Quando la resistenza accade nel buio
di Francesca Cola, Marta Pastorino e Cecilia Isoardi
Pier Paolo Pasolini, il 1° febbraio del 1975, pochi mesi prima di essere ucciso, scrive un’accorata lettera al Corriere della Sera in cui denuncia la scomparsa delle lucciole, uccise dai fari accecanti dell’industrializzazione e del neoliberismo. Nei campi di Milano, dice, non non ci sono più le lucciole. Lo racconta Georges Didi-Huberman nel suo saggio Come le lucciole, facendo poi un passo ulteriore, in cui ci suggerisce quanto non sia vero che non esistono più, ma che siamo noi ad aver perso la capacità di vederle. Il suo invito è quello di “lucidare lo sguardo” per tornare a scorgere i piccoli bagliori di resistenza – poetica, civile, politica – che brillano ancora nell’oscurità del nostro tempo.
È da questa oscurità che la nostra visione si affina nel cercare di riportare ciò che Dark Matters ha offerto durante il Festival d’inverno alla Lavanderia a Vapore di Collegno, tra il 13 e il 15 febbraio 2026; perché dal buio in cui ci siamo trovate, è emersa la presenza di un ecosistema politico, non certo di un insieme di performance, di una rete di resistenze manifeste tra il nero e l’oscuro, dove i suoni, gli oggetti, le pratiche e i corpi ci hanno messe davanti allo stato di una ricerca, al canarino nella miniera, alla visione di chi ha pensato e realizzato il programma, inserito in un contesto in cui il tema – la nerezza e la cecità – sono l’aspetto politico più evidente di tale ricerca, ma non l’unico, una traccia tra le tracce, inserita nel contesto storico e sociale che ne ha determinato con forza i contorni.
Facciamo un passo indietro, al chiarore accecante di luglio ‘25 – sei mesi prima circa dell’evento a cui abbiamo partecipato – quando sono state operate scelte governative che hanno eliminato o ridotto i finanziamenti a centri di residenza, a festival storici, ai luoghi in cui si genera cultura dando spazio a interrogativi del pensare e del sentire e non solo del generare prodotti da distribuire. Stiamo parlando delle discusse assegnazioni del FNSV 2025-2027: la ricerca coreutica e i progetti inclusivi sembrano sacrificati sull’altare di criteri piuttosto arbitrari; ed è qui che il nero di Dark Matters si inserisce, nelle dichiarazioni dell’urgenza degli artisti, degli operatori culturali coinvolti e della capacità di resistere e difendere ciò che non produce valore misurabile, ciò che sfugge alla luce artificiale e prevaricatrice del mercato o alla tirannia dell’algoritmo.
Attraverso l’abbassamento delle luci, l’attivazione di sensi altri e l’invito a porre il corpo in relazione agli spazi e alla notte, si rende omaggio alla vulnerabilità della creazione intesa come processo e non ancora come prodotto. In questo scenario, la nostra risposta percettiva non può che sospendersi, in attesa del tempo necessario a decantare. Ciò può accadere solo grazie alla presa di responsabilità di un’operazione che conferma ancora una volta Lavanderia a Vapore di Collegno non solo come Centro di residenza, ma come baluardo di una resistenza intellettuale e operativa generatrice di ecosistemi. In un sistema che esige una produttività costante, rivendicare il regno del sonno e del sogno come zone improduttive è un gesto profondamente politico.
Qui la ricerca smette di essere un “dietro le quinte” destinato a scomparire nel debutto per farsi oggetto stesso di un’indagine radicale. Qui, la lucida e audace direzione artistica di Chiara Organtini non allestisce una vetrina ma protegge lo spazio dove l’oscurità e la divergenza non sono nascondigli, bensì strumenti per rivoluzionare le lenti con cui filtriamo il mondo. Il titolo stesso della rassegna non evoca solo la fisica dell’universo, ma rivendica la Darkness come spazio sovversivo. Il buio diventa ‘tessitura opaca’ che permette di relazionarci all’altro senza la pretesa di ‘illuminarlo’ e dunque ridurlo, misurarlo o consumarlo secondo gli schemi della cultura estrattiva occidentale.
La Lavanderia diventa così il luogo dove si pratica il “restare con il problema”, un territorio di transizione dove la Crip Theory smette di essere accademia per farsi carne, scardinando l’ideale del corpo performante a favore di un clinamen (1) eletto a punto di vista privilegiato.
Dunque, eccoci nel luogo in cui è possibile tornare a vedere le lucciole brillare.
Attraverso la collaborazione con il Black History Month Torino e l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, ci immergiamo in quello che Fred Moten definirebbe Black and Blur, una sfocatura intenzionale che sfugge alla sorveglianza della visione. Non siamo di fronte a immagini-dati da consumare, ma a esperienze liminali che ci insegnano a frequentare le zone d’ombra della percezione.
Dopo questa necessaria premessa possiamo calarci nel fitto dell’oscurità del Parco della Certosa, dove i confini tra il corpo e il paesaggio si sfaldano sotto la pressione del silenzio; qui ci ospita un’esperienza che ridefinisce il concetto di ‘visione’. Liquid Blue Walk, firmata da Christopher Serebour e Jija Sohn, non è una camminata notturna, ma una liturgia laica sulla vulnerabilità e la riconnessione selvatica. Contemporaneamente, negli interni di Lavanderia si aprono uno spazio e un tempo dedicati al riposo percettivo con Archivio Liquido di Eugenia Coscarella e Kadri Sirel. Così le due pratiche co-esistono come architetture e arredi di interni ed esterni dell’animo umano.
In un’epoca dominata dall’iper-visibilità e dal controllo oculo-centrico, Liquid Blue Walk propone un’estetica della ‘non-padronanza’. Affidarsi a un ‘angelo’ guida significa abbracciare una interdipendenza radicale, intesa come massima espressione di umanità. È un rovesciamento dei valori neo-liberali di autonomia: nel buio, siamo completi solo se accompagnati. Questa immersione nell’oscurità è guidata dalla visione di Christopher Serebour, Blind dancer: come un Tiresia contemporaneo, la sua condizione trasforma la deprivazione sensoriale in una forma di visione più acuta e lucida. È qui che il buio smette di essere spazio del timore per farsi luogo dell’accoglienza e della conoscenza profonda.
Non è un caso che la radice della parola Idea risalga al greco id-: un legame indissolubile con il verbo οἶδα (oida), che letteralmente significa “ho visto” e dunque “so”. In questa deriva sensoriale, il contatto con le foglie, il suolo della selva e il respiro degli altri permette di ‘vedere’ oltre l’ottica comune, scoprendo che la vera comprensione nasce laddove lo sguardo fisico si arrende. L’accompagnamento dei partecipanti è affidato alle mani di giovani adolescenti della 4C del Primo Liceo Artistico di Torino, le cui azioni sono curate dal danzatore e coreografo Aristide Rontini.

Il medesimo territorio di segni – il buio, il fogliame, il selvatico – subisce un ulteriore ribaltamento in Do Fairies have a tail? di Violetta Cottini (progetto selezionato per la giovane danza d’autore eXtra ‘25, Network Anticorpi XL). Qui, gli elementi naturali traslocano negli spazi interni per farsi architettura dell’onirico. A differenza dell’immersione tattile precedente, in questo lavoro il pubblico sceglie di praticare una distanza: non abita la selva, ma resta sulla pelle delle immagini. L’esperienza si trasforma in una visione epifanica, un sogno ad occhi aperti dove lo spettatore non affonda nel reale, ma contempla l’apparizione. In questa curvatura estetica, il selvatico non è più un luogo da percorrere, ma un’epifania da osservare, mantenendo quella lucidità conoscitiva che trasforma l’oscurità in pura intuizione visiva.
Le tracce iniziano ora a mostrare le prime spaccature, quegli scostamenti che scardinano i sistemi e gli stereotipi. La rottura si manifesta inizialmente come vibrazione sonora in Circolo del sorgere e del dissolversi di Enrico Malatesta: qui, dell’idea tradizionale della campana tibetana restano solo i sette metalli e le dissonanze che essi sanno generare. Malatesta e il suo ensemble di musicisti concreti (Lucia Fontana, Marta Magini ed Alex Paniz), abitano il medesimo linguaggio che rivoluziona, servendosi di un lessico fatto di sfregamenti e battiti, mostrando la potenza del suono senza mai renderla del tutto manifesta. Ciò che incanta è l’esattezza del gesto che cade nella materia per trasmutarla. In questa collisione tra il corpo e gli elementi, l’azione si fa geometria pura: una danza minima che rievoca un rituale alchemico, dove ogni battito è l’equazione necessaria a generare l’imprevisto sonoro.
Tra il sabato e la domenica, l’elemento della Rottura raggiunge il suo apice stilistico e politico con il Fashion Kiki Ball di Lasseindra Lanvin. Dal buio si scontorna, netta e vibrante, l’architettura della ballroom. In una luce viola soffusa, il pubblico abita il perimetro della scena mentre il suono del voguing scandisce l’urgenza di esistere. Rosacroce, nel ruolo di commentator, guida il rito: dalla Runway all’OTA performance (ossia, Open To All), dove la camminata si flette in una distorsione creativa delle pose statiche della moda, rivendicando le radici sotterranee dei club neri e queer. Qui, la performatività di genere e la lotta politica si fondono in un’unica materia. È qui che il pensiero di Georges Didi-Huberman trova la sua incarnazione più vivida: contro il bagliore accecante del potere che tende a uniformare i corpi, la ballroom agisce come una comunità di lucciole. Nonostante l’oscurità della marginalizzazione, questi corpi producono una loro luce intermittente e singolare. È un’eco che risuona nelle parole che aprono il documentario Paris is Burning: «I remember my dad said you have three strikes against you – every black man has two. That they’re black and a male. But you’re a black male and you’re gay. He said if you’re gonna do this, you’re gonna have to be stronger than you’ve ever imagined» (2).
In questa arena, tutto è politico perché il corpo stesso è il luogo del conflitto e della risoluzione. Camminare in questi spazi significa esporre il proprio vissuto: un’esistenza che si fa epifania. Per ogni soggettività non conforme, il semplice atto di esserci diventa una forma di visione lucida: un modo per riappropriarsi di quell’οἶδα greco e dichiarare che la vera conoscenza nasce dalla forza di vedersi, finalmente, per ciò che si è.

L’ultima traccia della domenica non può che mostrarci la necessaria esplosione della commistione di generi e competenze. Dopo aver attraversato il rituale notturno Dream Wide Awake di Bambi Benko, artista visuale queer e non-binary, il tempo del sogno smette di essere un’esperienza privata per farsi collettiva. In questa veglia condivisa, sentiamo come il tempo del sogno dell’uno possa intrecciare quello dell’altro, lasciandosi penetrare da una materia invisibile ed elettrica che abita sogni, corpi e visioni. Come cantava Lindo Ferretti: «Che i sogni siano sintomi, che i sogni siano segni, sanno i sogni, sanno i sogni».
Nella proposta di Michela Depetris, In the name of darkness, magic and vulnerability, risiede forse il cuore pulsante di ciò che abbiamo potuto attraversare: la possibilità che la visione si faccia visionarietà. La coreografia qui si svela come uno spartito di relazioni totali, una danza millimetrica di spazio, tempo e materiali che tenta l’evocazione dell’invisibile per portarlo alla soglia del visibile, senza mai esporlo completamente. È una tensione che danza oggetti, persone e suoni, lasciando allo spazio della magia l’ultima frontiera dell’esistere. La danza contemporanea non può essere un’unica arte, ma una commistione necessaria di segni e pratiche; una forza che resiste anche quando viene spinta ai margini del mondo. Ed è proprio da lì, da quel margine visivo e umano, che qualcosa resiste, infine, vive, non solo sopravvive.

(1) Deviazione spontanea e casuale degli atomi in caduta nel vuoto – concetto fisico epicureo che ha ricadute filosofiche, introducendo il caso in un universo anteriormente pensato come determinato
(2) «Ricordo mio padre che diceva che avevo tre strikes* contro di me – ogni nero ne ha due. “Loro sono neri e maschi. Ma tu sei un maschio nero e sei gay”. Diceva che avrei dovuto fare questo: essere più forte di quanto potessi immaginare» (t.d.R. Strikes è parola praticamente intraducibile in italiano in quanto si rifà a un’espressione del baseball: three strikes against you o three strikes and you’re out equivalgono a: tre ‘errori’ e sei fuori dai giochi, sei espulso e allontanato dal campo)
venerdì, 13 marzo 2026
In copertina: La Locandina del Festival; nel pezzo, foto delle performance gentilmente fornite dall’Ufficio stampa dell’organizzazione

