Il Corpo-Caverna e l’Eclissi del Rito
di Francesca Cola
Di fronte a Federica Rosellini in iGirl, si avverte l’immediata sensazione di trovarsi al cospetto di un prodigio. Sul palco del Teatro Astra, l’attrice si conferma una forza della natura: un corpo ibrido, magnetico, capace di farsi contenitore di una polifonia di voci che sembrano scaturire da abissi biologici e tecnologici diversi.
Lo spettacolo, testo originale e potentissimo della drammaturga irlandese Marina Carr, interroga la cicatrice del Sapiens: un’ascesa costruita sulla rimozione dell’altro. Abbiamo distrutto l’Eden per incorporare il Neanderthal, in un movimento di voracità cannibalica, specista, violenta – che è il peccato originale della nostra evoluzione. Federica Rosellini dà corpo a un’umanità rimossa: quella che non dominava, ma apparteneva al mondo. In quel torace nudo e nei pantaloni Adidas, diventati ormai la ‘divisa d’ordinanza’ del performativo contemporaneo – simbolo di un corpo pronto all’azione ma codificato dal gusto del presente – si incarna il nostro rimosso, una presenza frammentata che abita la caverna del contemporaneo metaumano oltre ogni genere.
In questa caverna, Rosellini non è sola: la accompagna una gallina meccanica (Luise) che trascende la funzione di semplice oggetto di scena per farsi archetipo ancestrale. Luise incarna il mistero della creazione, custode di quell’uovo cosmico che in ogni cultura simboleggia fertilità e protezione materna. Eppure, è una creatura di confine, che vive nel paradosso: se in natura le galline possiedono condotti lacrimali solo per una funzione biologica di pulizia – prive come sono della capacità umana di piangere per dolore – nelle visioni in AI dello spettacolo la gallina produce lacrime, colmando tecnologicamente un’impossibilità emotiva.
È qui che si svela la nostra proiezione post umana: cerchiamo il calore umano, calore d’origine diadica e relazione in un simulacro che può essere smontato, spento e ripulito. Quando la macchina viene aperta, esponendo la sua natura sintetica, l’artificio si rompe e ci lascia nudi, costringendoci a misurare la distanza tra il nostro bisogno di cura e la freddezza del pixel. In questo impianto scenico, il corpo della Rosellini si fa ponte tra due archetipi dei Tarocchi: il Matto e l’Appeso. Se l’Appeso impone la pausa necessaria per cambiare punto di vista, il Matto agisce d’istinto verso un nuovo inizio. Tutto l’impianto di segni gravita attorno al numero 21:
21 i capitoli del libro di Carr.
21 i tarocchi/arcani creati da Simona D’Amico, che segnano la pelle come incisioni di Lascaux.
Questi elementi dialogano con memorie iconografiche in video, in un gioco di sopravvivenze e frammenti che, secondo Warburg (1), riemergono dal passato per ri-abitare il presente, trasformando l’attrice in un corpo-caverna nudo, fragile e rabbioso. Tuttavia, questa immagine fatica a farsi realmente ‘perturbante’ a causa della sua stessa, estrema, perfezione.
Qui si innesta la lezione di Giorgio Agamben: «Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo». Per il filosofo, il vero contemporaneo è colui che non si lascia accecare dalle luci del proprio secolo, ma riesce a scorgervi l’oscuro. iGirl tenta esattamente questa operazione: cerca di guardare la tenebra della nostra origine (il Neanderthal, la caverna) attraverso le luci accecanti della tecnologia (l’AI, il pixel).
Tuttavia, quando la macchina teatrale diventa troppo impeccabile – con la potenza sonora di Daniela Pes, le visioni di Rä di Martino e il paesaggio sonoro di G.U.P. Alcaro – si rischia l’anacronismo inverso. Se tutto è così confezionato da diventare ‘spettacolo’ nel senso debordiano, la tenebra viene illuminata a giorno, perdendo la sua capacità di interrogarci. La ‘verità’ viscerale che trasforma la performance in rito risiede, secondo Agamben, in quel rapporto arcaico che sopravvive nel presente; se il presente è troppo ‘patinato’, l’arcaico diventa solo citazione.
Seguendo la Non-Representational Theory di Nigel Thrift, il teatro dovrebbe essere il luogo dell’evento pre-cognitivo. Qui, invece, si avverte la straordinaria capacità registica, ma si fatica a scorgere quella ‘verità’ viscerale che trasforma la performance in rito. Artaud sognava un corpo capace di esplodere in diecimila forme per fondare una comunità; in iGirl, l’artista rischia di restare sola nella sua eccellenza.
Il vero ‘richiamo’ avviene nel racconto della sciamana. Lì, con la voce nuda di Federica in mezzo al pubblico, su un altare scrostato, la narrazione si fa intima, risuonando nelle memorie familiari come una costellazione aperta. In quel momento, il teatro smette di essere ‘esecuzione’ per farsi urgenza collettiva.
Uscendo dall’Astra, resta il sapore di un’occasione estetica altissima, ma protetta. La catarsi richiede il sacrificio della ‘bella prova’ sull’altare della necessità. Quando l’artificio è così perfetto da non lasciare spazio all’imprevisto dell’anima, l’artista fatica a farsi sciamano.
Resta, infine, in me, l’interrogativo che scava sotto la superficie estetica e che riguarda il senso stesso dell’essere qui, oggi: quale funzione riveste, nel presente iper-codificato, il corpo vivo del teatro come dispositivo di senso? Personalmente, nel teatro contemporaneo, non cerco un rito che si limiti a sottolineare la ferita o a rappresentare il dolore, ma un’azione che lo abiti nel suo peso politico e spirituale; cerco un’azione che riattivi la memoria cellulare per trasformare il patire in un ponte verso un’ecologia del vivere.
E voi, cosa cercate quando il buio scende in sala e il corpo dell’attore si fa sacrificio e parola?
Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Astra
via Rosolino Pilo, 6 – Torino
sabato, 14 marzo 2026
iGirl
di Marina Carr
traduzione Monica Capuani e Valentina Rapetti
performer e regia Federica Rosellini
video Rä di Martino
musica originale Daniela Pes
sound designer GUP Alcaro
costumi e tatuaggi Simona D’Amico
scenografia Paola Villani
light designer Simona Gallo
dramaturg Monica Capuani
aiuto regia Elvira Berarducci
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile Bolzano, Elsinor Centro di Produzione Teatrale
(1) Aby Warburg è stato uno storico e critico dell’arte tedesco
venerdì, 27 marzo 2026
In copertina: Foto utilizzata in rete per pubblicizzare lo spettacolo

