioni (di qualsiasi parte siano). Non dimentichiamo neppure che, a differenza dei decantati States, in Italia il Pubblico Ministero non rappresenta l’accusa che deve vincere a ogni costo, bensì una figura istituzionale in cerca della verità – che, a volte, può perfino ammettere di avere sbagliato a portare in giudizio un imputato e chiederne direttamente l’assoluzione.
Contare su ignoranza e qualunquismo
La riforma, fin qui, non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento e, quindi, volendo a ogni costo approvarla senza emendamenti, il Governo, per la prima volta nella storia della nostra Repubblica in tema di modifiche della Costituzione, ha adottato votazioni su un testo blindato – sicuro che gli italiani, chiamati per obbligo costituzionale ad approvare o respingere la schiforma, diserteranno le urne come ormai sempre più spesso fanno o voteranno Sì solo in quanto poco consapevoli di cosa ci sia veramente in gioco: non una maggiore tutela dei cittadini, ma l’impunità per la casta (e per quelle lobby, legate alla stessa, che premeranno sui politici per sanzionare magistrati che indaghino, ad esempio, sull’inquinamento di una falda o sul crollo di un ponte…).
Senza cani da guardia, la democrazia non ha modo di difendersi
I watchdog di uno Stato democratico sono due: la stampa (se esercita il diritto di critica e svolge inchieste serie e scomode) e la magistratura (che dovrebbe e potrebbe portare avanti indagini – oltre che sul solito caso di cronaca nera – sulle mafie, la collusione e la corruzione, la grande evasione fiscale, i conflitti d’interesse, le speculazioni che mettono in pericolo la vita dei cittadini o inquinano l’ambiente, eccetera).
Quando il Premier (rigorosamente al maschile, come le piace) Meloni parla dell’esigenza di “fermare l’invadenza della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini)”, come denuncia la CGiL, capiamo perché il suo Governo vuole così fortemente questa schiforma.
In uno Stato in cui la stampa è ormai nelle mani di pochi gruppi aziendali di potere; in cui la UE, con la legge liberticida denominata Digital Services Act (2), pretende di controllare la libertà di opinione dei cittadini; in cui i pochi giornalisti controcorrente rischiano continuamente querele temerarie da parte dei poteri forti; e in cui gli algoritmi o i fact-checker decidono cosa sia da indicizzare e cosa da deindicizzare – o addirittura censurare – così da controllare qualsiasi tentativo di controinformazione; la separazione del potere esecutivo da quello giudiziario resta l’ultimo caposaldo per una parvenza (giusto quella) di eguaglianza.
(1) La prima parte della nostra analisi sulla Riforma Nordio: https://www.inthenet.eu/2026/02/27/non-chiamatela-riforma
(2) Il Digital Service Act:
venerdì, 6 marzo 2026
In copertina: Foto di Herbinisaac da Pixabay

