Il rito dell’umano tra bios e interdipendenza
di Francesca Cola
Il Pinocchio di Davide Iodice non è una messinscena, ma un accadimento. Spogliando il mito di Collodi dalle incrostazioni della favola morale, lo spettacolo si trasforma in un’indagine radicale che interroga lo spettatore non sulla disabilità, ma sulla natura stessa dell’umano.
“Cosa è una persona” non è una domanda clinica: è una chiamata a raccolta che riguarda ogni singolo individuo, chiamato a partecipare al mistero dell’incarnazione.
In questo panorama di corpi e simboli, la figura del Grillo Parlante emerge con una forza tragica. È un ‘Povero Cristo’ schiacciato sotto il peso di una croce fatta di libri, manuali e nomenclature: l’incarnazione del sapere normativo che tenta di catalogare la vita, ma che finisce per soffocarla sotto il peso delle definizioni, sacrificandone la complessità biografica sull’altare delle diagnosi cliniche e del DSM-5. Ciò che resta è un suono puro, un’eco che non può farsi parola articolata ma che vibra di una verità pre-linguistica. Tuttavia, proprio su questa croce avviene un rito di trasformazione: la Fata Turchina, non cancella il peso con la sua bacchetta, ma pratica un atto di alleggerimento. È un momento di pietas profonda: la cura non è guarigione dal ‘difetto’, ma sollievo dal giudizio sociale, virando verso un’accettazione profonda dell’identità specifica del figlio.
In questo scontro tra aspettative e realtà emerge la figura di Pinocchio-Ciuchino. Attraverso di lui, lo spettacolo interroga frontalmente lo spettatore su cosa significhi realmente ‘abilitare’ e sulla pressione sociale del dover essere ‘all’altezza degli altri’. Il suo suono esasperante, quel raglio che rompe l’armonia acustica, rivendica il diritto alla propria non-conformità. Ciuchino non è un errore da correggere, ma una forma di vita che abita con dignità il proprio limite, rifiutando la mutazione forzata in ‘bambino vero’ secondo i canoni della produttività e della norma.
La drammaturgia di Iodice si muove in quella che potremmo definire una ‘complessa semplicità’. Rifuggendo il virtuosismo tecnico fine a se stesso, l’opera punta tutto sulla verità del bios scenico. Gli ‘amatori’ che popolano il palco non recitano una parte, ma incarnano la vita nel suo farsi, con tutta la sua vulnerabilità vibrante e la sua potenza. L’invisibile che si rende visibile, il quotidiano che diventa extra quotidiano e straordinario. Proprio in questo esporre il corpo allo sguardo dell’altro, si ripristina un patto emotivo ancestrale con il pubblico. Il teatro torna a essere un’assemblea politica e, in qualche modo, catartica, non perché faccia propaganda, ma perché emoziona e purifica attraverso la condivisione di una finitudine comune. In un’epoca di estetiche levigate, Iodice sceglie la scarnificazione, ritrovando nel rito teatrale la capacità di parlare all’anima collettiva.
L’opera dialoga idealmente con la riflessione di Alberto Vanolo su La Città Autistica, quello spazio urbano progettato per corpi ‘standard’ che finisce per escludere chiunque percepisca il mondo attraverso sensi o tempi differenti. Pinocchio abita questa tensione, rivendicando il diritto di non essere ‘all’altezza’ delle aspettative sociali. Senza citare esplicitamente le teorie della vulnerabilità radicale, lo spettacolo suggerisce che l’identità non è un possesso individuale, ma un effetto della relazione. Iodice ci spinge a guardare oltre l’individuo: non siamo unità isolate, ma grovigli simpoietici, arcipelaghi in cui l’identità si genera solo nel ‘farsi con’ l’altro da sé. La nostra consistenza non risiede in una presunta autonomia, ma nella capacità di abitare l’intrigo delle dipendenze reciproche. In questo bios scenico, la non-conformità non è più una sottrazione, ma il varco d’accesso a un pensiero vivente: quello in cui l’esistere si manifesta come relazione pura e varietà irriducibile delle forme.
Il momento in cui la quarta parete si sgretola non apre spazio a un dibattito, ma a un’epifania: Il teatro nel teatro di Arlecchino e Colombina. Non sono maschere di maniera, ma archetipi di un caos primitivo e vitale; in loro rivive l’eco dell’antico Hellequin, creatura ctonia e selvatica che qui si spoglia del furore per farsi tremore amoroso. Il loro incontro è la manifestazione del desiderio come forza elementale. Svanisce il ‘tema’ e appare il corpo. In questo sfiorarsi delicato, la sessualità si spoglia della sua zavorra sociale per farsi carne viva e preghiera muta. È il mistero dell’incarnazione che si compie: un’urgenza di darsi che non chiede permessi alla norma, ma rivendica il diritto primordiale di esistere attraverso l’altro e di desiderare.
Il finale non sigilla l’esperienza, ma la spalanca. Proprio nel momento in cui la protezione della Fata viene meno, lasciando il posto al mistero della sua assenza, Pinocchio pronuncia la sua verità: “Io sono semplicemente io”. Non è un manifesto di auto-affermazione, ma una constatazione nuda che dissolve le proiezioni dello spettatore. L’opera scivola nell’incertezza della domanda: “E dopo?”. Il dopo è una sospensione che non appartiene solo alla gestione della disabilità, ma è la domanda che attraversa ogni esistenza: il mistero del tempo che resta e della persistenza del senso oltre la nostra presenza.
In questa incertezza, la libertà non si configura come assenza di vincoli – illusione di un’autonomia impossibile – ma come la possibilità di scegliere come abitare il proprio limite, il proprio tempo. Il confine del corpo e della mente diventa così lo spazio negoziale di una comunità che riconosce la necessità biologica e spirituale di ogni singola traiettoria di vita. Pinocchio, cosa è una persona è un atto politico perché è un atto d’amore e di verità. Ci ricorda che il teatro, quando rinuncia al trucco del virtuosismo per farsi rito e carne, ha ancora il potere di trasformarci, costringendoci a guardare negli occhi il mistero della nostra stessa umanità, così esposta, vibrante, densa di finitudine eppure così irriducibile.
Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Astra
via Rosolino Pilo, 6 –
martedì, 24 febbraio 2026
Pinocchio, che cos’è una persona?
ideazione, drammaturgia, regia, scene e luci Davide Iodice
con Giorgio Albero Gaetano Balzano, Danilo Blaquier, Federico Caccese, Stefano Cocifoglia, Giuseppe De Cesare, Simona De Cesare, Patrizia De Rosa, Gianluca De Stefano, Paola Delli Paoli, Chiara Alina Di Sarno, Aliù Fofana, Cynthia Fiumanò, Vincenzo Iaquinangelo, Marino Mazzei, Serena Mazzei, Giuseppina Oliva, Ariele Pone, Tommaso Renzuto Iodice, Giovanna Silvestri, Jurij Tognaccini e Renato Tognaccini
compagnia Scuola Elementare del Teatro APS
produzione Interno 5, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale
partner Teatro Trianon Viviani, Forgat Odv
training e studi sul movimento Chiara Alborino, Lia Gusein-Zadé
équipe pedagogica e collaborazione al processo creativo Monica Palomby, Eleonora Ricciardi
tutor Danilo Blaquier, Veronica D’Elia, Mara Merullo
cura del processo laboratoriale Scuola Elementare del Teatro Aps
versi Giovanna Silvestri
realizzazione scene Ivan Gordiano Borrelli
cura dei costumi Daniela Salernitano con Federica Ferreri
tecnico audio Luigi Di Martino
tecnico luci Simone Picardi
direttrice di produzione Hilenia De Falco
ufficio stampa Elena Lamberti
venerdì, 6 marzo 2026
In copertina: La Locandina dello spettacolo

