Letture alternative al voto del 22 e 23 marzo
di Simona Maria Frigerio
A bocce ferme, come piace a noi di InTheNet, spegniamo gli entusiasmi di Pd e CGiL e plaudiamo ai giovani e al sud d’Italia che hanno capito qual era la vera posta in gioco del Referendum.
Partiamo da un dato di fatto: la nostra Costituzione è rigida anche perché nata dopo il periodo fascista o forse, più semplicemente, perché i padri e le madri costituenti (21 su 556 deputati) non si fidavano già allora dei politici che avrebbero potuto avere maggioranze di Governo. Per questo motivo, in caso una legge costituzionale sia approvata, ma non con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, e quindi possa essere il frutto malato di un albero che aspiri a farsi forca del proprio popolo (come visto in passato), è obbligatorio indire un referendum confermativo, così che sia l’elettorato a decidere se approvare in toto, o rigettare in toto, la riforma.
Ovviamente a questo punto occorrerebbe dare il maggior tempo possibile agli elettori per capire i pro e i contro di una legge di riforma costituzionale tanto controversa da non essere stata approvata dalle due Camere (con i due terzi). In realtà il primo punto sul quale soffermarsi è che l’ultima riforma, che modificava ben 7 articoli costituzionali, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. Secondo la legge 352 del 1970, a quel punto ci sarebbero voluti 3 mesi per raccogliere le firme per richiedere il referendum, 30 giorni alla Cassazione per dare il via libera, e infine il Presidente della Repubblica avrebbe convocato il referendum entro 60 giorni – ovvero a fine aprile. Velocizzare l’iter – forse contando sul disinteresse dell’elettorato o la complessità dell’argomento, a essere mal pensanti – si potrebbe affermare non abbia giovato né al Governo né ai sostenitori del Sì.
Non ha aiutato, d’altronde, nemmeno l’affermazione del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ovvero che: «Elly Schlein non capisce che questa Riforma gioverebbe anche al Pd, nel momento in cui andassero al governo». In pratica confermando i timori di chi ha votato No perché convinto che, con questa Riforma, il potere esecutivo avrebbe controllato quello giudicante – fatto questo che avrebbe messo in discussione i principi stessi del sistema democratico come inteso in gran parte dell’Occidente.
E chiudiamo questa prima parte con altre due affermazioni da noi lette sulla stampa e che ci hanno lasciati basiti. La prima è del Premier Meloni: “Rispettiamo la decisione degli italiani”. A cui, avrebbe potuto rispondere un giornalista impertinente: “Quale altra scelta avreste? Il colpo di Stato, forse?” Ma da un Primo Ministro che afferma, in un Paese sulla carta democratico, confondendo il preciso volere degli elettori con un generico sostegno social, che: “L’opinione pubblica non ci interessa, Kiev va sostenuta”, non si sa mai…
D’altro canto ci lasciano perplesse anche le dichiarazioni di Schlein: “C’è già una maggioranza alternativa” (quali i contenuti alternativi di questa imprecisata maggioranza?); e il giubilo della CGiL, che non ci risulta essere il sindacato dei magistrati e dovrebbe, al contrario, chiedersi il perché non abbia nemmeno raggiunto il quorum con i cinque referendum sul lavoro del giugno 2025 (quelli, sì, di sua competenza).
La deriva del pensiero dualistico
Se fossi nel PD non gioirei perché questo non è un voto che va tradotto in partitico. Il PD è diviso – pensiamo solo alle posizioni dell’europarlamentare piddina Pina Picierno, vice-presidente del Parlamento Europeo, a favore del Sì al referendum e vicina alla destra israeliana proprio mentre era al suo apice il genocidio palestinese (1), oltre che indefessa sostenitrice della censura contro la critica a Kyiv e per il sostegno all’Ucraina, e favore di una guerra che sta insanguinando l’Europa. Ma Picierno non è sola.
Consideriamo le votazioni sul ReArm Europe che hanno visto 11 eurodeputati astenersi e 10 votare a favore: la nostra Costituzione ripudia la guerra e la cosiddetta sinistra vota perché i cittadini europei si dissanguino per acquistare armi? Per farne cosa? Le armi servono a offendere, uccidere, ingrassare le lobby del settore e infiammare conflitti. Non certo gli ideali di una presunta alternativa all’attuale Governo guerrafondaio. Non solo, la stessa Schlein continua a sostenere la guerra, non solo calpestando la Costituzione di cui si farebbe paladina in questi giorni, ma anche il poco welfare rimasto agli italiani.
Mentre gli States (che hanno causato una nuova crisi energetica di dimensioni non valutabili con la guerra contro l’Iran), tolgono furbescamente le sanzioni alla Russia ma per un tempo limitato (dimostrando così quanto siano strumentali e contrarie al diritto internazionale le medesime), Elly Schlein, su La7, afferma: “Sarebbe un errore drammatico allentare la pressione economica sulla Russia, perché Putin se ne avvantaggerebbe per continuare la sua invasione criminale in Ucraina. Il governo su questo è diviso, infatti non è riuscito a esprimersi in modo forte e chiaro contro questa proposta di allentare le sanzioni sul petrolio. Invece l’Europa deve rimanere compatta”. Schlein, esattamente come Meloni, dimentica la guerra civile in Donbass durata 8 anni così come i Protocolli di Minsk, non rispettati da Kyiv; il diritto internazionale che garantisce la protezione di una popolazione se minacciata o non difesa dal proprio Stato (R2P, 2); l’attentato al Nord Stream II; e le varie operazioni terroristiche rivendicate dalla SBU (i servizi segreti ucraini). Per non parlare degli scandali e della corruzione dilagante in quel Paese che, fino al 2022, era sull’orlo della bancarotta a causa dei suoi oligarchi e che è stato manovrato da personaggi come Victoria Nuland, col suo esplicito: Fuck the EU! Eppure Schlein, l’inglese dovrebbe saperlo tradurre bene, visto che ha fatto da supporter alla campagna elettorale di Obama.
Quindi, non ha di che compiacersi il PD, partito allo sbando, finché non ritroverà una rotta che non sia atlantista e guerrafondaia, con il corollario dello smantellamento del welfare state (anche questo dovrebbe saperlo tradurre). Ci vogliono idee e coraggio – esattamente ciò che manca.
Idem per la CGiL, che ha perso i referendum sul lavoro e adesso vorrebbe far pesare questo No come se potesse far dimenticare ai lavoratori non solamente la concertazione con i Governi di destra, sinistra o tecnici che, negli ultimi 30 anni, ha portato a una perdita del valore di acquisto di stipendi e pensioni – a due cifre. Ma anche l’aver acconsentito che, in regime pandemico, migliaia di lavoratori fossero lasciati a casa senza nemmeno un assegno alimentare e, addirittura, quando ormai acclarato – e perfino affermato nel discorso alla nazione di Biden – che i vaccini non erano immunizzanti, ha accettato che il Premier Draghi proibisse agli over 50 non vaccinati di lavorare da casa! La CGiL non è più un sindacato credibile da decenni e, dalle dichiarazioni di molte persone da me intervistate, proprio la sua posizione nel periodo del Green Pass (come del Pd e, in primis, del Ministro Speranza), le ha portate a non votare al passato referendum sul lavoro e a votare Sì a questo.
Il pensiero dualistico formatosi in epoca pandemica continua a creare divisioni insanabili e costringe la stessa politica in schemi e preconcetti che devono essere superati. Pro-Kyiv o contro-Kiev? Non esiste. Esiste l’articolo 11 della Costituzione e noi, o almeno la cosiddetta alternativa (di ‘sinistra’) dovrebbe farsi strumento di dialogo e di pace. Ma prima, sia nel PD sia nella CGiL, ci dovrebbe essere un ripensamento serio su quanto accaduto tra il 2020 e il 2022, un’apertura al dialogo con la cittadinanza, un’assunzione di responsabilità rispetto agli errori e il coraggio di lasciare libera la magistratura di indagare su eventuali doli e danni.
Perché la magistratura deve restare indipendente (almeno formalmente)
E veniamo proprio ai tanti, troppi che non hanno più fiducia nella magistratura e, per questo, hanno vitato Sì. Delle varie categorie vorrei suggerirne due, in particolare, perché mi sono state proposte da persone che stimo.
La prima sono gli abitanti della provincia di Reggio Calabria. Si è subito denunciato come le provincie meridionali a più alta incidenza mafiosa (in questo caso si tratterrebbe di ‘Ndrangheta), avrebbero votato Sì. Odio per i magistrati o clientelismo? Come mi ha fatto notare una professoressa calabrese: “Il voto di questi paesini famosi per le diffuse famiglie di ‘ndranghetisti, non è semplicemente un voto mafioso, ma soprattutto un voto di persone che si sentono abbandonate dallo Stato, che vivono senza alcuna prospettiva, dove la magistratura si identifica come Stato presente solo per giudicare e punire, ma che non offre altro. Paesi dove per curarti bene devi andare al nord (eppure paghi le stesse tasse), dove ferrovie, scuole, strade, reti idriche… è tutto di seconda scelta. Un ambiente in cui solo la mafia offre lavoro e se vuoi salvare i tuoi figli, li devi mandare lontano”.
Dove lo Stato latita, come si può pretendere il rispetto per la legge? L’articolo 1 della Costituzione afferma: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Il nostro Paese non promette, come la Dichiarazione d’Indipendenza statunitense, il diritto alla: “Vita, alla Libertà e alla Ricerca della Felicità” (ovviamente se bianchi, immigrati regolarmente o nati nel Paese, preferibilmente di origine anglosassone e ricchi di famiglia); ma dovrebbe almeno garantire un lavoro, grazie al quale una persona possa, a sua volta, garantire una vita dignitosa a se stessa e a coloro che dipendono da lei. Ma se manca persino questo diritto basilare è logico che sia lo Stato nello Stato (chiamatelo Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita o Camorra), attraverso il controllo del territorio e delle attività lucrative, a farsene carico, con le conseguenze che conosciamo tutti – compreso l’arricchimento dei colletti bianchi che, al nord, riciclano il denaro nella finanza e in attività che ‘più bianche non si può’. Ecco, quindi, spiegata una percentuale di Sì.
La seconda categoria di Sì (anomali) sono le persone che si sono ritrovate over 50 a non poter lavorare da casa perché hanno rifiutato un vaccino non immunizzante, o anche più giovani che hanno esercitato il diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo e non sono state trasferite in uffici non a diretto contatto col pubblico o invitate allo smart working, ma sono state letteralmente espulse dal sistema (dal Governo, con la complicità dei sindacati confederali), senza nemmeno l’assegno alimentare. Ne ho sentite molte che mi hanno detto di aver votato Sì proprio per punire la Magistratura, che ha supportato le vessazioni dei Governi Conte e, soprattutto, Draghi; e che oggi liquida i loro esposti per le morti sospette dei loro familiari (3, 4).
Eppure queste persone non si sono rese conto che molti giudici del lavoro stanno dando ragione, sentenza dopo sentenza, ai lavoratori; mentre chi ha difeso con maggior ostinazione l’operato del Governo Draghi è stata la Corte Costituzionale che, guarda caso, è composta da 15 giudici, di cui 5 nominati dal Parlamento in seduta comune; 5 dal Presidente della Repubblica; e 5 da Corte di Cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei Conti. Un organo, quindi, eminentemente di matrice politica, il quale, come tale, potrebbe opporsi a leggi emanate, magari, dagli stessi parlamentari o dallo stesso Presidente che ne ha eletto i membri? Inoltre, quegli stessi membri possono essere anche magistrati ormai in pensione, professori universitari e avvocati, ovvero un potpourri che rende la Corte ancor meno omogenea, come si voleva diventasse il CSM – il che potrebbe equivalere a una maggiore apertura mentis ma anche, a essere mal pensanti, a una maggiore manovrabilità da parte della casta.
Riflessioni per tutti che, speriamo, aprano al dialogo.
(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Responsabilit%C3%A0_di_proteggere/
(4) https://www.inthenet.eu/2025/01/03/dobbiamo-pretendere-il-diritto-alla-salute/
venerdì, 27 marzo 2026
In copertina: Immagine di Tumisu da Pixabay

