Si parla del sogno di Mattei: cosa sapeva Pasolini della sua morte?
di Francesca Camponero
Sono in molti ad aver pensato, detto e scritto che Petrolio sia stata la causa della morte di Pier Paolo Pasolini. Io però non ho mai appoggiato questa tesi perché avrebbe voluto dire che la politica di allora temeva Pasolini più di quanto fosse.
Petrolio, ultimo romanzo di Pasolini rimasto incompiuto (pubblicato postumo nel 1992), indagava su verità scomode legate al potere, alla mafia e alla politica italiana. Affronta la morte di Enrico Mattei e contiene, infatti, una feroce accusa politica e morale contro i vertici del potere italiano degli anni 70. Certamente l’opera rappresenta un vero e proprio ‘j’accuse’ contro la corruzione, lo stragismo e l’intreccio tra politica, servizi segreti, e affari petroliferi. Ecco perché la tesi predominante tra storici, giornalisti e investigatori che, nel 2009, hanno riaperto il caso è che l’omicidio sia stato un delitto politico mascherato da reato sessuale: Pasolini era diventato una voce scomoda per l’establishment, e la sua morte ha eliminato un intellettuale critico nei confronti della strategia della tensione e della corruzione italiana dell’epoca. Petrolio, infatti, parla della prima ‘crisi petrolifera’ e dell’oro nero, il Vello d’oro di oggi, che già allora arroventava gli affari e la politica e per il quale si continuano a fare guerre e viaggi in Oriente – come quello che fece Giasone con gli Argonauti (l’associazione tra l’attualità e il mito è, del resto, presente nello stesso libro).
Ma torniamo a quegli anni. Enrico Mattei, presidente dell’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi), era stato fatto morire in un finto incidente aereo. Gli era succeduto Eugenio Cefis che, di lì a poco, si lanciò anche nel settore petrolchimico, scalando la Montedison con fondi pubblici, e diventandone presidente. Molte altre morti misteriose funestavano il Paese, tra cui quella di Mauro de Mauro, giornalista dell’Ora di Palermo che aveva svolto indagini sull’omicidio di Mattei. Nel frattempo, scoppiavano bombe e divampava la ‘strategia della tensione’. Nasceva allora anche la famigerata loggia P2, con il suo programma spregiudicato e criminale di controllo del potere attraverso i media e le stragi. Cefis ne era stato (probabilmente) il fondatore.
Pasolini, in Petrolio, come nel suo stile, mischia elementi di cronaca in una forma allegorica. Scrive dell’Eni – considerandolo un ‘un topos del potere’. Parla delle bombe, dei sicari, delle due fasi dello stragismo e, appunto, dell’omicidio di Mattei commesso con una regia tutta italiana – di cui proprio Cefis teneva le fila. Nel romanzo, Cefis è chiamato Troya, ed è descritto con tutto il suo impero privato accumulato con fondi pubblici, con tutte le sue aziende e i relativi prestanomi. Pasolini gli imputa tutte le responsabilità: omicidio di Mattei, stragismo e persino il suo ambiguo passato partigiano. Cefis/Troya, nel romanzo, è l’emblema della «mutazione antropologica» della classe dirigente, cioè il passaggio da un potere di stampo clerico-fascista a un nuovo potere, multinazionale, tollerante e criminale-mafioso. Un’opera – Petrolio – che, ricordiamo, rimase occultata per 17 anni, e che al momento della pubblicazione è stata amputata di una sua parte importante. Un capitolo di cui non si sa più niente, intitolato Lampi sull’Eni, e di cui non rimane nel romanzo che il titolo e una pagina bianca. In tutte e tre le edizioni a stampa del libro mancano, infatti, i discorsi di Cefis.
Ma è opportuno andare più a fondo della semplice denuncia dei fatti. Pasolini, ricordiamo, è un poeta, un filosofo, un uomo illuminato, non solo un giornalista. Ecco perché, a mio avviso, il vero scopo di quest’ultimo romanzo (con tutti i suoi difetti, quali le parti che si compiacciono di quelle pratiche sessuali al limite della nausea) è raccontare una mutazione taciuta, vista dalla prospettiva umanitaria della cultura marxista. Il vero scopo è dare un senso a un mondo desertificato che, come un inferno dantesco, ospita – tra santità e malvagità – i nuovi Modelli del Capitalismo. E qui non possiamo non citare Hannah Arendt: gli uomini non compiono il male per un preciso progetto intellettuale, ma per un istinto fisico che li accomuna agli animali. I criminali, coloro che hanno in ogni modo provato a conservare un potere che entrasse nelle vite delle persone, sono uomini e donne estremamente normali. È questa la banalità del male.
“Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli aspettava”, questo scrisse Pasolini, in una lettera all’amico Alberto Moravia.
Qualcuno ha definito Petrolio un Satyricon moderno, in cui Pier Paolo sperimenta una sessualità complessa, metamorfica, prostituita, violata, dove il confine tra femminile e maschile non è più il soggetto dicotomico, ma dove femminile e maschile si sovrappongono nella stessa resistenza al modello borghese capitalista, che l’autore vede come una minaccia ormai non arginabile. Il tema della metamorfosi del protagonista rispecchia la visione barocca di un mondo in cui dominano l’instabilità e la mobilità. Infatti, come afferma Rousset: “Niente è più propizio al Barocco che il sentimento profondo della mobilità e della metamorfosi nell’uomo e nel mondo”. La rappresentazione dell’immagine metamorfica si accompagna, sin dall’opera ovidiana, alla degradazione e alla disumanizzazione del personaggio attraverso il potere dissacratorio del linguaggio, il quale costruisce la metamorfosi sulla metafora quale processo di trasformazione intrinseco e deliberato della scrittura. E Pasolini utilizza la metamorfosi di genere quale mezzo per introdurre la tematica del possesso quale metafora del potere. In Petrolio, attraverso il tema del doppio, Pasolini rappresenta la stratificazione del sé ma, al tempo stesso, le contraddizioni della società che indossa una maschera e che reprime la sua reale natura. Non importa se qualcuno, come Nello Ajello, in un articolo del 1992 intitolato Povero Pasolini tradito in libreria, scrive: “Si tratta di un immenso repertorio di sconcezze d’autore, di un’enciclopedia di episodi ero-porno-sado-maso, di una galleria di situazioni omo ed eterosessuali, come soltanto dall’autore di Salò e le centoventi giornate di Sodoma ci si può aspettare”. Lo abbiamo detto, Petrolio va ben oltre.
Certo il romanzo non poteva esimersi dalla contestualizzazione storica in quanto non si può filosofeggiare sul presente. Il presente è osservabile, ma, come Hegel insegna, non descrivibile a pieno. Non si possono dunque fare ipotesi sul passato, ma sul futuro e quest’ultimo lavoro di Pasolini, possiamo definirlo una ricerca di un opus magnum che racchiudesse l’analisi di decenni di osservazione scrupolosa. Pasolini aveva capito benissimo il suo tempo tanto da fondersi con esso, trasformando in essere antistorico chiunque si avvicinasse alla grande Verità.
Che sia morto per Petrolio o meno Pasolini ha fatto la storia, una «storia sbagliata» che – come dice De Andrè – non poteva che finire com’è finita.
venerdì, 6 marzo 2026
In copertina: La copertina di Petrolio (particolare per ragioni di layout)

